TAORMINA – Archiviata la liquidazione, all’Asm di Taormina è ricominciata la guerra. Non è una novità, è così da sempre e la storia non cambia. Il fuoco ha sempre continuato a covare sotto la cenere. A tre-quattro mesi dal benservito all’ultimo liquidatore, Antonio Fiumefreddo, in queste ore è arrivata la revoca delle sue determine di fine mandato. Tecnicamente si chiama “avvio della procedura di annullamento”. Via un paio di nomine, qualche incarico dell’ultima ora, stop ad un fondo da 200 mila euro per i lavoratori e anche al contributo a Taobuk (sul quale – al netto del valutare giusta o sbagliata quell’assegnazione – il Comune casca dalla nuvole ma sono molti i dubbi che sia stata un’iniziativa solitaria di Fiumefreddo e, in ogni caso, per beghe di palazzo si va a fare un danno all’unico festival di alto livello rimasto a Taormina). Prima ancora c’era stata la revoca di una commissione sugli interinali e sono stati mandati via un generale dell’Arma, un vicequestore di Polizia e un sottoufficiale dei Ros Carabinieri. In buona sostanza, Asm dà una sforbiciata col recente passato e “smacchia” con fare perentorio la vecchia gestione di Fiumefreddo che sino al 12 agosto era stata, invece, motivo di vanto con relativa conferenza stampa fianco a fianco del sindaco Mario Bolognari e dello stesso Fiumefreddo.

In questa fase all’Asm, con il placet del Cda in carica, sale in cattedra l’attuale direttore generale facente funzioni, il Comandante Agostino Pappalardo, che ci sta mettendo la penna in una serie di atti “roventi” con tutti gli annessi e connessi del caso. Fossimo stati in lui non saremmo mai rientrati all’Asm, neanche per un istante, e non avremmo detto sì alla stessa politica che lo aveva silurato nell’estate del 2019, in malo modo, per fare spazio a Fiumefreddo. Pappalardo è tornato ad interim, a costo zero, nel peggiore momento possibile, in una fase in cui la magistratura indaga sull’azienda e anche lui sta rischiando di finire dentro il “frullatore” della slavina giudiziaria che si staglia all’orizzonte del Lumbi.

Come finirà tutta questa storia? Chi vivrà vedrà. Il pensiero dei taorminesi (e anche il nostro) è che tutte queste tarantelle dell’Asm hanno stufato. C’è bisogno – eccome – di un’azienda al massimo delle sue funzionalità e dei servizi da dare al territorio: è l’unica cosa che appartiene all’interesse collettivo della gente, tutto il resto è una guerra che come tutte le guerre lascerà le sue vittime sul campo. Sarà chi di competenza a stabilire chi ha ragione e chi ha torto nella lunga stagione delle faide, anche se è evidente che un punto, presto o tardi, bisognerà metterlo. Si tratta di capire quando arriverà il finale di questa fiction di paese ambientata in un’azienda che da 30 anni è l’epicentro di tante vicende: si è messa alle spalle 10 anni di (finta) liquidazione e ha ripreso a stritolare tutti i suoi protagonisti, il veleno ce l’ha impresso nella carne e lo fa scorrere nelle vene dei suoi attori.

All’Asm chi c’è oggi è alto, bello e con gli occhi azzurri, chi c’era ieri era brutto e cattivo. Chi verrà domani sarà il salvatore della patria e chi arriverà dopodomani dirà il peggio di chi lo ha preceduto. Gli attori li sceglie sempre la politica, li nomina, li esalta e poi li scarica. Tutti si alternano e si susseguono con un bisogno vitale di trovarsi dei nemici. La trama è uno scontro continuo tra il bene e il male, dove ogni attore – a seconda del momento – può rappresentare l’uno o l’altro mondo. Di materiale ce ne sarebbe abbastanza per un produttore cinematografico.

All’Asm c’è lo stigma di una maledizione di vecchia data, un respiro unico fatto di piccole e grandi rese dei conti, fatti personali e prove muscolari, un confronto continuo per marcare il terreno di chi è dalla parte del giusto e chi di quello sbagliato. Per non parlare di una gestione da sempre scriteriata del personale, in un contesto di onesti lavoratori dove troppi soldati semplici sono stati promossi ad ufficiali o degradati ad uso e consumo della politica. Un rapporto malato tra politica e dipendenti che ha creato un clima divisivo e una conflittualità che ha frenato le potenzialità dell’azienda stessa.

Eppure tutti quelli che Asm l’hanno governata, vissuta e mandata avanti avrebbero già dovuto capire da un pezzo che impelagarsi in questo ingranaggio di perenne instabilità alla lunga porta male e – oggi come ieri – la politica di borgata lancia il sasso e toglie la mano, cambia i cavalli, li fa correre e poi li lascia con il cerino acceso. E’ come ogni “ismo”, va sull’onda del momento e dell’effimero. La fiamma si accende, arde e infine si spegne.

In questa saga di potere e masochismo, davanti all’Asm sono rimaste due sole strade. Si può scegliere di chiuderla, dire basta e mettere fine una volta per tutte a queste storie di cui ci siamo rotti le scatole ma nessuna Amministrazione avrà mai il coraggio di farlo perché ha l’esigenza di controllare l’azienda per nutrire le proprie velleità di potere e salvaguardare la piccola politica paesana.

Altrimenti si può legittimamente andare avanti così. Sino a quando non arriverà il Walter Ruggeri di turno e ci penserà la magistratura a scrivere l’ultimo capitolo e far capire che l’Asm è un’azienda speciale ma non per questo ognuno può fare come gli pare. All’Asm si è sempre fatto tutto e il contrario di tutto, senza comprendere che lo Stato ha regole e procedure che non si prestano a libere interpretazioni da una gestione all’altra. La giustizia osserva e a volte, soprattutto da queste parti, sembra non arrivare mai: poi, però, quando arriva ti dà una bastonata e non ha pietà, perché l’unica compagna che tiene è la verità.

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