La Sicilia resta in zona rossa e da domenica 24 gennaio diventa l’unica regione d’Italia considerata ad alto rischio di contagio. A farle compagnia, in pratica, rimane solo la Provincia Autonoma di Bolzano, poi per il resto è una sostanziale allentamento delle maglie che vale in tutto il Paese, anche se con 14 regioni in area arancione, due in più rispetto alla scorsa settimana. Vengono confermate in area arancione Calabria, Emilia Romagna e Veneto, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Umbria e Valle d’Aosta, e con le ultime ordinanze firmate dal Ministero della Salute, inoltre, entrano in questa fascia anche Sardegna e Lombardia, che prima erano rispettivamente in fascia gialla e rossa. Ci sono, poi, quelli della fascia gialla, ovvero 4 regioni, Campania, Basilicata, Molise e Toscana, più la Provincia autonoma di Trento.

Resta, invece, confinata negli inferi della lotta alla pandemia la Sicilia, in quella zona rossa chiesta e ottenuta nei giorni scorsi dal presidente della Regione, Nello Musumeci. E si parla di altre, ulteriori, possibili restrizioni in arrivo con l’ipotesi di “un lockdown duro”. In alcune zone dell’isola la situazione era e resta preoccupante, specie nelle aree metropolitane dove non si registrano i miglioramenti auspicati.

Ma c’è anche una parte della Sicilia “prigioniera” di un sistema cervellotico da rivedere e ripensare, con una zona rossa generalizzata che non ammette distinzioni neppure dove oggi sarebbe già eccessivo trovarsi in zona arancione. Taormina e l’intero comprensorio dei centri abitati che vanno dalla Valle d’Agrò alla Valle Alcantara sono l’epicentro più nitido di un paradosso che si conferma e non può passare in cavalleria.

Trascorrono le settimane e i numeri confermano che il primo polo turistico della Sicilia, il motore per eccellenza dell’economia siciliana, sta resistendo all’assalto del Coronavirus, anche nella fase più dura della battaglia. A Taormina, Giardini Naxos e Letojanni il virus non sfonda. Neanche nelle recenti feste di Natale c’è stata la tanto temuta impennata dei contagi. La gente si sta difendendo con la necessaria consapevolezza del pericolo, rispettando divieti e restrizioni e attenendosi alle uniche armi disponibili: mascherine e distanziamento. E i risultati non sembrano frutto della casualità. D’altronde era stato questo il territorio con il minor numero di positività nella prima ondata, nel lockdown dell’inverno 2020. In quel periodo vi fu la morte di una anziana signora a Giardini e il caso poi risoltosi per il meglio di un operatore del 118. Taormina e Letojanni chiusero addirittura il lockdown a quota zero contagi. E adesso che siamo dentro la seconda o forse terza ondata, i dati dicono che a Taormina si contano attualmente 9 persone positive, a Giardini Naxos 17 (stando però all’aggiornamento di qualche giorno fa e con altri soggetti che nel frattempo si sono negativizzati). A Letojanni i contagi da Coronavirus al momento sono soltanto 3.

Le tre località messe insieme sommano 29 casi di Covid nel raggio di un territorio di circa 20 mila abitanti: c’è da considerare pure il borgo turistico di Castelmola dove attualmente non risultano esserci persone positive. Anche la scorsa estate, nonostante le riaperture e l’assalto del “mordi e fuggi” (ribattezzato in tempi di pandemia come “turismo di prossimità”) questo comprensorio turistico era riuscito a non farsi sopraffare dalla minaccia del virus.

Il Covid – ribadiamolo con chiarezza – resta in agguato e non bisogna abbassare la guardia neanche per un attimo perché basta poco e la situazione si può ribaltare. La guerra al “bastardo” andrà avanti ancora per altri mesi, con le varianti inglesi, brasiliane e sudafricane che (tutte adesso) spuntano una dopo l’altra ad allarmare le persone e ad acuire il clima di paura di una popolazione stanca e stremata dal protrarsi sine die dei fatti dell’ultimo anno. Non sappiamo sino a quando si dovrà proseguire sull’onda di questo clima di incertezza, perché le vaccinazioni vanno a rilento. Ma una riflessione su come gestire questa fase, va fatta, in fretta e con rispetto verso i cittadini, senza fare il gioco delle tre carte.

