Un nuovo ritrovamento archeologico rilancia la straordinaria valenza storica della Valle dell’Alcantara quale luogo di insediamenti e di occupazione in epoche assai remote. A darne notizia è il taorminese Eddy Tronchet, autore di un importante scoperta.

“Qualche tempo addietro m’incamminavo lungo un sentiero nei pressi del grande fiume quando alcuni frammenti di ceramica hanno attratto la mia attenzione. Tra gli anfratti delle rocce laviche s’intravedevano numerosi cocci di terracotta. Arrampicatomi sulla parete del fronte lavico sono giunto a ridosso di una piccola cavità nella quale affioravano diversi cocci di ceramica dipinta. Il frammento più importante, probabilmente un’anfora, presenta una decorazione a bande brune orizzontali sull’ansa a nastro, degli archetti sulla spalla del vaso e qualcosa di somigliante ad una piccola metopa al lato dell’ansa”.

“Verificato lo stile e la tipologia del manufatto è apparsa evidente una deposizione di oggetti di età molto antica. Per essere più precisi ascrivibili all’età del Rame e del Bronzo antico. Il luogo di giacitura degli oggetti, un ripido fronte lavico preistorico, immediatamente a ridosso del fiume, riveste carattere di particolare interesse visto che nella maggioranza dei casi le ceramiche di epoca preistorica alle falde dell’Etna sono state rinvenute negli ingrottamenti lavici, cioè all’interno delle famose gallerie o tunnel di lava molto frequenti sulle pendici del vulcano”.

“Nella mia relazione alla Soprintendenza di Catania, nel descrivere il luogo preciso della scoperta su di un fronte lavico preistorico e non al di sotto della colata lavica, come alcuno ha erroneamente interpretato, ipotizzai tra l’altro una deposizione a carattere cultuale ed in relazione con il fiume. Tutto ciò frullava nella mia testa e le risposte, forse, sarebbero giunte dopo uno scavo archeologico”.

 

“Avvisai immediatamente il luogotenente Salvatore Vittorio del Comando Carabinieri di Taormina, la già citata Soprintendenza di Catania, l’Istituto di archeologia dell’Università di Catania e l’Assessorato Regionale ai Beni Culturali, quindi organizzammo uno scavo preliminare. Stabilito il luogo d’incontro con la dott.ssa Maria Turco, il dott. Francesco Privitera e la dott.ssa Angela Merendino ci avviammo verso il luogo della scoperta che si presenta piuttosto impervio trattandosi di un fronte lavico di un’eruzione risalente all’Ellittico, vulcano altissimo, ben 3600 m. ed attivo tra 57.000 e 15.000 anni fa. L’effetto erosivo del fiume ha causato crolli di massi e pietre per cui è stato indispensabile munirsi di caschi e corde per l’arrampicata in mezzo ai blocchi di lava e ai tronchi d’albero e intraprendere lo scavo della cavità”.

 

“Il materiale venuto alla luce, oltre ad un modesto quantitativo di ossi di bovide, è costituito da frammenti di vasi riconducibili per stile, forma e decorazione alle popolazioni della Sicilia e dell’area etnea della fine del terzo inizi del secondo millennio a. C. Periodo della preistoria siciliana che vede vari processi in atto da tempo, come una maggiore specializzazione artigianale o come gli influssi sempre più invadenti provenienti dall’Egeo e dalla Grecia continentale con la ceramica detta “matt-painted ware”. 

“Quante domande in quelle ore di scavo ci siamo posti. Si tratta di una deposizione funeraria? Non necessariamente, in quanto non sono state rinvenute ossa umane, almeno in quella cavità. Quindi la necessità di onorare o ringraziare il fiume o il grande vulcano attraverso una piccola offerta di doni assieme alle membra di un bovide? Potrebbe darsi che questa sia la lettura adatta considerando ritrovamenti confrontabili in altre parti della Sicilia ascrivibili all’età del Rame che farebbero pensare a pratiche rituali. Una cosa è certa le genti che avevano deciso di riunirsi e vivere sulle pendici del vulcano sentivano più di altri la forza immane della natura. Quando le lingue di fuoco e le pietre incandescenti ruotavano a valle bruciando alberi, foreste e incutendo paura, si risvegliava in loro una specie di timore e forse di sottomissione a quelle energie sconosciute ed incontrollabili. Di conseguenza diventa plausibile la voglia di onorare quelle presenze e manifestazioni terribili con doni, offerte, vasi decorati, espressione del loro ingegno, assieme a parti di animali che costituivano la loro sussistenza vitale”.

“Così immagino l’insediamento di questo clan nei pressi della sponda opposta del fiume e che guarda la montagna infuocata. Così vedo i suoi abitanti, un gruppo di uomini e donne, forse qualche bambino, vestiti con pelli di animali, che avviandosi a compiere un rito sacro, sperano di placarne l’impeto. Essi portano con se preziosi vasi, integri e dipinti, forse colmi di alimenti. Altri uomini hanno con se pezzi di carne di bovidi ed altri ancora gli strumenti per accendere il fuoco sacro. Saliti sulla parete scelgono la cavità e depositano le loro offerte su di un letto di paglia e ramoscelli. Il fumo salendo al cielo segna l’avvenuta cerimonia e riappacifica gli abitatori della valle con la loro imponente ed infuocata montagna. Torneranno nelle loro capanne e dormiranno sonni tranquilli consapevoli di avere compiuto un gesto rassicurante”.

“Presupporre attraverso semplici e pochi artefatti che gli uomini preistorici della Valle dell’Alcantara nutrissero una forma di credenza è alquanto complicato. Ma immaginare che i loro sensi percepissero forze invisibili e superiori alle proprie, è sicuramente lecito. Perciò hanno lasciato quei vasi e quei pezzi di carne in omaggio alla terra, al fuoco e all’acqua.
E noi, in queste strane finestre temporali chiamate scoperte archeologiche, riusciamo a sbirciare un tantino sulle gesta dei nostri antenati, questi abitatori della Valle dell’Alcantara vissuti più o meno 4.000 anni fa, ai quali vanno il nostro rispetto e il nostro ricordo”.

© Riproduzione Riservata

Commenti