Lo abbiamo scritto a chiare lettere che la richiesta di decretare almeno sino a fine mese la zona rossa in Sicilia, avanzata nei giorni scorsi direttamente dal governo regionale e poi accolta a Roma, è stata una forzatura, un modo per non ammettere che nella nostra isola la sanità è stata sventrata dai tagli alle strutture ospedaliere e dalla perdurante incapacità di potenziare le terapie intensive in modo significativo. Dunque, la sanità isolana non può reggere l’avanzata del Covid e si chiude l’intera Sicilia, mettendo tutti nello stesso calderone, mischiando la situazione drammatica di chi ha i contagi a centinaia e chi invece come Taormina, Giardini, Letojanni (e Castelmola) – il primo polo turistico siciliano – si sta difendendo bene e conta 29 casi nel raggio di 20 mila abitanti con un tasso di positività tra i più bassi d’Italia.

La battaglia tra la Sicilia e il Covid è in corso, in alcune parti il “bastardo” è riuscito ad insinuarsi con tanti contagi e in altre parti, invece, è stato contrastato con più efficacia. Per la Sicilia sarebbe stato più logico e più corretto rimanere perlomeno in zona arancione come gli altri: invece no, nella terra dei gattopardi che ormai è diventata anche quella dei Tafazzi, si è scelta l’auto-fustigazione e si è preteso di fregiarsi del poco edificante titolo di unica regione italiana attualmente in zona rossa. In teoria per una strategia di prevenzione e contenimento dell’epidemia, in pratica per non dover ammettere – lo ripetiamo alla noia – che la sanità non è all’altezza della situazione. Non per colpa degli operatori sanitari, che fanno il loro mestiere in modo impeccabile, e neanche per colpa dei cittadini tacciati di non rispettare le norme anti-Covid.

E allora eccola sul piano pratico la prima eloquente riprova di quello che poi si rischia con questo tipo di decisioni, mentre la Sicilia è alla seconda settimana di zona rossa e si dà la colpa ai siciliani “troppo indisciplinati”.

Per l’Unione Europea in Italia ci sono zone ad alto rischio per l’emergenza Covid che potrebbero finire nel “purgatorio” delle aree “rosso scuro”, con riflessi negativi per il turismo. I commissari Ue per la Giustizia, Didier Reynders, e per gli Affari Interni, Ylva Johansson hanno presentato nelle scorse ore le misure Ue per gli spostamenti all’interno e all’esterno dell’Unione Europea per migliorare il coordinamento tra i Paesi membri.

La Commissione Ue propone che tutti i viaggi non essenziali siano “fortemente scoraggiati finché la situazione epidemiologica non sia migliorata considerevolmente”. Ciò riguarda specialmente le zone in “rosso scuro”. Per chi viene da quelle aree, gli stati devono prevedere un test prima della partenza e una quarantena all’arrivo. “Visto che la capacità di test è aumentata, gli Stati dovrebbero usare di più i test pre-partenza anche nelle aree arancioni, rosse o grigie”, scrive la Commissione nella sua proposta che aggiorna le regole sui viaggi. Chi rientra nel proprio Stato di residenza “dovrebbe invece poter fare il test appena arrivato”. Le indicazioni non si applicano ai transfrontalieri, che per lavoro o motivi di famiglia passano i confini molto spesso, e ai lavoratori del settore dei trasporti. La Commissione ha deciso di presentare le nuove proposte “alla luce delle nuove varianti del virus e gli elevati numeri di contagi”, e della necessità di evitare chiusure delle frontiere e divieti di viaggi diffusi.

La Commissione Ue propone soprattutto – ed è questo il punto fondamentale del discorso – l’aggiunta di un nuovo colore, il rosso scuro, alla mappa del rischio del Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) “per riflettere l’alto livello di infezioni parzialmente legate a nuove varianti di Coronavirus”, ha annunciato il commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, presentando la proposta della Commissione Ue sui viaggi dentro e fuori ai confini Ue. “La nuova categoria” di rischio “si applica alle aree in cui il tasso di notifica delle infezioni di 14 giorni è di 500 o più”, ha aggiunto.

