Anthony Barbagallo e Cateno De Luca

TAORMINA – Uno strana coppia politica sotto il cielo di Taormina. Nel sabato sera in cui era in programma al Teatro Antico il gran gala di Taobuk, sono stati, infatti, avvistati insieme in un bar di Corso Umberto il segretario regionale del Partito Democratico, Anthony Barbagallo, e il sindaco di Messina, Cateno De Luca.

Non un incontro casuale ma un incrocio che non è passato inosservato. Un vero e proprio summit che si è consumato ai tavoli di un centralissimo bar, nel salotto di Taormina, meta di incomparabile bellezza ma anche luogo per eccellenza dove spesso l’arte diventa la quinta essenza della vita e valica il proscenio del Teatro Antico. L’uno accanto all’altro, eccoli il capo dei democratici che studia la sfida al centrodestra per le Regionali 2022 e l’impertinente leader di Sicilia Vera che quell’appuntamento elettorale se lo è già cerchiato in rosso da un pezzo nel calendario, con l’ambizione certificata di correre per la presidenza della Regione. Prove tecniche di intesa per un ribaltone nel magmatico panorama politico isolano? Provocazione ad hoc per lanciare un segnale o cos’altro nel faccia a faccia tra De Luca e Barbagallo? Secondo i bene informati qualcosa bolle in pentola perché i due commensali di questa inattesa chiacchierata (alla quale c’era anche il sindaco di Santa Teresa di Riva e deputato regionale, il fedelissimo deluchiano Danilo Lo Giudice) sono distinti e distanti eppure accomunati dall’obiettivo condiviso di trovare la quadra per detronizzare l’attuale governo Musumeci.

E allora, nella trama ancora da scrivere delle prossime elezioni siciliane, da una parte ecco Barbagallo che stringe con Giancarlo Cancelleri e i M5S sul modello romano giallorosso ma poi proprio a Taormina una settimana fa ha precisato: “Che si sappia che il Pd non ha mai detto di aver rinunciato alla presidenza della Regione. Prima costruiamo il perimetro della coalizione con gli alleati e poi, insieme a chi sarà al nostro fianco, troveremo un metodo di scelta del candidato presidente”. Dall’altra parte De Luca, il guastafeste per eccellenza, che ha già indossato da tempo il vestito su misura che preferisce, quello di chi vuole sparigliare le carte nella lunga corsa alle Regionali del prossimo anno. De Luca è quello che ha sparato bordate dure e crude contro i grillini, bollandoli come “sotto i capelli niente” e destinando loro una vagonata di altri improperi, non ne ha risparmiate neanche al Pd nella contesa politica messinese ma in questo momento “panta rei” e non ci sorprenderebbe vederlo persino a un tavolo con Giancarlo Cancelleri.

C’è un tempo per ogni guerra, la storia guarda altrove e chiama altre battaglie. Nel mirino (politico) del sindaco di Messina ora c’è la sfida dichiarata al governatore Nello Musumeci, perché quello è il terreno sul quale dove si vuole misurare De Luca e tutto il resto è un universo dove si può ragionare con chiunque per far saltare il banco.

Rumors su quell’incontro galeotto di ieri sera sussurrano che Barbagallo e De Luca si siano guardati in faccia non per vaghe disquisizioni filosofiche – come di certo si dirà – ma per provare a capire se davvero si può immaginare un punto di convergenza. Fantapolitica? Lo era anche la narrazione da “mai al mondo” che ha preceduto il primo e il secondo governo Conte e anche il governo Draghi del tutti dentro. E se il Pd ha deposto le “armi” sul M5S e si ritrova in un governo con Salvini, non sarebbe blasfemo immaginare che anche il nemico De Luca possa improvvisamente diventare un’opportunità, la tentazione a cui guardare senza pregiudizio. Perché, alla resa dei conti, una squadra che vuole avere l’ambizione di vincere non può prescindere da un bomber, magari solista e ingestibile, tatticamente “anarchico” ma che ha dimostrato di avere numeri importanti e una rara abilità nella capacità di far saltare gli schemi.

