Anche Taormina, al pari di tutte le altre mete turistiche italiane, entra nel vivo nell’estate 2021 con la consapevolezza che non sarà una stagione di grandi numeri per il turismo e sarà soprattutto una ripartenza lenta e all’insegna del turismo di prossimità. Pesa l’eco amaro di una pandemia che non è ancora finita, un anno di tsunami sanitario e socio-economico equiparabile a pieno titolo ad un dopo-guerra e una serie infinita di fattori contingenti che tengono in scacco l’Europa intera, come anche l’incertezza nel settore aereo dove le compagnie sono ripartite tardi e i collegamenti con la Sicilia non sono esattamente adeguati alle aspettative dell’industria del turismo nostrana. E si sa che poi se non arrivano i turisti con gli aerei il resto rischia di sfumarsi e ridursi praticamente a sesso degli angeli, tra filosofia, belle parole e ondate di “zulù”.

Detto ciò, al netto di mille problemi che permangono e per lo più esulano da dinamiche locali, rimane qualche dubbio di fondo: si poteva sperare in qualcosa di più? Si poteva fare qualcosa in più e di diverso per tentare di attrarre i turisti che stanno tornando alla vita e hanno voglia di trovare la libertà negata dalla pandemia?

La sensazione, in linea generale, è che solo una mano divina avrebbe stravolto in meglio il corso delle cose dopo questa guerra inattesa, tuttavia una campagna decisamente più aggressiva e più incisiva per convincere la gente a scegliere la destinazione Taormina la si poteva e la si doveva fare.

In un’annata che non è neanche lontana parente dell’era ante-Covid, in tanti si sono illusi che sarebbe bastato riaprire e con un colpo di spugna sarebbe finito nel giro di qualche mese l’effetto Covid. E’ del tutto evidente che non è così. Ma soprattutto si è pensato di poter ripartire con dei prezzi sostanzialmente simili se non identici al passato, quando c’è in giro una marea di gente che fa una gran fatica a rimettersi in carreggiata e fa i conti della serva prima di fare un passo in avanti. E allora l’idea migliore sarebbe stata quella di lanciare una campagna pubblicitaria dissacrante, in grande stile (ma una campagna vera e degna di essere chiamata tale, non quelle paesanate alla carlona e sul modello “Io, mammete e tu” che da tempo si lanciano in questa città) per comunicare che Taormina quest’anno fosse raggiungibile, ad esempio, al 50% in meno.

Non basta la buona volontà – ad onore del vero – di qualche singolo, e il fatto che qualche operatore economico questo concetto lo abbia colto e messo in atto. Serviva una scelta forte dell’intera realtà Taormina, della filiera locale nella sua interezza, per provare a dare uno scossone, osare e provocare per destabilizzare il mercato al cospetto della concorrenza spietata, che dopo il Covid sarà dieci volte più agguerrita di prima.

Sarebbero arrivate a Taormina flotte come sino al 2019 di turisti stranieri? Assolutamente no, e chi lo pensa o lo dice vada subito a farsi fare un Tso, perché quest’anno va così e bisogna farsene una ragione, punto e basta.

Sarebbe, invece, arrivato a Taormina un buon numero in più – rispetto ai modesti dati attuali – di turisti stranieri e anche italiani, sapendo che questa meta offre pacchetti speciali, di gran lunga migliori di altre realtà che s’industriano ma non hanno luoghi altrettanto incantevoli? La risposta – noi ne siamo fortemente convinti -, è sì.

Taormina è una capitale del turismo che attrae ovunque, che, però, deve adeguarsi al momento e sfidare la crisi giocando questa partita sul terreno stesso di questa guerra, nel pantano delle difficoltà colossali in atto. In battaglia non si va con lo smoking e le scarpe da ballerini, col biglietto per il concerto al Teatro Antico e il pass per l’apericena nell’hotel di turno. Di fronte ad un’estate avara di soddisfazioni si poteva comunicare al mondo un’offerta senza precedenti per questa stagione e il messaggio – trattandosi di Taormina – non sarebbe passato inosservato. Il resto, senza troppi artifizi, lo avrebbe fatto da sola la bellezza e la storia di un luogo che da sempre si presenta da sola e non necessita dell’inutile mano dei comuni mortali contemporanei.

A questo punto, ovviamente, i paladini del lusso imbracceranno i vessilli del “No al 50%, urleranno ai quattro venti che “Taormina è Taormina” e che buttando giù i prezzi arriverebbero altre ondate “mordi e fuggi”. Ma l’alternativa è avere gli alberghi semi-vuoti e i ristoranti che lavorano solo sabato e domenica come adesso? L’alternativa è trovarsi dentro l’ingranaggio di un’Italia dove a maggio si sono contate 52 milioni di ore di cassa integrazione con un aumento del 25,8% rispetto ad aprile? Si può scegliere di adeguarsi ad un sistema che sta stritolando tutti e subire insieme agli altri o discostarsi dal sistema per resistere, cambiare strategia e tentare di riposizionarsi. La via è stretta, altre opzioni non ce ne sono. Oppure convinciamoci che sia tutto ora quel che luccica, nascondiamoci nel festival dell’ipocrisia del sold-out e illudiamoci che  due o tre alberghi di lusso (dove fatichiamo a contare il numero di lavoratori taorminesi) con le loro belle tariffe da mille euro a notte salveranno Taormina.

E allora riflettiamoci bene e andiamo oltre le apparenze e le presunzioni. Siamo certi che buttare giù i prezzi e spiazzare la concorrenza voglia dire fare un passo indietro e sia una mossa non in linea con una meta top del turismo? Si dirà in definitiva: Taormina al 50% ma di che e di quali prezzi? La risposta quelli che fanno marketing la conoscono.

Ricordate lo show game “Ok, il prezzo è giusto”? Cento, cento, cento. Il concorrente del “cento” l’ha sparata ancora alta, è stato eliminato da questa mano di gioco e dovrà riprovarci l’anno prossimo, e il dramma è che non se n’è ancora accorto.

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