Dario Franceschini

TAORMINA – Era la sera del 18 luglio 2020 quando Dolce & Gabbana presentavano a Taormina “Devotion” e a quella serata al Teatro Antico era assente il sindaco della città, Mario Bolognari, per un altro – concomitante – impegno istituzionale: un incontro con il ministro Dario Franceschini. In quel momento, nel cuore di un’estate di sofferenza per la pandemia e per la crisi che ne è scaturita, il primo cittadino aveva chiesto un aiuto e la giusta considerazione da parte delle Istituzioni per la Città di Taormina, capitale del turismo siciliano e icona del top travel nel mondo, dove la pandemia ha fatto crollare i flussi turistici portandosi via i visitatori stranieri e l’85% dei flussi annuali.

La promessa – così pare – del doroteo ministro al Turismo era stata quella di dare una mano a Taormina ma i fatti hanno poi raccontato un’altra storia. L’impegno di Franceschini per Taormina è diventato una promessa da spergiuro visto che nel Decreto Agosto sono state individuate 29 città italiane ammesse al contributo per i centri storici (aiuti a fondo perduto fino a 150mila euro). Da Venezia a Roma, passando per Milano. Da Verbania fino a Matera e Siracusa. Sono alcune delle città ad alta vocazione turistica che hanno potuto accedere a quell’aiuto a fondo perduto per le attività commerciali dei centri storici che a giugno 2020 avevano subito un calo di fatturato di almeno il 33 per cento. E Taormina? Esclusa.

Il contributo a fondo perduto, in questione, è stato destinato alle attività di impresa di vendita di beni o servizi al pubblico dei centri storici dei comuni capoluogo di provincia o di città metropolitana che, secondo le ultime rilevazioni effettuate dall’Istat hanno registrato, prima dell’emergenza sanitaria, presenze di turisti stranieri in numero almeno tre volte superiore a quello dei residenti per quanto riguarda i capoluoghi di provincia e le città metropolitane, e per i comuni capoluogo di città metropolitana in numero pari o superiore a quello dei residenti. Una questione di parametri e criteri, le solite diavolerie dei palazzi che contano, che hanno escluso Taormina da una lista – quella delle località turistiche danneggiate dall’emergenza Covid – dove la Perla dello Ionio avrebbe dovuto trovarsi di diritto e a pieno titolo, in un modo o nell’altro.

Adesso il governo Conte – che sia questo o il prossimo, bis o ter, se rimarrà in carica questa maggioranza e se di riflesso ci sarà ancora Franceschini – è chiamato alla prova d’appello per verificare se in quel Decreto Agosto qualcuno è stato colto da un’insolazione nelle valutazioni che esclusero Taormina o se – al netto delle solite furbate di palazzo – un minimo di dovuta considerazione per la principale meta turistica della Sicilia c’è ancora. Non ci saranno scuse, Taormina vuole risposte: quelle che sin qui sono mancate.

Il sindaco Bolognari, ha seguito alla richiesta dei commercianti della città e scrive ai parlamentari messinesi per chiedere un aiuto alle attività economiche come Taormina che sono in ginocchio per la crisi in atto dall’inverno di un anno fa. In una lettera, infatti, qualche giorno fa 102 esercenti avevano invitato il primo cittadino a sollecitare un intervento del governo Conte in aiuto delle attività che non ce la fanno più. E così Bolognari ha inviato adesso una lettera ai parlamentari della provincia di Messina.

“In vista della discussione sul quinto decreto “Ristori”- afferma Bolognari -, desidero segnalare la particolare condizione nella quale versano i commercianti delle località turistiche, come Taormina. I provvedimenti di contenimento dei contagi da Covid-19, che consentono ai negozi di rimanere aperti, mentre nelle normali realtà urbane italiane possono evitare il tracollo, nelle località turistiche, dove i negozi sono strettamente collegati al funzionamento di alberghi e ristorazione, la semplice possibilità di rimanere aperti non costituisce alcun vantaggio. Anzi, essa si presenta come una penalizzazione a causa dei costi di mantenimento del personale dipendente e di ogni altro costo di esercizio. Tali esercizi commerciali sono tarati per un mercato costituito fondamentalmente da turisti e visitatori, per lo più stranieri; in assenza di movimenti turistici, essi sono privi di clientela. Nonostante il permesso di mantenere aperti gli esercizi, i commercianti finiscono per chiudere, al fine di limitare le perdite. Pertanto, andrebbero equiparati ai bar e ai ristoranti che, invece, restano chiusi per decreto”.

“Questa particolare condizione necessita di un intervento sul prossimo decreto ristori quinto, per sostenere economicamente imprenditori e commercianti delle località turistiche alla stregua dei bar e dei ristoranti chiusi per decreto. Pertanto, a nome di queste realtà chiedo una particolare attenzione al contenuto del testo che sarà sottoposto al Parlamento, affinché la categoria dei commercianti delle località a prevalente economia turistica venga ricompresa tra quelle destinatarie di ristori”.

“Per evitare un allargamento incontrollato della platea – conclude il sindaco, rivolgendosi ai parlamentari – mi permetto di suggerire di adottare, come già fatto in altra occasione, un rapporto di incidenza tra popolazione residente e numero di presenze turistiche nell’anno 2019. In tal modo sarà evidente la dipendenza del sistema commerciale dalla presenza di potenziali acquirenti provenienti da altre località. Confido in una iniziativa in questo senso positiva”.

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