L’Italia è tra i Paesi Ue con alcune zone che diventano ‘rosso scuro’, la nuova colorazione per le aree europee ad alto rischio Covid. Lo ha detto il commissario Ue per la Giustizia, Didier Reynders, anticipando i risultati di una simulazione della nuova mappa del contagio in Ue realizzata dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). “Dieci-venti Paesi Ue” presentano zone ad alto rischio che passano nella categoria ‘rosso scuro’: tra questi ci sono ampie zone del Portogallo e della Spagna e alcuni territori in Italia, Francia, Germania e Paesi scandinavi, ha detto.

Al momento la Sicilia si salverebbero da questa spada di Damocle delle aree rosso-scuro e sarebbero tre le regioni italiane, insieme alla Provincia autonoma di Bolzano, a rischio di essere mappate dall’Ue come zone rosso scuro e quindi essere sottoposte all’obbligo di test e quarantena per poter viaggiare nell’Ue. Si tratta di Friuli-Venezia Giulia, Veneto ed Emilia Romagna. E’ quanto risulta dagli ultimi dati pubblicati dal Centro europeo per il controllo delle malattie (Ecdc) relativi al numero cumulativo di casi ogni 100 mila abitanti negli ultimi 14 giorni. L’Ue ha deciso che quando questo valore supera i cinquecento viene indicata l’area come zona rosso scuro. Al 21 gennaio la provincia di Bolzano risultava con 696 casi cumulativi ogni 100 mila abitanti negli ultimi 14 giorni, il Veneto con 656, il Friuli Venezia Giulia 768 e l’Emilia Romagna 528.

Sicilia e la Provincia Autonoma di Bolzano, come si sa, sono state confermate sabato scorso in zona rossa. Entrambe potrebbero passare all’arancione da domenica 31 gennaio. E in effetti i dati dell’ultimo report sono incoraggianti, con Rt in calo. “Per fortuna i dati cominciano ad essere incoraggianti, anche se il numero delle vittime rimane ancora alto. Sono fiducioso: se il calo dovesse essere costante potremmo anche revocare la zona rossa e tornare a respirare nella zona arancione» ha detto il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci, al quale per la centesima volta ricordiamo che un giorno in più in rosso può far molti più danni di altri 30 in arancione e in

In definitiva: in Sicilia – lo ripetiamo – ci sono aree che sono in grande difficoltà per l’emergenza sanitaria ma anche altre dove, per fortuna o per l’efficacia del senso il virus non sfonda, eppure il discorso sfuma perché poi in sintesi gli atti dicono che tutta la Sicilia è zona rossa. Fuori quindi fanno l’equazione: Sicilia zona rossa-zona ad alto rischio.

La politica si dia una mossa e la smetta di fare acrobazie masochistiche. Immaginiamo cosa possa voler dire per un turista che all’estero pensa di programmare una vacanza in Sicilia ma poi scopre che qui siamo considerati zona ad alto rischio: ovviamente il malcapitato di turno verrà scoraggiato a scegliere la Sicilia come destinazione del suo viaggio, si limiterà a prendere atto di quella classificazione di zona rossa, senza sapere che in una parte dell’isola ci sono comuni che non arrivano neanche a 10 contagi o dove ne contano persino zero.

Qui si vive di turismo, la pandemia sta facendo danni come la grandine e gli operatori economici stanno cercando di resistere e ripartire, ma se ci si mettono poi pure le chiusure a “minestrone”, imposte dalla politica per nascondere i propri disastri e per arginarne i rischi, si rischia di aggravare una situazione già drammatica per il turismo. Altro che zona rossa, qui si rischia che il rosso scuro diventi un’altra stagione nera, nerissima.

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