TAORMINA – Al tramonto del 2021, a Taormina è tempo di primi bilanci con lo sguardo già rivolto al nuovo anno. L’aspettativa per il 2022 è, evidentemente, quella di consolidare i segnali di ripresa della recente stagione turistica, con la speranza collettiva di iniziare a liberarsi dalla morsa della pandemia. Ma oltre il tarlo delle varianti e l’incubo dei contagi, iattura di scala planetaria che va ben oltre le dinamiche locali, resta da capire e chiarire dove voglia andare una città che ha nel suo dna straordinarie potenzialità ma continua a vivere, anzi vivacchiare, tra l’insoddisfazione perenne della sua comunità e l’inadeguatezza certificata di chi l’ha governata da un paio di legislature a questa parte.

Taormina avrebbe tutto per andare oltre il titolo platonico di capitale del turismo siciliano e per accomodarsi al gran ballo delle mete internazionali, per cominciare a recuperare i numeri ante-pandemia e dire la sua ai tavoli che contano ma è una Ferrari gestita come una Fiat 500, metafora stridente del Comune più ricco della Sicilia che si è fatto spogliare anche degli slip per poi sprofondare a cuor leggero al dissesto finanziario. Trenta milioni di imposte non riscosse, i proventi del Teatro Antico scippati (senza nulla obiettare) dal “gioco delle tre carte” della Regione, una gestione fantozziana del patrimonio comunale che cade a pezzi e una visione complessiva della macchina piegata dall’incapacità di mettere mano agli uffici che non funzionano. Perché se non si creano le condizioni per sistemare quelli, è evidente che nemmeno Mandrake può cambiare la musica. La storia è nei numeri, la realtà è dentro i fatti. Il resto è una vasca da bagno di inutili punti di vista.

Il pensiero bello e leggero, ma alquanto pirlesco, che si è preso la scena a Taormina da tanti anni a questa parte è che potesse bastare il puntare tutto sulla fuffa sotto le stelle dell’estate con i concerti al Teatro Antico (con i privati padroni della scena), con il contorno di qualche altro evento o magari del festival del cinema che è diventato il festival di se stesso. Qui la vita inizia a Porta Messina e finisce a Porta Catania. Nelle periferie regna l’oblio del degrado imperturbabile e ci si deve arrangiare alla meno peggio.

Ma quando si spengono le luci del Teatro Antico si accendono i riflettori di quelle frazioni fantasma, quasi considerate una zavorra. Ci sono le strade piene di buche, i palazzi comunali che cadono a pezzi, e l’Asm che dovrebbe essere una risorsa ma ormai è diventato un ibrido a metà tra Beautiful, La guerra dei Roses e Gomorra. E intanto la magistratura avanza e potrebbe presto recapitare una stangata dalle parti del Lumbi.

Fuori c’è il vero termometro della città e al netto degli eccessi l’umore oggi è nei social come ieri avveniva nei bar. La negatività e la delusione si è impossessata di una piazza troppo spesso incline all’autolesionismo della litigiosità perpetua ma dove poi non si può sempre dare torto alla gente. L’incazzatura di tanti non si può biasimare. Il disagio c’è eccome e chi lo nega o lo riconduce solo alla pandemia è un talebano daltonico.

Taormina ha un eccesso indiscutibile di qualità, vanta una bellezza che può fare la differenza. Non a caso si scrive Sicilia ma nel mondo poi si legge Taormina ma da queste parti si è sparsa la mentalità del dover vivere da leoni d’estate e poi andare in letargo da novembre ad aprile. Non paga e non serve più il mettere la testa sotto la sabbia e negare che i problemi ci siano o limitarsi a scaricarne le responsabilità. Nessuno ha tempo da perdere con l’inutile esercizio della caccia ai colpevoli, così come – sia chiaro – nessuno ha la bacchetta magica (e chi la pretende è fuori di capoccia) ma non non può neanche passare il messaggio che trovare delle soluzioni sia sempre impossibile.

A Taormina sono passati uomini importanti, c’è il vento della storia a soffiare a favore, le ambizioni legittime di rilancio del territorio e quelle, intanto, di una degna vivibilità non possono essere però frustrate dall’eterno paradigma del “non si può”. Bisogna avere coraggio, mettere mano all’esistente (valorizzare, non speculare), dare spessore alle cose che già esistono e profondità alle idee. I problemi si possono risolvere con un “piano B”, non con la superficialità che ha partorito i risultati impietosi di questi tempi.

Una classe di amministratori sopravvalutati non è stata all’altezza del compito di portare avanti la barca Taormina, ha mostrato di subire le criticità, non le ha mai affrontate davvero e fino in fondo, è rimasta ancorata al disco rotto del giustificazionismo autoassolutorio con due o tre concetti di base, anche piuttosto divisivi (“chi critica non capisce”, “chi si lamenta non sa”, “Tizio dice così perché ce l’ha con Caio”, etc) ma qui non servono autodifese e i processi si fanno altrove. Le responsabilità sono di tutti e anche dei cittadini che hanno votato (e continueranno a votare) a mosca cieca, facendosi prendere per il deretano con la piccola promessa dei tre mesi al parcheggio, piuttosto che per un pezzo di suolo pubblico.

Le chiacchiere stanno a zero. Ora è il tempo di una presa di coscienza della realtà, siamo al crocevia sociale (e di riflesso economico per migliaia di persone). Taormina non deve accettare di vivere sul piano inclinato della mediocrità e rassegnarsi a questo stato di cose ma trovare il modo di risolvere i problemi e godersi la sua bellezza, esaltarla e metterla al centro del rilancio per far vivere bene la sua gente: non solo il turista che viene in vacanza ma anche il cittadino taorminese che vi abita sempre.

Si può decidere di andare avanti così, rassegnarsi al pianto e andare incontro ad un nostalgico domani di luci ed ombre. Oppure invertire la rotta, tirare fuori nuove energie per fare bene le cose essenziali e meritarsi un destino straordinario. Le difficoltà aiutano le persone normali a costruirsi e una comunità a ricostruire. Farsi carico dei problemi, un pezzo ciascuno può ribaltare la prospettiva. In fondo la vita è il 10% di quello che ti accade, e il 90% di come reagisci.

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