TAORMINA – A 20 mesi dal ritorno alle urne, la competizione politica a Taormina per le prossime elezioni amministrative vive una fase di sostanziale stallo all’insegna della larga e condivisa volontà, tra tutti gli attori in campo, di limitarsi a schermaglie interlocutorie e sondaggi ascrivibili solo alla futile dimensione delle chiacchiere paesane. Nel frattempo la parola d’ordine è quella di “congelare” scelte e schieramenti sino alle prossime elezioni regionali.

Al netto di questo rito attendista di genuflessione ai salotti palermitani, che conferma la pochezza e la debolezza della classe dirigente locale, all’orizzonte dei prossimi anni per Taormina si affaccia la scialba prospettiva dei soliti “minestroni”, stessi nomi in campo, identici salti della quaglia last minutes delle volte passate. Niente che non si sia già visto, niente che si ponga un minimo in discontinuità col minimalismo di comodo di una città dove il Comune (potenzialmente) più ricco della Sicilia è finito al dissesto finanziario ma si fa finta di niente.

Il dissesto è stato lo scalpo sul fallimento di un’intera classe politica, negli anni si è arrivati ad un indebitamento per oltre 18 milioni e il Comune è stato privato di 30 milioni di tributi non riscossi. Roba da impacchettare un bel pò di gente e spedirla tra i pinguini eschimesi col viaggio di sola andata. Niente di più, niente di meno. Molti lo pensano, qualcuno lo sussurra ma nessuno lo dice apertamente.

Da più parti conviene che si vada avanti nella bolla di sapone dell’immobilismo, con l’illusione che tutto vada più o meno bene e senza troppi intralci per piccoli e grandi feudi rodati e consolidati da queste parti. E’ lo specchio di una sorta di stato narcolettico in cui versa una città che si è adagiata sul piano inclinato del piattume, preferisce galleggiare anziché osare, predilige ignorare le sue enormi potenzialità e ha consegnato il territorio a chi ne ha fatto (e ne fa) ciò che vuole, convinta che le cose vadano bene così a forza di respirare il solito copione. Un pò come quando quest’estate si è farneticato che, anziché i primi segnali di ripresi, ci sia stato addirittura un boom turistico ai livelli del 2019, facendo passare gli avventori a chilometro zero per novelli salvatori della patria mentre la gran parte degli stranieri (per colpa della pandemia) sin qui sono scomparsi e ne sono tornati forse il 15/20% al massimo di quelli degli anni passati.

Intanto la politica paesana, pavida di idee e scarna di coraggio, ha il terrore di lanciare le candidature a sindaco. Nessuno ha il coraggio di uscire allo scoperto e tutti si trincerano nella dimensione dei dei piccoli tatticismi borgatari, si rintanano nella palude intellettuale della calma piatta e si aggrappano al paravento delle Regionali dell’autunno 2022, dando priorità alla devozione verso i santuari politici dei padroni del vapore siciliano. Chi se ne frega di avanzare proposte e idee (serie) per costruire il futuro della città. A chi importa la sfida di pensare un futuro che veda Taormina protagonista e all’avanguardia del dopo Covid e non nelle retrovie di chi insegue per recuperare il terreno perduto.

Vedremo le pantomime di una trita competizione a chi la spara più grossa con l’approssimarsi della scadenza elettorale e chi si rifarà la verginità nei tre-quattro mesi prima del voto (non prima sennò ci si “brucia”). Oltre il sesso degli angeli, nei fatti non si vedono neanche col binocolo i presupposti per consegnare il domani a chi sia in grado di mettere la mattonella del progresso, si rischia (se non è già una certezza) semmai di raschiare il fondo per consegnare l’avvenire al trasversalismo già assaggiato di tutti quelli hanno messo la firma sul baratro del Comune.

Ma i cittadini di Taormina, che hanno palesato nel tempo una masochistica tendenza a una richiesta elevata di mediocrità, e che hanno fatto poi pagare quel prezzo alla città stessa per garantirsi un pezzo di suolo pubblico, per ottenere una concessione edilizia e per la promessa di un impiego (stagionale e con guinzaglio annesso), questo lo capiranno e avranno un sussulto di intelligenza o fermeranno le lancette del tempo ancora in nome del “garantiscimi un pezzo di torta”? Proveranno a spingere la prospettiva verso qualche parvenza di discontinuità o si faranno prendere come al solito per il deretano?

Parafrasando un sobrio sfanculamento sociologico si potrebbe dire che quelli che vogliono fare i politici potranno essere considerati davvero tali quando inizieranno a pensare alle prossime generazioni e la finiranno di preoccuparsi delle prossime elezioni. A Taormina il lockdown sanitario è finito, quello cognitivo non ancora.

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