Barbagallo e De Luca

Barbagallo e De Luca ragionano e forse ammiccano. Sanno che immaginare un’alleanza è un’ipotesi decisamente complicata, se non inverosimile. Ma quell’incontro a Taormina può intanto rappresentare un segnale (voluto) di convenienza reciproca, da dare a qualcuno, senza doversi nascondere in un colloquio carbonaro ma nella platealità della ribalta salottiera taorminese. Roba da far saltare sulla sedia la parte “pura” della sinistra che non ama De Luca e ne pensa peggio come non lascerà indifferente neanche il centrodestra. Perché un centrodestra unito potrebbe avere la strada spianata verso il successo ma c’è un’alleanza che, invece, è in gran fermento. Forza Italia è spaccata in due o più anime (Marco Falcone scalpita e bisognerà capire se Gianfranco Miccichè sceglierà l’appoggio bis a Musumeci o andrà avanti sino a fine legislatura per poi fare altre scelte?), la Lega spinge e punta a ritagliarsi maggiore spazio così come Fratelli d’Italia è destinata a crescere e contare di più, con la concreta prospettiva di un partito che d’altronde Giorgia Meloni sta trascinando al sorpasso ormai prossimo su Salvini & Company.

Il centrodestra dovrà trovare, insomma, una quadra che ad oggi – nella sostanza – non c’è. Chissà cosa accadrà al centro, dove pezzi trasversali di politica siciliana preparano cantieri e bagagli, ma soprattutto all’orizzonte spunta lo spettro incombente e ingombrante di De Luca, che vuole candidarsi alla presidenza della Regione, e al netto dei ragionamenti poi sul quanti voti prenderà, è uno che quando scende in campo lo fa per sovvertire il pronostico e non per fare la comparsa. A Messina in molti davano per sconfitto, spacciato e condannato a una figuraccia il sindaco di “periferia”, “il paesano” che dalle campagne di Fiumedinisi si era spostato in città per un tentativo baldante ma velleitario di arrivare alla sindacatura: il risultato è che De Luca ha inflitto una sonora batosta a quelli che lo schernivano, e di prepotenza si è preso lo scettro di Palazzo Zanca, producendo uno tsunami politico che in un solo colpo ha spazzato via le ambizioni di centrodestra e centrosinistra.

C’è anche chi dice che De Luca sarebbe pronto a ritirarsi dallo sprint per le Regionali 2022 e riproporsi a Messina o magari andare a Roma, se Musumeci dovesse abdicare alla scelta di non ricandidarsi ma sembra uno scenario da escludere: propendiamo per la certezza che l’attuale governatore voglia riproporsi e non farà un passo indietro per nessun motivo e De Luca ragionerà di conseguenza. De Luca (e non solo lui) studia l’exploit e ha la convinzione che in una tornata dove non ci sarà l’ondata del voto di protesta grillina, “l’effetto Scateno” potrebbe trovare terreno fertile nel voto degli incazzati e dei malpancisti.

Morale della favola: sull’incontro al bar si dirà che tra Barbagallo e De Luca è stata un amichevole chiacchierata al bar e non si è parlato di politica. Arriveranno le solite smentite di rito ma in politica nulla accade per caso. Lo sa bene un centrosinistra che pur nell’alleanza Pd-M5S, ad oggi non trova un volto in grado di parlare senza troppi intellettualismi alla gente e trascinare una coalizione alla vittoria. Allo stesso modo tra le fila dell’attuale governo siciliano monta la percezione di dover serrare le fila, perché andare al voto con lo schema tradizionale centrodestra contro centrosinistra sarebbe una cosa ma avere la spina nel fianco del terzo incomodo De Luca riporterebbe alla memoria i fantasmi di quel 2012 quando la corsa solitaria di Miccichè aprì un’autostrada all’outsider Crocetta. Se poi dovesse addirittura diventare realtà la pazza idea di un patto tra De Luca e Partito Democratico (ma il M5S ci starebbe?), a quel punto la scalata alla prima poltrona di Palazzo d’Orleans diventerebbe una battaglia ancor più incerta, materia impervia per oracoli, strateghi e sondaggisti.

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