Non basta la dedizione e il sacrificio collettivo di coloro che si stanno difendendo dal virus, osservando le regole, se dall’altra parte non si fa chiarezza e non si dà una chance di iniziare a riaprire e organizzarsi per provare a ripartire. Non si può tenere tutto chiuso, con l’economia ridotta al fatturato zero. Anche qui arriverà il solone di turno che potrà obiettare: ma da queste parti quando mai si è lavorato d’inverno? Vero, non si sono mai fatti grandi affari ma, al netto dello scenario pre-Covid, qui c’è chi non ha più neanche come guadagnarsi le 10, 20 euro al giorno per mangiare.

Aspettando il vaccino non si può vivere di chiacchiere e non ci si può nutrire di aria fresca:  a maggior ragione dove si vive di turismo per pochi mesi all’anno. Bisogna trovare un punto di equilibrio tra la lotta al virus e l’esigenza di far restare in vita le attività. Le famiglie soffrono e alcuni non si fanno avanti solo per pudore ma cominciano ad avere serie difficoltà anche a mettere in tavola un pezzo di pane. Come si può chiedere alla gente di non lavorare ma di continuare a pagare bollette, affitti, mutui, etc. Il lavoro è linfa indispensabile per chi di quello sopravvive.

La politica – regionale e nazionale senza distinzioni – si dia una regolata, si faccia un esame di coscienza (per chi ne ha una) e si metta in testa che le persone sanno comprendere bene cosa sta accadendo. E’ fuori discussione che il Covid era e resta il nemico numero uno da combattere, prima si riuscirà a sconfiggere questo maledetto virus e prima si potrà tornare alla vita di prima. Ma l’inerzia umana e la mediocrità politica di chi ha responsabilità di governo rischia di aggravare l’emergenza in modo irreversibile. La soluzione non può essere l’apri e chiudi a colori alterni, né i ristori ad muzzum ad m….am. Non si può dire ad oltranza: “Chiudetevi tutti in casa ad aspettare il vaccino“. Il giorno della vaccinazione lo aspettiamo in tanti e quasi tutti, ma se non si potenzia subito la sanità con un numero adeguato di terapie intensive e non ci si sbriga ad aumentare i posti letto (realmente e non per finta), non ne usciremo bene da da questa brutta storia. Di questo passo andrà tutto bene soltanto per chi ha le poltrone garantite a Roma e Palermo, il resto sta evaporando portandosi via la storia di vite intere di sacrifici.

Al netto dei negazionisti e di qualche sconsiderato che se ne frega di proteggere se stesso e mette a rischio pure gli altri, la gran parte delle persone sta facendo la propria parte, invece non si può dire lo stesso delle Istituzioni, che dovrebbero caricarsi il popolo sulle spalle e traghettarlo fuori dal pantano ma si limitano al rituale del “faremo” e si permettono di prendersela con i cittadini, come se prima del Covid fossero stati i pazienti a tagliare servizi essenziali o chiudere interi reparti degli ospedali.

Morale della favola: la Sicilia è finita in zona rossa e ci rimane perché chi l’ha governata (destra e sinistra senza distinzioni) le ha tolto una sanità in grado di fronteggiare questa emergenza senza dover temere il tracollo in caso di un incremento significativo di contagi.

E allora si chiude l’intera Sicilia e si mette tutti nello stesso pentolone. Peccato che – se si deve decidere sul serio in base ai numeri – dalle parti di Taormina e dintorni ci sia oggi una percentuale di contagi tra le più basse in assoluto, con una curva epidemiologica da zona gialla più gialla più del resto d’Italia. Invece si resta in castigo. Il palazzo dei politicanti ha emesso la sua bella sentenza auto-assolutoria: è colpa di “troppi siciliani indisciplinati”: fate i bravi e abbiate pazienza. Andrà tutto bene, madama la marchesa….

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