Il Comune di Taormina entro la fine di luglio andrà ufficialmente in dissesto finanziario. L’annuncio dato sabato 3 luglio 2021 dal sindaco della città sancisce l’epilogo per molti versi già scritto di una storia, un finale che noi avevamo già previsto e anticipato sarebbe stato esattamente questo. Il sipario sulla pagina più buia al Palazzo dei Giurati ha un retrogusto amaro ed è sceso proprio nel giorno conclusivo del festival del cinema, come una sinistra coincidenza tra arte e realtà.

Non ci sarà ricorso contro il verdetto della Corte dei Conti, il Comune di Taormina si arrende e getta la spugna senza neanche prodigarsi in un ultimo disperato tentativo di scongiurare il dissesto. Non c’era più niente da fare, il ricorso sarebbe stato perso hanno sentenziato illustri giuristi ed esperti vari. La giurisprudenza è materia che non si inventa e non ha pietà per la finanza creativa, anche se rimane la presunzione di fondo che, pur in presenza di un piano deficitario e pasticciato, un tentativo estremo di salvarsi lo si poteva pure farlo. Se non altro forse si poteva andare a dire alla Corte dei Conti, senza troppi timori reverenziali, che Taormina non è Vattelapesca e meriterebbe altro trattamento, ricordando che ad altri comuni è stato lanciato un salvagente nonostante fossero messi allo stesso modo o pure peggio. Magari sarebbe arrivata un’altra bocciatura, perché – questo è indiscutibile – è il Comune di Taormina che si è messo da solo nelle condizioni di dover dichiarare il dissesto.

“Non è una catastrofe, le tasse andranno al massimo ma in realtà lo sono già da anni”, ha rassicurato l’attuale sindaco. Ad ogni modo all’orizzonte c’è uno schiaffo senza precedenti per il Comune di Taormina. Non va in dissesto un Comune qualsiasi dove si fa la fame ma il più ricco della Sicilia, quello che ha il reddito-capite più alto dell’isola, un ente che ha 18 milioni di debiti da ripianare ma oggi ne ha 15 di liquidità di cassa, quello che ha la più alta concentrazione di attività ricettive e di commercio e ristorazione in un territorio di soli 11 abitanti e dove, soprattutto, nonostante la pandemia continua il via vai di investimenti anche se è cosa ampiamente nota che in molti casi si tratta di un paradiso della centrifuga.

Il paradosso è colossale tanto quanto la misura è colma. Si potranno fare mille giri di parole ma i fatti sono più ostinati di qualsiasi acrobazia dialettica. Con il dissesto cala il sipario sul ventennio (o dovremmo forse dire trentennio) di un Comune dove è accaduto di tutto e di più e la gran parte di quelli che sono andati ad amministrare la città andrebbero messi su un pulmino e spediti in Siberia con un viaggio turistico di sola andata. Tutte bravissime persone, molte (non tutte) anche abbastanza intelligenti e simpatiche prese singolarmente, lo diciamo in premessa: ma sul piano politico se si arriva al dissesto non è perché il Fantasma dell’Opera ha sabotato i bilanci e neanche perché qualcuno si sarà prodotto in qualche Macumba di lunga data.

Il Comune più ricco della Sicilia – ripetiamo di nuovo l’espressione a chi fa finta di non capire – va al dissesto per l’incapacità generale di una classe politica locale che, nella baldanza del credersi al centro dell’universo, si è fatta sfuggire di mano la situazione, navigando a vista nelle acque di un eldorado che si è trasformato giorno dopo giorno in un pantano, perché la logica dominante è stata quella del “tanto pagherà chi verrà dopo”. Invece alla fine il cetriolo finisce nelle tasche di pantalone: pagheranno i taorminesi. Per lo più quelli che si sono sempre indaffarati a pagare regolarmente le bollette, non quelli che hanno maturato centinaia e migliaia di euro non versati al forziere municipale.

Il dissesto non è la fine del mondo, per carità di Dio, non ci sarà il diluvio universale e siamo certi che nessuno dovrà rispondere di alcuna responsabilità. Finirà a tarallucci e vino come da sempre avviene in Italia. Si metterà un punto, si pagheranno i debiti e in qualche maniera si andrà avanti. Ma – per dirla con fine linguaggio oxfordiano – vogliamo prenderci per il culo e far passare il messaggio che il dissesto è una passeggiata di salute o una manna dal cielo? Se le tasse a Taormina erano già al massimo e si può ostentare la magra consolazione che tanto il peggio era già arrivato da un pezzo, altrettanto vero è che i tre commissari che verranno nominati dal Ministero dell’Interno avranno il compito di sanare i debiti e recuperare i crediti, bussando quindi alla porta dei contribuenti per ottenere i mancati pagamenti sia da parte dei “furbetti” sia di chi non è in regola perché è in difficoltà e lo sarà ancora di più dopo la pandemia.

Il dissesto non è la cura ma l’estremo rimedio per salvare il moribondo. E’ il punto esclamativo sul fallimento di almeno due generazioni di amministratori che si sono alternati alla guida del palazzo senza riuscire a farlo svoltare, che non hanno impedito si creassero i presupposti per il dissesto e lo hanno confezionato, mettendo ciascuno un tassello e portando il proprio mattone al default.

