Nell’estate della ripartenza (reale o ancora virtuale?) del turismo, a Taormina si torna ad accogliere i turisti con la speranza che il disastro colossale dell’ultimo anno possa andarsene al più presto e sparire insieme a questa maledetta pandemia.

L’emergenza sanitaria nel 2020 si è portata via oltre il 72% dei turisti e ha liquefatto quel dato di Un milione di pernottamenti in città che sino al 2019 era una costante. E lo stesso trend asfittico è proseguito il primo semestre di quest’anno. Adesso si ricomincia ma come? Facciamo finta che non è successo niente? Rialziamo le saracinesche, togliamo la polvere e dimentichiamoci che siamo stati asfaltati da un treno in corsa che ha devastato tutto e travolto tutti? Dimentichiamo e cerchiamo di riavvolgere il nastro al 2019? Possiamo anche farlo ma forse non è la via maestra e così facendo rischiamo di imbucarci nel vicolo cieco delle romantiche illusioni di un’epoca che (ad oggi) non è tornata.

A Taormina, nei fatti, l’estate numero due dell’era Covid è ricominciata come era finita quella precedente. Domina il “mordi e fuggi”, impera il turismo di prossimità della passeggiata e della mezza giornata al mare con la pasta al forno e un gelato, soffrono invece le strutture ricettive dove le prenotazioni non sono in linea con le aspettative. E i turisti, quelli veri, che portano soldi e lasciano qualcosa alle attività del territorio?

C’è tempo, non bisogna fasciarsi la testa perché la crisi non c’è solo a Taormina ma nel mondo intero. Il problema è che altrove si stanno attrezzando reinventandosi e rivedendo alcune cose. Qui ci si sta affidando alla sorte, ai luoghi comuni del passato, e alla convinzione che i vacanzieri dall’estero prima o poi torneranno (si spera a fine estate). E soprattutto convinzione che ci salverà il lusso e la svolta la daranno gli alberghi a cinque stelle che porteranno ondate di ricchi turisti in città e li moltiplicheranno per salvare capre e cavoli.

Siamo davvero certi che andrà proprio così? Siamo sicuri che a smacchiare la pandemia (varianti, collegamenti aerei e altre incombenze permettendo) sarà il miracolo del lusso dei vari Four Seasons e Arnault? O piuttosto quei turisti, in assenza di servizi all’altezza sul territorio, verranno invitati a fare delle escursioni altrove, sull’Etna e in altre zona della Sicilia, e il loro tempo verrà riempito in una maniera tale da non metterli al cospetto dell’evidenza delle irrisolte criticità locali?

Buon senso e scaltrezza avrebbero voluto che l’occasione fosse foriera per ripensare il modo di fare turismo ma soprattutto per produrre un grande sforzo collettivo per accompagnare questi colossi migliorando i servizi e le condizioni del territorio, ed elevandone gli standards così da renderli almeno in parte all’altezza di queste “Ferrari” dell’ospitalità. Serviva uno scatto di generosità, nell’interesse della comunità intera. Tuttavia, basta vedere in quali condizioni è stata lasciata Mazzeo e più in generale la zona a mare per mettersi le mani nei capelli. Il lungomare dell’affaccio sul mare di Taormina è pieno di buche, l’illuminazione è fatiscente e in alcuni vicoli regnano odori nauseabondi. Da 20 a questa parte a Mazzeo non è cambiata una virgola e chi ha avuto, chi ha e avrà responsabilità di governo dovrebbe chiedere scusa alla gente del luogo e ai turisti. Senza scuse e senza giustificazioni, senza se e senza ma.

Basta e avanza l’amara visione della bellissima ma abbandonata Mazzeo per comprendere che Taormina era e resta uno dei luoghi più belli del mondo ma lo sarebbe decisamente di più se quelli che hanno il privilegio di governarla e presentarla ai turisti ne avessero molta più cura.

Il lusso, intendiamoci, l’apporto insomma dei grandi alberghi sarà un valore aggiunto, un elemento importante, per Taormina e questo è fuori da qualsiasi discussione perché nessuno in Sicilia e neanche al Sud ha una concentrazione talmente significativa di hotel in una località turistica di 11 mila abitanti. Però non è il punto centrale di ripartenza ma un’arma da sfruttare se ci si metterà nelle condizioni di poterla esaltare. Non si costruisce una casa dall’attico con piscina ma dalle fondamenta. Un pò come la presunzione di uno che deve andare a una serata di gala e mette la cravatta e il gel nei capelli senza neanche indossare prima le mutande.

Non si può rilanciare la destinazione Taormina se ci si convince di poterla promuovere tra chiacchiere di borgo, selfie paesani e logiche di quartiere, trasposti a schizzi sui social. Non si riparte a bomba senza rimediare a piccoli e grandi problemi atavici e più profondi disagi che partono da molto prima della pandemia. Un tempo c’è stata la capacità, anche indubbia abilità, di fare stare i sacchi in piedi e friggere con l’acqua (nemmeno minerale) i momenti più complicati. Ora la pandemia è stata un uragano che ha messo a nudo la qualunque, ovunque e per chiunque: tutti stanno ripartendo da zero e deve saperlo fare anche Taormina. La gente non vuole la luna, pretende attenzione e mentalità operaia.

Il dopo pandemia (ammesso che in autunno – speriamo di no – non si riproponga l’ennesimo capitolo dell’emergenza) non concederà troppe prove di appello. Taormina è costretto ad affrontare una fase di grande crisi che può tradursi nell’incipit di una rinascita o nell’anticamera del declino. La sfida non è semplice da affrontare ma è lì davanti a tutti e far finta di non osservarne le dinamiche avrebbe il solo effetto di ritardare la ripartenza o affondarne le aspettative di rilancio.

La speranza è che invece, questa estate gli occhi li apra a quelli che non hanno ancora compreso dove soffia il vento della crisi e che bisogna scendere dal piedistallo, rimboccarsi le maniche e mettersi a correre per non farsi schiacciare dalla concorrenza. Il modello “lusso, pensaci tu” è una trappola, un errore che rischia di rivelarsi fatale. Prima lo si comprende e meglio è. Altrimenti la nottata sarà lunga, ancora molto lunga.

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