“Diciamolo subito: gli inglesi non hanno inventato il Football, e neanche il Rugby, ma li hanno ricavati dal mondo classico greco-romano, li hanno modificati e gli hanno dato regole e organizzazione”. Lo afferma il giornalista e scrittore Angelo Forgione che così anticipa la finale degli Europei tra Inghilterra e Italia giocandola sugli aspetti extra-campo. Gli italiani stasera saranno accolti dal leitmotiv di questi giorni: “Football it’s coming home”. Ma è davvero cosi?

“Nell’anno 1000 a.C., nell’antica Grecia e nel Peloponneso, era praticata una sphaeromachía, cioè un combattimento di palla, l’Epískyros, dove per epískyros si intendeva una linea centrale che divideva in due parti il campo. Si toccava la palla con piedi e mani, così come nell’evoluzione diretta della pratica, l’Arpastòn, un passatempo adottato poi dai legionari Romani come forma di allenamento e chiamato Harpastum. Furono proprio i Romani a farlo conoscere alla popolazione celtica dei Britanni, coi quali si sfidarono con una certa frequenza nel III secolo d.C.
E come si arriva al calcio moderno, che non prevede il possesso di palla con le mani e mira a mettere una palla in una porta?
Tutto nasce, si fa per dire, nell’ottobre del 1857, quando tale Nathaniel Creswick, studente di giurisprudenza nel college di Sheffield, pensò di praticare una disciplina selvaggia per mantenersi in forma durante il freddo inverno inglese. Lui e il collega William Prest attinsero dalla maschia vigorosità dei combattimenti con la palla esplosi in età medievale (vedi Calcio fiorentino) e si inventarono il Foot-ball. Il possesso palla era consentito anche con le mani, e allora tutti correvano con un pallone in mano, spingendo, braccando violentemente, sgambettando e sferrando violenti calci negli stinchi, rischiando di finire in ospedale con ferite e lesioni davvero gravi. Il pallone fu lavorato con una vescica di maiale imbottita, gonfiata ad aria e rivestita con quattro spicchi di cuoio cuciti a mano da William Gilbert, un calzolaio della città di Rugby. Quella palla riusciva sempre ovale e aveva rimbalzi irregolari, e allora il concorrente di Gilbert, Richard Lindon, sostituì la vescica suina con una membrana di gomma per avere una palla sferica. A volte capitava di giocare con un pallone ovale e a volte con uno sferico, che doveva finire in una porta, fatta con due pali e una corda. Tutti potevano usare le mani, e quindi tutti potevano parare.
Insomma, si capisce chiaramente che il primo Football inglese, rivisitazione degli antichi passatempo italici di radice greca, era un misto di rugby e calcio.
Nel 1863, in piena Seconda rivoluzione industriale, tornava utile uno sport così duro e sempre più coinvolgente per gli inglesi, al duplice scopo di sedare le rivolte operaie e creare guadagni. Il Football aveva attecchito nelle periferie delle città industriali e si era diffuso rapidamente tra le basse classi popolari e operaie, cui il malcontento per lo sfruttamento e le condizioni disumane del lavoro avevano dato la forza di ribellarsi. Lotte sociali e scioperi avevano messo in difficoltà i capitalisti industriali, i quali dovettero trovare un modo per sedare le proteste crescenti. Creare la competizione sportiva tra le diverse comunità fu il modo migliore per accendere rivalità e attriti tra i manifestanti, frammentare il fronte di ribellione e indebolirlo. Una valvola di sfogo, né più è né meno come oggi. Non era altro che il retaggio antichissimo del “divide et impera” degli antichi Romani, che nell’età antica si erano fatti allettare da quel po’ di potere fittizio che i tiranni avevano concesso loro per evitare che si unissero in una sola pericolosa entità.
