La stagione turistica incombe e a Taormina – come del resto in tutta Italia e nel mondo – la pandemia non molla e non si arrende. Dopo un anno di fatturato zero, una città e l’intero primo polo turistico siciliano si preparano all’ora x. Sta per cominciare un’estate che rischia di diventare una “fotocopia” della precedente ma in ogni caso diventa una finale. E’ l’ultima chiamata per fermare l’emorragia di una crisi devastante che si è portata via l’80% delle presenze e ha massacrato gli operatori economici e il tessuto sociale.

Sino ad oggi la vita corre ancora in sospeso tra il desiderio collettivo di tornare ad una parvenza di normalità e la minaccia di un maledetto virus che non se ne va e continua a tormentare imprese e famiglie che non chiedono la luna ma pretendono – in modo sacrosanto – di tornare a lavorare e garantirsi una vita dignitosa.

Viviamo un periodo di soloni da salotto e scienziati della porta accanto, sapientoni del virus che bombardano le nostre coscienze dai programmi televisivi e stregoni da tastiera che sfoggiano sui social una laurea in medicina conseguita in un’altra vita. E’ una stagione di incoerenza, di contraddizioni e di comportamenti che stridono l’uno con l’altro, non soltanto nei gesti altri ma talvolta anche nei nostri. E’ un momento dove regna il caos cosmico del tutto ed il contrario di tutto.

“Ripartiamo”, “Non si può ripartire”, “Ce la faremo”, “Non ce la faremo”, “Riapriamo tutto”, “Teniamo ancora chiuso”. Se non fossero stati già chiusi, oggi i manicomi si riempirebbero molto più delle terapie intensive. Chi l’avrebbe mai detto che nel 2021 avremmo dovuto avere la strizza di incontrare un parente o un conoscente e che in un anno ci stiamo lavando le mani più di altre tre o quattro epoche messe insieme? Chi avrebbe mai pensato che si può scatenare una polemica bestiale persino per una manifestazione di gioia di giovani “colpevoli” di festeggiare in strada la vittoria della loro squadra del cuore? Ma soprattutto chi l’avrebbe mai lontanamente immaginato che alle porte dell’estate avremmo dovuto fare i conti con il “coprifuoco”, come se fossimo dentro la quarta guerra mondiale? E per molti versi, d’altronde, di una guerra ormai si tratta, una lotta senza tregua dove il nemico non sgancia bombe dal cielo e non imbraccia pistole e fucili ma è un vigliacco invisibile che colpisce a tradimento e spara alla libertà, un qualcosa di cui sappiamo ancora poco o nulla. Altra storia è evidentemente, l’assurdità di chi vuol farci credere che alle 22.01 arriva per le strade il Vampiro Covid, il virus delle tenebre, che, dopo aver dormito di giorno, poi la sera si sveglia e colpisce nell’oscurità chi passeggia, chi fa un aperitivo o mangia un gelato, sino a minacciare di far strage nei ristoranti.

La verità sulla quale si è tutti d’accordo è che i giorni passano, il tempo si allunga come una lama, la politica continua a litigare e a non capirci nulla, i ristori sono stati acqua fresca e sono pure finiti: perciò monta la rabbia comprensibile di chi sta pagando un prezzo altissimo alle restrizioni sanitarie, persone che hanno un’attività da salvare e una famiglia da mantenere. Storie di gente che deve riuscire a portare a casa un pezzo di casa, senza se e senza ma.

Oltre le chiacchiere da bar e le polemiche sterili, sta arrivando un’estate che vivremo anche stavolta tra situazioni complesse e sentimenti contrastanti, di nuovo sull’altalena di una parvenza effimera di normalità e il tarlo del bastardo, con qualche turista che tornerà e tanti altri che probabilmente (speriamo) li rivedremo solo nel 2022.

