Il dado è tratto, il fondo è stato toccato. Il Consiglio comunale di Taormina ha discusso e approvato la proposta di delibera riguardante la presa d’atto già esitata dalla Giunta comunale nella quale si proponeva di dichiarare il dissesto del Comune.

Alle ore 14 e 12 minuti di giovedì 21 luglio 2021, il Consiglio comunale ha dichiarato ufficialmente il dissesto finanziario del Comune di Taormina. E’ la certificazione di un disastro politico e amministrativo maturato nell’ultimo ventennio e arrivato al punto di non ritorno. Tutto il resto, a partire dal tentativo addirittura di benedire il dissesto e salutarlo con giubilo è come confondere una pioggia di sterco e cioccolata. E se non lo si comprende chiamate la Neuro subito.

Oltre i soliti rimpalli, con l’approdo al dissesto è andata in scena un’endovena finale di perbenismo edulcorato accompagnata da una carente comprensione forse della reale valenza di questa delibera o forse da una comprensione talmente piena e totale da obbligare la politica locale a rifugiarsi nella nuda trincea minimalista della retorica di parte.

Lo si è già detto alla nausea che le responsabilità individuali le accerterà (probabilmente in un’altra vita) ma l’avvenuta dichiarazione di dissesto è il marchio di fabbrica del flop di intere Amministrazioni. E’ un fatto incontrovertibile dal quale non si scappa. Si potranno dire tutte le più forbite espressioni auto-assolutorie del mondo ma non si può non codificare il senso del dissesto. Non ci può essere remissione politica e morale di peccato.

Si potrà asserire che il dissesto porterà alla rinascita, lo si può definire l’alba di una nuova era e urlare ai quattro venti che domani ci risveglieremo purificati e si può legittimamente dire e pensare quel che si vuole, arrampicandosi sui lampioni per far passare il messaggio che il 21 luglio 2021 è il giorno più bello del mondo. Peccato che la gente non sia cretina.

A Taormina la ricreazione è durata abbastanza e si ha la presunzione di volerne prolungare l’inerzia del galleggiamento nel vuoto. Suona la campanella del dissesto e c’è una classe intera (anzi un istituto intero, visto che si parla di almeno un ventennio) che fa quasi festa. L’osannato dissesto in salsa taorminese è una sconfitta complessiva, per sindaci, assessori, consiglieri, e ruffiani vari di corte che hanno portato il Comune a maturare 20 milioni di debiti e soprattutto hanno consentito la vergogna del mancato pagamento di 30 milioni di euro di tasse, al cui qualcuno presto o tardi dovrà avere gli attributi di dire la verità ai taorminesi (ai fessi che abbiamo sempre pagato puntualmente).

Il risultato è che la città dovrà masticare amaro e non è una consolazione sapere che le tasse non aumenteranno perché sono già al massimo. Taormina sarà costretta ad ingoiare l’amaro calice di tre commissari che per parecchio tempo dovremo mantenere noi e con la valanga in arrivo di quei 30 milioni di tasse che ora verranno pretesi dal Comune nel pieno di una pandemia devastante.

Nella vita i fatti sono più ostinati delle minchiate. Anche di quelle che all’apparenza sono così belle da volerci credere. La verità è che Taormina si naviga a vista, si brancola nel buio e si va al dissesto per un concorso di fallimento che abbraccia due generazioni almeno di amministratori, che hanno gestito male la cosa pubblica e non sono stati all’altezza del compito. Tutto il resto è aria fritta.

E adesso che il dissesto serva da lezione (ma ne dubitiamo) e che si abbia il buon senso di fare il minimo indispensabile da qui un anno e mezzo, quando si rivoterà e da una parte e dall’altra almeno l’80% di chi c’è, c’è stato e vuole ancora esserci, dovrebbe avere il buon senso di capire che hanno stancato.

A Taormina o cambia la musica o si continueranno a zavorrare le nuove generazioni condannandole ad una prospettiva da comparse o lontani da casa chissà dove. Ci si ostina a far vivacchiare questo territorio di straordinarie potenzialità nel limbo dell’amarcord mentre la comunità paga i debiti fatti da chi non ha saputo amministrare e ha lasciato che – lo ripetiamo – 30 milioni di euro di tasse non venissero riscosse.

La gente ha già dato: ha dato rimettendoci di tasca propria, chiudendo le attività e perdendo i propri affetti costretti ad andarsene altrove perché a Taormina il vapore è in mano ai soliti che ogni 5 anni si mischiano tra chi va al governo e chi all’opposizione e poi non ne azzeccano una. Attenzione, perché poi accanirsi ed esasperare l’egoismo dell’eterno anteporre se stessi al resto, e alimentarli certi sentimenti tra i cittadini, vuol dire mettere altra benzina nel motore già caldo della rabbia collettiva.

Tornare indietro non serve perché il passato è andato, amen e non si può cambiare. Le situazioni negative passano per non ripassare più. Ma quelli che le hanno create non possono chiudere i conti con un dissesto a tarallucci e vino. Ad un certo punto o si realizza che verrà il momento del fare un passo indietro o saranno gli elettori a cambiare i cavalli. Vale per chi c’è oggi ma anche per chi c’era prima, in modo totalmente identico.

Taormina deve recuperare il tempo che ha davanti e farlo subito o stavolta affonda sul serio e in autunno molti purtroppo piangeranno. Finora è stato tutto un déjà vu, ma la pandemia ha sbriciolato quello stato narcolettico in cui ci si è ridotta Taormina a forza di auto-ripetersi che c’è il boom turistico e siamo i migliori del mondo. Svegliamoci e rimbocchiamoci le maniche, perché la crisi non molla e non aspetta. L’odore della paura avanza, c’è poco da scherzare e allora o si dà una sterzata o si affonda.

Se si vuole ripartire ma intanto salvare il salvabile, bisogna mettere da parte una mentalità che dentro e fuori dal palazzo ha fatto sfracelli e va riportata a quella di decenni fa, quando si remava tutti dalla stessa parte e non per fottere il vicino di casa. Bisogna cercare le forze migliori, nel frattempo fare poche cose ma con la lucidità e il coraggio di farle davvero a vantaggio di una prospettiva di sviluppo del territorio. Serve una visione del domani che non può essere la stessa prospettiva di quelli che hanno fallito sinora e non sono stati in grado di determinare un salto di qualità.

Il dissesto non è l’approdo nella terra promessa, e non è neanche un nuovo inizio. Finiamola con la retorica delle stupidaggini. E’ il capolinea di una stagione, è il prezzo da pagare all’inadeguatezza di quelli che hanno avuto il potere. Il Comune non fallisce, la storia non si ferma e va avanti ma il prossimo capitolo non potrà scriverlo chi ha preso zero in pagella dalla Corte dei Conti. Uomini forti, destini forti. Politici modesti, destini mediocri.

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