Del resto, a Firenze, anche i Medici avevano capito che il gioco violento costituiva un formidabile modo per sfogare il malcontento popolare, favorendo il Calcio fiorentino in piazza, così simile al gioco “inventato” da Creswick e Prest. E allora, a cinque anni dall’invenzione dei due studenti di Sheffield, dieci uomini inglesi e tre scozzesi, tutti legati alla Massoneria inglese, fondarono la “Football Association” per centralizzare e governare quel nuovo fenomeno sportivo. Si riunirono a Londra, la città del potere e dei ricchi finanzieri, presso la Freemasons’ Tavern in Great Queen Street, proprio di fronte al quartier generale della Grande Loggia Unita d’Inghilterra, che vi si appoggiava per i ricevimenti e i pranzi dei frammassoni. Quella taverna esiste ancora ed è un pub, sotto il nome di “The Freemasons Arms”.
Nel 1871 fu stabilito che a toccare il pallone con le mani fosse un solo elemento. Nacque il ruolo del portiere, ma nacquero anche forti contrasti interni tra chi voleva preservare il gioco violento e chi lo stava ammorbidendo. E così si verificò la scissione tra i fondatori della “Football Association”. I sostenitori del gioco più duro e fisico abbandonarono e diedero vita a un’altra federazione per la regolamentazione di un sport più vicino alle origini. Scelsero la palla ovale, quella originaria di Rugby, e dal nome di quella città trassero il nome del loro sport.
Un anno dopo, la “Football Association”, per distinguersi definitivamente, decise che la palla dovesse essere sferica.
E così, tra innovazioni e introduzioni regolamentari, i britannici, da padroni del mondo ottocentesco e dominatori dei mercati, portarono il Football nei porti del mondo intero in quanto strumento di diffusione del costume anglosassone. Loro si consideravano i padroni del gioco, e così, quando nel 1904 un francese fondò la FIFA, la FA non aderì. Lo fece solo più di un anno dopo, nel 1906 e poi seguirono gli scozzesi e i gallesi. Ma siccome il calcio era massoneria e politica, i britannici chiesero a Julius Rimet, il francese che pensava di organizzare la prima Coppa del Mondo, di escludere le nazioni sconfitte nella Grande Guerra, Austria, Germania e Ungheria. Niente da fare, e allora le federazioni d’oltremanica, nel 1920, lasciarono la FIFA. Rientrarono nel 1924, ma ne uscirono di nuovo nel 1927, comunicando che si ritenevano libere di condurre i loro affari nel modo più auspicabile per la loro lunga esperienza. Esperienza? Quale esperienza? Un’ottusa spocchia con cui furono snobbati i primi tornei mondiali del 1930, 1934 e 1938. Mentre il Foot-ball cresceva enormemente dal punto di vista tecnico e tattico nell’Europa continentale e in Sud America, l’Inghilterra si chiuse in uno stupido isolamento autoreferenziale, adagiandosi sulla presunzione di essere maestra della disciplina e considerandosi sollevata dalla necessità di confrontarsi con il mondo.
La FA inglese rientrò nella FIFA nel 1946, a guerra finita, e la Nazionale inglese pagò a caro prezzo la patriottica boria e la sua inattitudine a misurarsi con il calcio degli altri paesi al momento dell’esordio della loro prima Coppa del Mondo, nel 1950 in Brasile: eliminazione al primo turno, frutto di sconfitte cocenti contro Stati Uniti e Spagna.
Dal momento in cui è scesa dal piedistallo, la Nazionale dei “maestri” ha vinto solo il Mondiale casalingo del 1966, in circostanze discutibili verificatesi nella finalissima. Prima di allora, neanche una finale raggiunta, e neppure dopo. Dopo anni di tentativi a vuoto, vi è finalmente approdata quest’anno agli Europei in casa, sì, di nuovo in casa, perché cinque partite su sei l’Inghilterra le ha disputate a Londra… e con la finalissima sono sei su sette.
Dicono gli inglesi che il Football sta tornando a casa. Ammesso che la Nazionale dei tre leoni batta l’Italia, il trofeo poi dovrebbero esporlo alla Grande Loggia Unita della “perfida” Albione, se proprio volessero onorare chi per primo ha intuito che il Football sarebbe divenuto la disciplina più seguita e influente, generatrice di dipendenza e distrazione su cui lucrare alla grande”.

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