TAORMINA – Oggi è il 27 ottobre e da queste parti è una giornata di transizione a metà fra il crepuscolo della stagione turistica e lo spettro del maltempo che insiste ormai da una settimana sulla Sicilia e minaccia di riproporsi già nelle prossime persino con l’Uragano Medicane.

Il numero 27 nella smorfia napoletana viene rappresentato dall’orinale, il così detto vaso da notte, utilizzato in tempi remoti e ovviamente, di notte, per espletare i propri bisogni corporali. Secondo altre interpretazioni nella numerologia simboleggia altri concetti, decisamente più alti, riguardanti l’amore, l’evoluzione e la filantropia. Ma in tempi più moderni il 27 è diventato nell’immaginario comune soprattutto sinonimo del cosiddetto “partito del 27”, il partito dell’ampia platea di coloro che a fine mese hanno lo stipendio garantito e non hanno troppi problemi per la testa né l’assillo di dover fare quadrare i conti a casa. Insomma sono quelli che, nel dire comune, hanno “la barca all’asciutto”, e chi se ne frega se piove e diluvia e se verranno pandemie, pestilenze e carestie.

Taormina è uno di quei luoghi dove il 27 rappresenta sin dall’era ante-Covid il dark side di una città che ha nel suo dna grandi possibilità di poter dire la sua tra le realtà più importanti del turismo in Italia e nel mondo. Era così già in passato e lo è anche oggi che bisogna riprendersi dalla crisi pandemica.

Non a caso qui c’è stato anche un G7 e le immagini di Taormina hanno incantato il mondo. Ovunque la Sicilia è sinonimo di Taormina per la stragrande parte di chi sente pronunciare il nome di quest’isola o intende raggiungerla. Eppure già da prima del Covid ci si è arenati allo stereotipo quasi primordiale del doversi condannare a vivere di un turismo stagionale, concentrare tutto in pochi mesi, facendo passare il messaggio che sia impossibile allargare il campo e che non si può andare oltre, punto e basta, perché così hanno deciso gli Dei e tutto il resto è noia.

La storia è nota, il discorso è piuttosto trito, e se già era complicato sino al 2019, figurarsi adesso in tempi di pandemia. Ma se in precedenza la destagionalizzazione poteva pure continuare ad avere i crismi di una colossale presa per il sedere, perché bene o male poi l’inverno era uno scoglio che tutti, bene o male, riuscivano a superare, oggi i tempi sono cambiati e la cinghia si è stretta.

Da novembre ad aprile ci sarà una montagna da scalare a mani nude, ad esempio per tanti lavoratori stagionali, presi a schiaffi con una truffa chiamata Naspi e costretti a lavorare per 4 mesi all’anno (in qualche caso anche meno).

Eppure sembra quasi che tutto sia come in passato e che non ci sia nessuna emergenza sociale ed economica, ci si è preoccupati di riempire come sempre l’estate di concerti e poi tanti saluti e arrivederci alla primavera. La povertà e la sofferenza non si vedono ma non per questo non esistono e le famiglie in difficoltà esistono eccome, anche qui.

E allora si ha l’impressione che il lato oscuro della Luna, come dicevano i Pink Floyd, faccia capolino. La fame delle persone in difficoltà si infrange con l’invisibile eppur tangibile “pancia piena” di una classe politica che da Roma a Palermo sino poi all’ambito locale non ha l’esigenza e non ha la voglia di invertire la rotta. Il 70%, 80% degli eletti (vedi anche Taormina) sa già che il 27 arriverà, gode di lauti compensi e non deve lottare contro nulla. Un esempio banale per rendere l’idea: quanti commercianti o imprenditori ci sono tra gli eletti – oggi come da tanti anni in poi – a Taormina (piuttosto che a Palermo o Roma)? Quanti lavoratori stagionali? Quanti negozianti? Quanti operai? Zero o quasi.

Intendiamoci, il politico viene eletto dal popolo e non dai marziani e la retorica idiota della protesta è figlia di chi ha fatto delle scelte e poi ne deve portare la croce senza rifugiarsi nel paraculismo. Il politico rappresenta il cittadino alla meno peggio, motu proprio e al di là di quella parte che si fa i cazzi propri anche il resto ha delle buone intenzione ma non muore dalla voglia di andare nell’arena a fare chissà quali battaglie. Lo si può chiamare menefreghismo, appiattimento, arrendevolezza: cambia la forma, non la sostanza.

Ci si limita a fare un pò di schiuma, qualche sceneggiata in salsa paesana e qualche (in)sana minchiata di contorno da orgasmo social. Senza tuttavia la più ampia e reale percezione della dimensione sociale che c’è attorno, e – al netto di qualsiasi deficit di capacità e personalità – manca l’interesse a progredire e la determinazione di provare a spingersi oltre il copione dei soliti riassunti. Sfatare i luoghi comuni e sfidare le dinamiche consolidate di un territorio per ribaltarle diventa utopia se i protagonisti non sono all’altezza. Anche quando la storia e madre Natura consentirebbero altro.

Il problema (evidentemente) non è solo questo, però è anche questo: così la vita di una comunità non fa passi in avanti e non fa il salto definitivo, che andrebbe fatto in termini di mentalità ancor prima che di idee e programmi. Tocca portare pazienza e stare tranquilli che poi l’inverno passerà. Così è se vi pare nel paese del 27. Non è un reato, ma è un gran peccato.

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