Adesso assisteremo al solito scambio di accuse: è tutta colpa di Tizio, no è colpa di Caio, c’entra pure Sempronio. Vedremo chi verrà messo in croce e chi avrà il coraggio di auto-assolversi. La caccia al colpevole ora – tardiva e solo per prendere in giro i taorminesi – è quanto di più inutile e insopportabile possa esserci. Molto meglio il silenzio, perché in questa brutta storia si fa una gran fatica a intravedere vergini vestali e chi è senza peccato. C’è da auspicare almeno che si abbia la decenza di risparmiare ai taorminesi questo stucchevole teatrino dei “finti tonti” e dei moralismi politici di circostanza. C’è da sperare che tutti abbiano la decenza di chiedere scusa, assumendosi le responsabilità di un fallimento, che tale è nella forma e nella sostanza e non è interpretabile motu proprio. Bisogna mettersi una mano sulla coscienza senza trincerarsi nel burocratese e nel paraculismo. Non ci sono margini per suonare la grancassa delle giustificazioni e a nulla serve il vuoto contraddittorio paesano di chiacchiere che non cambieranno il corso delle cose.

Sino a questo momento ognuno ha pensato troppo spesso ai propri egoismi ed egocentrismi: ma ai taorminesi chi ci ha pensato? E questo è il risultato. Ci si è illusi di poter amministrare vita natural durante Taormina mentre si accumulavano 30 milioni di tasse non riscosse e facendosi scippare dalla Regione – senza fiatare e per un pugno di biglietti – pure altre forme di introiti come la percentuale sul biglietto di ingresso del Teatro Antico. Vabbè tanto Taormina è Taormina, mica andrà mai al dissesto? La Corte dei Conti avrà il coraggio di spedire Taormina al dissesto? E infatti il 25 maggio è arrivata la bastonata. Si scrive 25 maggio 2021, si legge de profundis che parte da lontano.

A maggior ragione dopo la pandemia, è finito il tempo in cui poi arriva l’estate, panem et circenses, si tagliano i nastri, ci si mette in posa per i fotografi e si va al Teatro Greco a fare la sfilata con il biglietto omaggio. Il Teatro Greco, tra una supercazzola danzante e l’altra, non poteva essere la panacea dei mali e neanche l’oppio del popolo.

E’ vero che un’azienda può fallire e sparire, un ente locale può andare al dissesto ma non morirà comunque. Ma ad eccezione di qualche imprenditore imbecille, chi gestisce un’impresa privata in molti casi lo sa che ad un certo punto bisogna tirare il freno e dimensionare gli investimenti. L’impresa pubblica, invece, si basa per lo più su rapporti estemporanei, vive di strette di mano e sorrisi, palliativi e continui rimandi, ammiccamenti di comodo e generose prebende, non immaginando i danni che alla lunga, a cascata, questo modus operandi disincantato può procurare. Il Comune di Taormina ha ingrossato le tasche di professionisti e consulenti mentre si accumulava quella voragine di debiti e tasse non riscosse, che non sono soldi non pagati da donna Peppina ma da piccole e grandi imprese che in tanti casi non potranno più essere oggetto di recupero delle somme (vedi cessata attività o prescrizione). Ed è questo che è avvenuto a Taormina, dove non c’è mai stata una stretta e anziché armonizzare i bilanci si è cercato di mettere qualche toppa alla carlona, lasciando all’asciutto i creditori e pretendendo i servizi dalle partecipate senza però pagarle. Per il resto una pacca sulla spalla e il “cerino” in mano al fesso del giro successivo.

Con la dichiarazione del dissesto ora si chiude una stagione, bisognerà ricominciare mettendoci impegno e buon senso, senza ipocrisia. Ma soprattutto – se possibile – senza una certa spocchia e presunzione che nella vita non portano mai da nessuna parte.

Ah, ovviamente non ci siamo scordati delle responsabilità della burocrazia comunale, che ha fatto peggio della politica e alla quale è stato consentito di fare cose allucinanti per tanti anni. La via più comoda da percorrere, per qualcuno, sarà riempirsi la bocca scaricando le colpe del dissesto su quelli come Giovanni Coco, infangando la memoria di chi può aver fatto i suoi sbagli ma che poi è stato l’unico che ha pagato con la sua vita, sulla sua pelle, i disastri (di altri) del Comune di Taormina.

Eppure il dissesto richiama alla mente altre funzionari e altre scelte infelici degli amministratori taorminesi: tutto era iniziato con i maxi-regali a qualche funzionario al quale venivano liquidate in un solo colpo 25 mila euro di ferie non godute, la festa è proseguita con chi a lungo ha portato a casa lauti stipendi da oltre 100 mila euro all’anno, c’era chi si auto-assegnava i premi di produttività valutandosi da solo e chi veniva addirittura ancora incaricato dal Comune nonostante fosse già andato in pensione. A Taormina il cerchio si è chiuso con un ente che, alle porte del default, si è pure affidato (“gratuitamente”) a chi è stato condannato dalla Corte dei Conti a risarcire 150 mila euro “per essersi liquidato somme eccedenti il limite di centomila euro”. E in nessuno di questi ultimi casi stiamo parlando di Giovanni Coco, a conferma che ad un anno da quella tragedia il destino del Comune di Taormina è giunto all’amaro punto di non ritorno ma nulla è cambiato e la storia non ha insegnato niente. Il perimetro delle responsabilità collettive e delle silenti ipocrisie era e resta assai più ampio di quanto il teatrino della politica taorminese voglia far credere.

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