ciò che rimane dello scooter dopo l'incidente

TAORMINA – Otto interminabili ore trascorse al confine tra la paura per la figlia e poi la rabbia per i tempi e le procedure troppo farraginose della sanità. Il racconto a BT è quello di Giuseppe Cannizzaro, noto e stimato professionista di Taormina che giovedì scorso ha vissuto momenti di grande apprensione per un incidente che ha interessato la figlia 17enne nel curvone in prossimità dello svincolo autostradale di Giardini Naxos. La ragazza, per fortuna, ora sta bene e non ha subito significative conseguenze ma questa storia è la testimonianza degna di nota di un padre che fa riflettere su alcune dinamiche certamente da rivedere, sia per quanto riguarda la necessità di potenziare il servizio di emergenza urgenza e riorganizzare la rete ospedaliera.

“Ho scelto di raccontare questa esperienza che non auguro a nessuno di dover mai vivere ed affrontare – afferma Giuseppe Cannizzaro -. La mia è un’amara riflessione su qualcosa che riguarda ognuno di noi, la realtà in cui chiunque rischia di essere catapultato all’improvviso quando una persona si può trovare coinvolta in una situazione di emergenza sanitaria. Giovedì scorso ero ancora in ufficio al lavoro, quando intorno alle ore 20 mi è arrivata una di quelle quelle telefonate che nessun genitore vorrebbe mai ricevere: “Vieni subito, tua figlia ha avuto un incidente con il motorino!”. Mi è letteralmente gelato il sangue, sono scappato di corsa. Quando stavo per arrivare sul posto scorgevo in lontananza i lampeggianti di due volanti dei Carabinieri, già presenti sul posto. A quel punto mi sono precipitato, mia figlia era sdraiata sul selciato, grazie al cielo era vigile. “Papà stai tranquillo, sto bene!” mi diceva”.

“Poco più avanti ho visto ciò che resta del motorino, spezzato in due parti. Ovviamente non ero affatto tranquillo. Elisabetta era sotto shock, insanguinata, con un dente rotto, gli abiti da più parti strappati. Accanto a lei c’era la sua amica che viaggiava sul sedile posteriore, per fortuna in piedi ma sanguinante ad un braccio, terrorizzata e, si scoprirà dopo, con il gomito fratturato. Mi sono chinato per terra, stringevo la mano di Elisabetta, cercavo di rassicurarla, chiedendo ai Carabinieri presenti (che ringrazio di cuore per la professionalità e l’umanità con cui hanno gestito la vicenda) di chiamare l’ambulanza. “Lo abbiamo già fatto due volte”, mi hanno detto”. 

“Ho atteso ancora 15 minuti e poi ho preso il telefono, urlando di fare presto. Mentre ero ancora in linea ho sentito il suono della sirena, nel frattempo era trascorsa mezz’ora. Mi sono sentito rincuorato, ho chiuso subito la telefonata e aspettavo che arrivasse l’ambulanza. E’ scesa l’operatrice, guardava Elisabetta, poi ha guardato anche me e mi ha detto: “Non abbiamo il medico a bordo, non possiamo toccarla”. Vado su tutte le furie, l’altro operatore prende la situazione in mano e decide, comunque, di caricare mia figlia sull’ambulanza. A quel punto, rincuorato, dico: “Scappiamo in ospedale”. Ma il Pronto Soccorso di Taormina (poco distante) era chiuso in quel momento per “sanificazione”. L’operatore ha chiamato la centrale operativa e gli è stato detto che bisognava andare al Policlinico di Messina (50 km distante). Mi è stato detto però che bisognava attendere un’altra ambulanza con il medico a bordo.

“Dopo circa 30 minuti è arrivata finalmente l’altra ambulanza con il medico a bordo che ha visitato mia figlia: “I parametri vitali sono a posto” dice, ma ovviamente non sappiamo se e quante fratture vi siano e desta qualche preoccupazione il fatto che Elisabetta lamenti un forte indolenzimento al fianco sinistro. Finalmente siamo partiti alla volta dell’ospedale, mia moglie e mio figlio ci seguivano in macchina”.

“Dopo 30/40 minuti siamo arrivati al Pronto Soccorso del Policlinico di Messina. Mi sentivo più tranquillo, pensando che finalmente Elisabetta avrebbe ricevuto le cure necessarie. Accompagno dentro al Pronto Soccorso mia figlia, vedo che la sistemano all’interno di una stanza con altri 4 o 5 malati, altri ancora sono in corridoio. Ci troviamo di colpo scaraventati in una bolgia infernale, tra urla, improperi, gente sanguinante, almeno un paziente positivo al Covid in reparto, medici e infermieri trafelati”.

“Passa il tempo, Elisabetta e la sua amica, doloranti e ormai insofferenti, continuano ad attendere e ci è stato detto che c’erano dei “casi più gravi”. Erano più o meno le 4 del mattino, mia figlia era stremata, non ce la faceva più. Ho urlato agli infermieri di farmi parlare con un medico. Finalmente dopo 8 ore dall’incidente, Elisabetta ha incontrato un medico del Pronto Soccorso. Aveva un dente rotto, altri le si muovevano, varie contusioni ed escoriazioni ma, per fortuna, dopo tutti gli accertamenti di rito, i medici non riscontravano nulla di grave. Più o meno la stessa situazione per la sua amica a cui riscontravano anche una frattura al gomito. Erano ormai le 6,30 del mattino, era l’alba. L’alba di una notte da dimenticare”.

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