Nino Manfredi

Il 22 marzo 1921 nasceva in quel di Castro dei Volsci, delizioso paesino della Ciociaria, Nino Manfredi. Ci ha lasciati il 4 giugno del 2004, dopo una carriera d’attore costellata di successi, protagonista di alcuni dei più grandi film della storia del cinema italiano. Raccontare la storia di Saturnino, questo il suo nome di battesimo, sarebbe complicatissimo, per la ricchezza della sua carriera, l’incredibile quantità di registi straordinari con cui ha lavorato, soprattutto per lo spettro ampissimo che ha abbracciato con le sue interpretazioni dell’italiano più o meno medio.
Dopo una gavetta in teatro, nel 1949 esordisce al cinema, per dovere di cronaca con Torna a Napoli di Domenico Gambino. Da lì, per cinque decenni, è stato parte della nostra Storia. Facile dimostrarlo.
Fu Pasquino per Luigi Magni ne L’anno del Signore, ma anche Ciceruacchio In nome del popolo sovrano e il Monsignor Colombo da Priverno ne In nome del Papa Re. Una trilogia che racconta la genesi del Regno e dell’Italia stessa. Quel paese che contribuì a far diventare repubblica l’Antonio di C’eravamo tanto amati, forse il più importante (e anche meraviglioso) film della storia del cinema italiano. E forse quel partigiano, poi portantino, che ha cercato di capire se valesse la pena di aver rischiato la pelle per quella per trent’anni, aveva dei fratelli. Uno poteva essere Il padre di famiglia Marco, che all’alba del ’68 è un architetto che deve affrontare il trauma di essere padre e marito in un’Italia già senza identità. E magari, saturo della società che non lo capisce, si è volutamente perso nel Continente Nero, mettendo sulle sue tracce Alberto Sordi in Riusciranno i nostri amici…
Manfredi, Gassman, Sordi, Mastroianni, si sono incrociati, sfiorati e confrontati, talvolta anche non troppo amichevolmente. Ma insieme hanno creato un immaginario del nostro paese irripetibile e prezioso, che proprio oggi, in un momento di grande confusione e paura, dovrebbe essere nuovamente visto e studiato. Tra tutti, Manfredì è stato quello che, anche e molto più di Sordi, si è cimentato nell’abbracciare tipi dei più differenti. L’emigrato in Svizzera di Pane e cioccolata, film straordinario di Franco Brusati, dovrebbe essere un esempio da portare ogni giorno, così come il “barista” di Cafe Express e il cameriere di Spaghetti House. Giuliano Montaldo regalò a Nino Manfredi, ma forse non avrebbe potuto affidarlo a nessun altro, un ruolo incredibile ne Il giocattolo, ritratto fotografico del borghese italiano negli anni di piombo. Anche da regista Manfredi comprese perfettamente le necessità degli italiani. Per Grazia Ricevuta, la sua opera prima, è una delle più lucide analisi del bisogno di spiritualità imposta di cui ha bisogno il nostro paese. Nudo di donna, con una splendida Eleonora Giorgi, è un giallo onirico che rompe il tabù dell’italiano diviso tra famiglia e trasgressione.
Avremmo bisogno oggi di un Nino Manfredi, ci sta provando Valerio Mastandrea da tempo, che con Manfredi divise la scena in uno degli ultimi film d’attore, e anche del grande e mai sufficientemente celebrato Luigi Magni, La carbonara. Proprio in quelle settimane Mastandrea era al Sistina nei panni che per primo vestì proprio Manfredi, quelli di Rugantino. Già, perché Nino Manfredi cantava anche magnificamente ed era una stella del musical italiano.
Nino Manfredi avrebbe raccontato questi anni, forse sarebbe bastato quest’ultimo anno, con una lucidità e una cattiveria necessaria. E al contempo con una giusta benevolenza nei confronti dei suoi connazionali. Chissà se lo avremmo capito. (ITALPRESS).

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