TAORMINA – Al tramonto di un’estate che ha visto la città riempirsi di turisti e soprattutto presa d’assalto dal cosiddetto “mordi e fuggi”, a Taormina la stagione turistica non è ancora finita e, se la pandemia non darà nuovi problemi, gli addetti ai lavori sono pronti ad andare avanti per qualche altra settimana con le strutture ricettive che fanno registrare un buon numero di prenotazioni da qui a fine ottobre. Sprazzi confortanti di ripresa dopo la marea dell’emergenza sanitaria che ha provocato un anno e mezzo di disastro epocale.

Adesso, però, è opinione diffusa che non ci si potrà accontentare di chiudere “bottega” e sbaraccare tra un mese. Non si può più immaginare di fermarsi e andare in letargo sino alla primavera che verrà: quell’era geologica è finita e chissà se e quando tornerà mai. Se prima la destagionalizzazione era una sfiziosa supercazzola, ambita da chiunque eppure vuota e puntualmente intrisa di tante chiacchiere rituali, ora fare turismo oltre il 31 ottobre è una necessità ineludibile. E’ chiaro che in tempi di pandemia molto dipenderà, intanto, da contingenze internazionali e non da dinamiche locali, ma la città ha il dovere di farsi trovare pronta.

Non servono idee dell’altro mondo e cose fantascientifiche, Taormina ha già un invidiabile biglietto da visita scolpito nella sua eterna bellezza e per riuscire a mostrare anche d’inverno le tante grazie di cui l’ha dotata Madre Natura sono gli uomini che devono caricarsi il fardello di portare il cambio di passo e far sì che Taormina riesca a trovarsi dentro le logiche del rilancio del turismo, da protagonisti e come parte attiva. Non si può attendere che siano gli altri a cercare noi e raggiungerci una tantum, è Taormina che deve mettersi sul mercato e proporsi a tutti i livelli. La macchina del turismo mondiale sta ripartendo e dopo il reset del Covid è già partita la lotta spietata tra le mete turistiche. C’è chi sarà protagonista e chi rimarrà ai margini. Non esistono mezze misure, è il momento in cui la differenza dovrebbero farla le persone preparate – e siamo certi che ne siano ancora rimaste – e non si può pensare di consegnare le sorti di Taormina e delle attività economiche alle sortite di gente non all’altezza, agli sparvieri (indigeni o d’importazione) o peggio a quelli che ad Oxford definirebbero “scassapagghiari”. 

Il turismo è materia seria, non una minchiata da far navigare nel mare della vita a suon di selfie e mandolinate di paese. Un impulso all’economia del territorio non lo si potrà dare tardivamente (e virtualmente) il 1 novembre, dopo che si sarà spenta l’insegna dell’ultimo caffè e quando gli alberghi avranno già chiuso. Al netto della programmazione che meriterebbe un capitolo a parte, le condizioni per non fare addormentare Taormina bisogna provare a crearle subito e mettere in campo adesso. La linea fatale di confine è quella tra le parole e le idee: le prime sono come un peto che sparisce in un attimo nel vento, le seconde se hanno un senso compiuto possono essere come i parassiti, i più ostinati e resistenti in natura.

Da queste parti c’è da dimostrare ai turisti, al mondo e anche a se stessi che qui non si vive di sole ondate estive ma si può fare anche un altro spartito. Bisogna provare ad offrire qualcosa al turista anche in bassa stagione. Elementare Watson, direbbe qualcuno, ma stavolta non è più tempo di sterili conflitti e inutili contrapposizioni di quartiere. Ci si deve sforzare di tenere la città viva, facendo ognuno la propria parte nell’ottica di un ritorno per tutti. Essere attrattivi e dare una ragione al turista per arrivare in Sicilia e venire a Taormina.

A Taormina ci potrà essere una prospettiva di vero rilancio se la filiera sarà in grado di fare un “turismo liquido”. Non ci si deve sforzare di stravolgere ciò che non può essere stravolto, bisogna chiedersi cosa cerca e cosa vuole il turista per una vacanza nei mesi invernali e regolarsi di conseguenza. Senza snaturarsi (quelli che l’hanno fatto hanno già chiuso da un pezzo e prima ancora della pandemia) ma semmai valorizzando quel che il territorio offre, arricchendolo l’esistente attraverso sinergie strategiche con gli altri comuni, perché da soli non si va più da nessuna parte. Valorizzare identità e peculiarità nella cornice di una filiera dove ognuno dovrebbe fare la propria parte e dare qualcosa in più alla causa collettiva.

La svolta passa dal saper fare “turismo liquido” inteso come una visione delle cose dove gli attori protagonisti devono riuscire a proporre una realtà che si adatta con armonia al recipiente in cui viene travasata – in questo caso la bassa stagione – e prende la forma di quel recipiente. Senza, però, alterare le sue caratteristiche di base. Come dire: l’acqua resta acqua; la Coca-Cola resta Coca-Cola; ma soprattutto Taormina rimane sempre Taormina, e il suo fascino dei mesi più caldi (ma tremendamente caotici) potrebbe mostrarlo e vantarlo anche nei mesi invernali in cui le strade sono assai più silenziose e la quiete consente di ammirare molto meglio lo scenario. Dimostrare che Taormina non è solo conveniente da vedere in estate è la sfida senza appello che chiama alle armi tutti per sconfiggere la crisi. E’ una cosa complicata: la via è stretta, la strada è impervia ma chi l’ha detto che l’orizzonte del “We are open” sia un obiettivo davvero impossibile da centrare?

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