Mancano ormai poche ore alla finale degli Europei di calcio, l’Italia intera freme, guarda l’orologio e aspetta la sfida contro l’Inghilterra. Novanta minuti per lasciarsi tutto alle spalle e allontanare, per una sera, lo spettro ansiogeno di problemi e stress, paturnie e rotture piccole e grandi della vita. Il concetto vale ancora di più dopo un anno di pandemia che in un sistema marcio ha bastonato milioni di italiani e arricchito ancora di più i soliti furbi. La strada è tutta in salita per quelli che si devono guadagnare la pagnotta in pochi mesi e la partita della vita se la giocano per lo più ogni estate come nelle città che vivono di turismo. A Taormina di questi tempi gli stranieri che fanno le fortune della gente non sono neanche la metà del pre-pandemia, a settembre c’è da sperare che il maledetto virus non rompa di nuovo gli zebedei e, intanto, all’orizzonte c’è anche la bastonata del dissesto finanziario che in teoria è solo un fatto di palazzo, riguardante il Comune, in pratica è un’amara bastonata per una città chiamata a riflettere.

Al netto delle responsabilità che toccherà accertare alla Corte dei Conti, a Taormina l’afoso luglio di questa seconda estate d’era Covid è la Waterloo di almeno due generazioni di classe politica locale che stanno provando disperatamente a ricacciare indietro il marchio del fallimento vestendo la storia di un minimalismo che farebbe ridere se non ci fosse da piangere. Lo vedremo se e quando qualcosa emergerà e se qualcuno pagherà (e ne dubitiamo) ma l’analisi delibere e protocolli, atti e fatti contabili, è un esercizio noioso che lasciamo ad altri.

Tra campo e realtà, nei giorni in cui il gladiatore Giorgio Chiellini trascina in paradiso l’Italia del pallone, a Taormina la politica prepara le esequie del Comune. Il funerale dell’ente, lo si è detto, in realtà non avrà mai luogo perché la legge vigente nel caso non prevede questo; si andrà a deliberare l’ibrida ibernazione del palazzo municipale, dove per qualche anno la medaglia avrà due facce. Ci saranno ancora al proprio posto gli amministratori locali, sindaco, Giunta e Consiglio comunale e dopo ferragosto arriveranno tre commissari il cui vitto, alloggio e indennità di missione saranno pagati da noi cittadini.

Non ci poteva essere finale peggiore per un ventennio (o trentennio, se preferite) in cui, al di là dei sindaci di turno, a Taormina è bastato assicurarsi 100 o 200 voti per diventare consiglieri, assessori e padroni del mondo. Qualcuno ama dire che Taormina, in fondo, è una piccola San Marino o un’altra Montecarlo, siamo abbastanza presuntuosi per pensare che avremmo realmente tutto per essere considerati veramente tali ma oggi non siamo neanche lontani parenti di quelle realtà. Siamo una Ferrari ridotta a una macchina scassata da portare allo sfascio e restiamo in auge perché la forza della storia e la potenza della bellezza di Taormina compensano la mediocrità umana.

Quelli che hanno amministrato Taormina si sono persi, in tanti casi hanno fallito non perché qui ci fosse bisogno di scienziati ma perché alla lunga si sono fottuti la testa, non hanno fatto le cose essenziali del buon governo e hanno perso il contatto col territorio, hanno dato priorità a se stessi e ristretto il perimetro della loro occasione al vendere un pò di fumo e chiacchiere e dispensare un pezzo di formaggio per i propri accoliti.

E’ un pò come se la Nazionale di Roberto Mancini avesse disputato gli Europei con ognuno in campo a giocare per se stesso, senza passarsi la palla e ad esaltarsi nella logica da Vanesio dell’“io prima di tutto”. Invece dentro e fuori da un campo di calcio la differenza la fa il Chiellini della situazione. Giorgio Chiellini, detto King Kong, e’ uno che non ha le simpatie calcistiche di chi scrive – per chiarirlo – ma ha calpestato la Spagna, ha dominato la paura, ha assorbito la sofferenza di tutti e si e’ caricato il destino un gruppo sulle sue spalle. E mentre sfotteva gli altri ha vinto una partita come ne ha vinte tante altre nella sua carriera: con il carattere e con il sorriso. E’ uno che negli ultimi 10 anni si è rotto per cinque volte il naso perché lotta, le prende e le restituisce, sa dominare psicologicamente gli eventi. Il New York Times ha scritto sulla risata di Chiellini che in quel frangente l’Italia aveva già vinto: “Sapeva cosa stava per accadere”. Per il Telegraph sembrava trarre “un piacere perverso dal dolore della performance”. Chiellini è uno che al sorteggio della monetina, dopo 120 minuti, ha incartato il capitano avversario come un turista alla stazione. Rivedetevi la scena: l’arbitro raccoglie la monetina dall’erba, lo spagnolo s’impappina sulla scelta della metà campo, l’italiano se ne accorge, lo umilia e vince la partita. “Mentiroso, mentiroso”, lo spagnolo viene stritolato ed è l’immagine simbolo che rende il senso di tante cose.