Chi può risolvere una volta per tutte questa storia? Ad oggi nessuno. Non ha la bacchetta magica Mario Draghi e non la detiene nessun altro comune mortale. Intendiamoci: non significa che siamo fritti, perché l’ottimismo era e resta il sale della vita, ma vuol dire che stavolta non ci possiamo affidare al miracolo del singolo. I vaccini sono e saranno importanti ma anche questi da soli non risolvono e si dovrà arrivare ad un tempo ancora lontano in cui il 70/80% delle persone saranno state vaccinate. Serve l’apporto di tutti e nessuno escluso, oggi più di ieri, adesso più di qualche mese fa, stringere i denti e provare a resistere ai disastri del sistema. C’è bisogno di un equilibrio tra necessaria prudenza e legittimo desiderio di libertà, un ultimo sforzo per contribuire al tentativo di spezzare una volta per tutte le redini a questa catena di contagi. Altrimenti da questo gran casino non ne usciamo più. E prima lo si comprende e prima ci riprenderemo quello che questo virus ci sta rubando ogni giorno e ogni istante.

Nella seconda estate italiana dell’era Covid, quella in cui Roma si distrae dalla pandemia e si infiamma per l’arrivo di Josè Mourinho (con l’Italia sportiva che si divide di nuovo tra chi è pro o contro lo Special One), dal calcio alla vita c’è una frase (tra le tante) del Vate di Setubal che, in fondo, può mettere tutti d’accordo e a suo modo rende il senso delle cose: “Nessuno di noi può prevedere il domani. Però le emozioni, le sensazioni, le immagini restano con noi per il resto della vita. Vivere con brutti pensieri è una tragedia; vivere con dei bei ricordi ci dà la forza per continuare la lotta. Siate voi stessi, non perdete l’identità del collettivo. Giocate come diavoli e andate a vincere!“

Mourinho c’è chi lo ama e chi lo odia, è uno scaltro affabulatore (a Roma direbbero un gran paraculo) ma non un pirla: il portoghese è una persona intelligente che ha sempre colto l’essenza delle motivazioni e quanto sia fondamentale fare squadra e dare tutto, insieme verso un unico traguardo: spingere gli altri ad andare oltre i limiti per mascherare anche i propri.

Nel ventre molle delle paure di tanti e nella ricorrente tentazione del “paesanismo” di troppi, la forza di un tentativo di ripartenza non può prescindere dall’aspetto motivazionale e dalla condivisione generale che i prossimi mesi andranno affrontati con equilibrio e spirito di coesione. Con la consapevolezza che si riparte per provare a recuperare i disastri di un anno tremendo e servirà tempo ed enorme pazienza (e fortuna) per tornare ai livelli di prima. Con altrettanta consapevolezza che la pandemia non è finita e nel frattempo bisogna continuare a fare grande attenzione e non abbassare la guardia, per non vanificare i sacrifici e per non perdere di nuovo quei pezzi di libertà che pian piano stiamo ritrovando.

L’attesa sfibrante di una svolta e l’impellenza di esorcizzare un’altra estate da flop deve prescindere dalle frenesie, dal convincersi che siamo diventati virologi. E meno che mai è il tempo di di piccole conflittualità e antagonismi di quartiere. Stavolta le chiacchiere stanno a zero, c’è in gioco il nostro presente ed il futuro delle nuove generazioni.

Il mondo non potrà continuare a lungo a mostrarci questa faccia brutta e cattiva ma per uscire dal pantano, in attesa che i vaccini sconfiggano sul serio questa pandemia, ognuno deve continuare a fare la sua parte, ancora e fino in fondo. La forza e la caparbietà di una comunità può essere più contagiosa del virus. “E’ una situazione completamente diversa dagli anni felici ma ora l’obiettivo viene prima di tutto. Bisogna avere il carattere per andare avanti e sconfiggere le avversità”. Per dirla così, alla Mourinho, ora bisogna essere tutti un pò Special One, perché in questa guerra ogni persona e’ importante: resistere e remare con caparbietà nella stessa direzione per cacciare il nemico da questo territorio e cominciare a riprendersi finalmente la vita. 

La strada è lunga e la via resta impervia, ma la storia non tradisce: il mondo è sempre passato da qui e tornerà a farlo. E’ solo una questione di tempo.

© Riproduzione Riservata

Commenti