Corso Umberto di Taormina

Nel diario dell’emergenza, Taormina assiste alle vicende “romane” con la speranza che la crisi di governo possa partorire, al più presto e in qualsiasi modo, una soluzione risolutiva. Ci si augura che la politica, dalle parti della capitale, si ricordi che il Covid c’è ancora e ha paralizzato tutto, e che in questo momento la priorità non è una pietosa guerra delle poltrone ma la strage collettiva che rischia di compiersi nel tessuto economico di tante località in ginocchio in ogni parte d’Italia. Tra queste c’è anche Taormina, dove la gente – repetita iuvant – sta resistendo in modo encomiabile nel contrasto alla pandemia e, al di là di pochi casi di contagio, al momento tiene il virus fuori dalle mura della città ma nulla può fare al cospetto dello “tsunami” che ha travolto il turismo.

Le attività non incassano praticamente nulla dalla scorsa estate, è storia nota che qualcuno non abbia neanche riaperto ma il vero problema è che in tanti rischiano di dover abbassare la saracinesca in via definitiva se lo Stato non si sveglia e non farà la sua parte in modo tempestivo e adeguato. I ristori a “spizzichi e bocconi” non possono bastare ad alleviare la sofferenza di un intero tessuto economico e sociale che soffre ed è riuscito a restare in piedi nel primo anno di pandemia, barcolla e non molla ma difficilmente potrà riuscirci anche nel 2021.

Alle porte di una stagione turistica 2021 che si preannuncia di transizione, regna l’incertezza e chi ha un esercizio in città sta già facendo i conti e le tasche piangono. Nell’era Covid, con la dura legge dei numeri c’è poco da interpretare. La crisi, a Taormina come del resto altrove, sta spalancando le porte ai “colonizzatori”, che se già in passato – in tempi normali – hanno già preso di tutto e di più, stavolta si preparano a farsi avanti come avvoltoi per prendersi quel che è rimasto. Gli affitti (esorbitanti) restano quelli di sempre, come se nulla fosse accaduto, ma commercianti e imprenditori non incassano perché il 70% del turismo è evaporato, e allora non serve l’Einstein di turno per prevedere l’assalto finale dei “pirati” al territorio. E’ già pronto, o forse è già iniziato.

Quante attività in Corso Umberto (e non solo lì) sono già sul mercato? Quanti operatori economici riusciranno a resistere e ad affrontare anche questa enigmatica stagione 2021? Quanti esercizi rischiano di finire nelle mani dei corsari di turno, “novelli innamorati” di Taormina che già fanno pervenire le prime offerte, alle loro condizioni e a prezzi di comodo. I predatori dell’apocalisse Covid scaldano i motori per mettere tende e lavatrici da queste parti, nessuno può sapere chi siano davvero e quale sia l’humus del proprio percorso imprenditoriale.

Il tempo scorre inesorabile e la crisi si allunga come una lama sul destino di tanta gente ridotta al fatturato zero, che si è sacrificata per una vita, ci ha messo il cuore e i soldi, ha lavorato e si trova spalle al muro, col fatturato zero, a dover valutare se farsi da parte e piegarsi a proposte da saldo pur di salvare il salvabile. Parliamo di piccole e medie imprese dove c’è gente perbene che non incassa ma deve pagare tasse, mutui e affitti, che ha creato a suo tempo qualcosa e merita di essere salvata. Storie di attività che, invece, rischiano di essere spazzate via dal soffio spietato di questa crisi.

Lo Stato faccia la sua parte e senza perdere altro tempo. Serve una risposta concreta ed efficace a quel grido di dolore lanciato nei giorni scorsi dagli esercenti locali, a seguito del quale il sindaco di Taormina ha scritto poi una lettera alle deputazioni.

Taormina non chiede la luna e neanche posizioni di favore, pretende ciò che le spetta per la sua storia e per quello che rappresenta. E’ il tempo del senso di responsabilità. Nell’alveo del mercato parlamentare delle vacche, dove gran parte dei figuranti di maggioranza e di opposizione senza distinzioni – sono in tanti casi braccia sottratte all’agricoltura, c’è bisogno di qualcuno che per una volta dia un senso al proprio ruolo istituzionale.

L’appello è al buon senso di chi ha un ruolo attivo nelle Istituzioni e stavolta può determinare con il suo impegno e o la sua indifferenza la sorte di tante imprese e altrettante famiglie. E’ l’ora dei fatti: vale per chi è a Roma ma allo stesso modo per il governo regionale, che sin qui ha fatto molto poco. Non è più tempo di dar fiato alle trombe dell’illusionismo o riempirsi la bocca con la retorica ipocrita e stomachevole dell’amore per Taormina, tra una passerella e un aperitivo (per lo più a scrocco) in casa nostra.

Chi ha a cuore Taormina si muova in fretta e dia un’opportunità vera al tessuto economico locale di sopravvivere e rilanciarsi. Tutto il resto sono chiacchiere da bar e acqua al mulino dei pirati.

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