A Taormina il dissesto non è un provvidenziale rito di purificazione, come la si vuole far passare, ma l’estrema unzione sul flop di una classe politica che non ha ancora realizzato il senso della lezione ed è chiamata a comprendere che una delibera di dissesto è un’assunzione di responsabilità che va oltre i formalismi, con i suoi annessi e connessi, morali ancora prima che politici, ai quali non ci si può sottrarre. Non si può fare finta di niente. Il sistema ha fallito e la misura e’ colma.

La politica a Taormina è un’arte da ripensare, senza evidentemente animosità o pregiudizio alcuno, ma con la serena e lucida consapevolezza che il modus operandi della Seconda o Terza Repubblica – così la definiscono inutili politologi – è stato un disastro. Bisogna spogliarsi di certi egocentrismi da bottega, dell’errata convinzione di possedere il Sacro Graal della politica quando si fa fatica a mettere insieme l’abc della vita, e soprattutto serve la presa di coscienza che l’aria inebriante di Taormina ha confuso troppi persone convincendole di poter comandare il vapore quando poi, in verità, contano poco o nulla tra le mura di casa. Il territorio non si governa con uno smartphone e nemmeno con qualche allegra puttanata social, ma tra la gente e con la gente. I problemi sono diventati a Taormina uno specchio deformato, dove non c’è il Chiellini della situazione, uno che la mattina si alza e va a sudare per la causa collettiva. Ci sono soltanto singole individualità, nemmeno eccelse nelle materia, che di per sé potranno essere le migliori persone del mondo ma non sono stati e non sono all’altezza del compito.

Chi se ne frega se nelle frazioni i vicoli sono un pisciatoio senza neanche l’illuminazione? Chi va a prendere a calci nel sedere i porci che creano discariche e incendiano pezzi di città? Chi va a vedere se dopo la pandemia c’è sofferenza nelle periferie? Vogliamo dare il lusso ai turisti quando non siamo neanche capaci di stare a contatto con il territorio? Il dissesto non è una benedizione ma deve essere una lezione, il monito a cambiare mentalità. La sfida per rilanciare Taormina – repetita iuvant – non la si vince maneggiando il biglietto al Teatro Antico e neanche tagliando un nastro in Corso Umberto ma andando a metterci la faccia nelle frazioni, ridotte a sobborghi di serie C.

Taormina per svoltare non deve cambiare i cavalli del palazzo a seconda della convenienza per simpatia o antipatia. Bisogna ripartire dalle persone capaci e meravigliose che si possono trovare e che sono tali nell’umiltà e non nell’egoismo, dai concetti di sinergia e solidarietà, isolare l’individualismo ostinato e polverizzare l’antagonismo esasperato, valorizzare la dimensione della bellezza e non l’oscurantismo del non fare niente e non far fare agli altri. Taormina ha tutto per tornare (ma scordiamoci che possa avvenire a breve) a campare di rendita ma ora deve rimboccarsi le maniche e deve trovare gente che sia all’altezza di riportarla lì dove merita, altrimenti ci si consegnerà definitivamente alle eleganti ondate barbariche dei pirati del risciacquo in cravatta.

Il consenso facile a troppi politici non all’altezza è stato l’esercizio masochistico a scadenza quinquennale del darsi una martellata perpetua nei maroni. La solita corsa al buio a rimescolare le stesse carte di chi va al governo e chi all’opposizione, salire sul carro del vincitore – per poi scenderci non appena il carro comincerà a puzzare di sconfitta – ha legittimato il suicidio a rallentatore del Comune e il decadimento di una città che dovrebbe andare a “mangiarsi” la concorrenza e sfidare la crisi con una fame feroce e, invece, ancora non ha capito come regolarsi, da dove e come ripartire. Non basta cambiare il singolo ma la mentalità collettiva per provare a volare, non rassegnarsi a galleggiare e vivacchiare rischiando poi di far crepare il tessuto sociale ed economico del luogo. La via è stretta, la strada è tracciata. Cambiare o affogare. O si svolta e si rema dalla stessa parte, con intelligenza e carattere, senza giocare a “fotti compagno”, o si finirà ancora più giù del purgatorio del dissesto.

Se qualcuno dovesse aver perso il telecomando dei neuroni e si sta chiedendo, insomma, che cavolo c’entra Chiellini con Taormina? Non è una bestemmia ma un parallelismo scolastico: partite come Italia-Belgio e Italia-Spagna hanno un valore didascalico e insegnano che per vincere le battaglie, in campo e nella vita, serve un Chiellini. Essere determinati e spigolosi, sporcarsi le mani e lottare, non illudere gli altri per poi giustificarsi, da fighetti o santoni, con qualche minchiata e lasciare il popolo cornuto, mazziato e pure dissestato.

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