Dalla pandemia al pandemonio, la seconda ondata del Covid rischia di diventare un massacro per un’Italia ancora sulle ginocchia dopo il lockdown dello scorso inverno. L’incubo sanitario si sta trasformando nel propellente di una rivolta sociale di un popolo stanco, impaurito e confuso. Il virus galoppa famelico e incontrastato verso i 20 mila contagi quotidiani, mentre l’Italia si divide tra le chiacchiere nei salotti televisivi e la politica che non ha la decenza di fare un patto per il Paese neanche in tempi di guerra. Il timore fondato di molti scienziati è che di questo passo l’incremento sarà esponenziale se non si interviene subito e in maniera incisiva.

In Campania il governatore Vincenzo De Luca ha rotto gli indugi e ha deciso di far scattare il lockdown. Altri lo seguiranno a ruota. A questo punto si va alla resa dei conti con il Coronavirus ma questa guerra non potremo vincerla se si continua ad andare a macchia di leopardo a suon di personalismi e divisioni che fanno solo il gioco del virus.

Di fronte ai numeri di queste ore il bivio è tracciato: è meglio andare tutti agli arresti domiciliari per un altro mese e cercare di spezzare le redini alla seconda (e si spera ultima) ondata o rimanere aperti e far avanzare il virus a rischio di far ammalare molte più persone e far scoppiare gli ospedali con la prospettiva concreta di una crescita incontrollata dei focolai? Delle due l’una, la scelta è ineludibile, il tempo delle mezze misure è finito. Qui non si può più pensare se si possono tenere aperte le scuole, piuttosto che le palestre e le piscine, cosa fare con i bar o i ristoranti e la movida sì o no, e questo o quello. O ci si salva tutti o si affonda tutti. Siamo sulla stessa barca. Il nemico va affrontato con l’esercito schierato dalla stessa parte, non con i soldati che vanno in prima linea e altri che rimangono nelle retrovie a pontificare e fare filosofia.

Per Conte e più in generale per la politica italiana è arrivato il momento di mettere da parte il teatrino della battaglia di parte. Da un lato c’è un governo che non decide, tergiversa e fa decreti a raffica, dall’altra le opposizioni che si limitano a dire “tutti aperti” non perché ci credono davvero ma per cavalcare la logica dei bastian contrario. Contro il Covid non si deve inseguire il consenso politico, l’esigenza corale dev’essere quella di unire le forze e i neuroni (almeno per chi li ha) in nome del bene di un Paese e della tutela della gente. Qui c’è poco da scherzare, il tempo scorre impietoso e si allunga come una lama sul destino di un popolo. Il virus sta trovando fertile ovunque e la retorica dell’immobilismo lo aiuta a far altri contagi. Al cospetto di un’emergenza del genere c’è da vergognarsi nel vedere i tg che mettono tra i titoli la notizia del “Pil” che sale o che scende. Siamo diventati così avidi e miserabili da pensare che sia più importante qualche punto di Pil o salvare delle vita umane?

Ecco perché bisogna darsi una mossa e assumersi la responsabilità di fare l’interesse nazionale senza divagare sull’inutilità sociale di supercazzole varie, senza pensare ai colori politici e nemmeno alle lotte di classe o orticello. E’ il momento del dover remare tutti dalla stessa parte, oltre ogni confusa contrapposizione ideologica che sta peggiorando le cose. Non ci si può più dividere quando è in gioco la vita di 56 milioni di persone.

La situazione è drammatica ma non ancora irreversibile, a prescindere dai toni apocalittici che stanno usando di nuovo alcuni pezzi di media che già in inverno erano stati la gran cassa del terrore pandemica. Occorre essere ottimisti, determinati e lucidi, tenere i nervi saldi e rispettare le regole in attesa che la tempesta passi. C’è la possibilità di ribaltare la partita e c’è lo spazio per imbastire delle strategie, a patto che siano immediate e non più gli inutili palliativi messi in atto finora. E’ evidente che l’aspirina per curare una febbre da cavallo non basta. La gente nel primo lockdown si è chiusa in casa, ora è stanca, provata e disperata, sta finendo i suoi risparmi, ha una paura tremenda di perdere quel poco che si è conquistata in una vita di sacrifici e così si vedono già le prime rivolte di piazza. Si parla dell’imperativo generale di non riempire le terapie intensive ma qui il pericolo da scongiurare non è solo clinico e sanitario, ma anche sociale. E’ necessario evitare che i feriti e i morti possano registrarsi nelle piazze e che la criminalità si approfitti della paura e la cavalchi per alimentare ulteriori tensioni e rabbia sociale, lucrando sui nuovi poveri per arruolarli al proprio servigio. Non dimentichiamo che 6 milioni di italiani rischiano di finire nelle mani degli usurai.

Il problema è complesso e impone una sterzata. La situazione sta sfuggendo di mano, al crepuscolo di un’estate, nella quale, d’altronde, le notizie sul Coronavirus erano quasi sparite, sintomo di un abbassamento di attenzione rispetto all’emergenza sopita. Ad agosto sono tornate ad invadere i palinsesti informativi. Oggi le regioni con il maggior incremento di contagi (soprattutto asintomatici) non sono più solo Lombardia e Piemonte ma anche Campania e Lazio, che poi sono quelle con le quattro aree metropolitane più popolose. La Sicilia rispetto alla prima ondata fa registrare numeri più alti ma sin qui resiste e bisogna continuare a difendersi a denti stretti. Oggi si torna a combattere in una partita dove si parla di “coprifuoco” notturni e chiusure di strade dimenticando che i focolai non sono solo quelli notturni della movida ma quelli della mattina e del pomeriggio sui mezzi di trasporto. Per non parlare della scuola, una bomba ad orologeria dove c’è da cominciare a chiedersi se la ministra Azzolina ci è o fa. Invece di questo “effetto fisarmonica” che stressa e impaurisce di fronte all’incubo di una nuova clausura coatta che si affaccia all’orizzonte, avrebbe forse aiutato la capacità di tenere alta la guardia nei mesi della tregua.

Se Conte decide di chiudere tutto il Paese come nello scorso inverno molti milioni di italiani subiranno le stesse sofferenze e dovranno combattere per riuscire a mettere in tavola il pranzo e la cena. Se, al contrario, non aprirà al lockdown, sarà in pericolo la salute e la vita di milioni di persone. Nessuna scelta potrà mettere d’accordo tutti ma bisogna scegliere il male minore per la collettività. E forse la strada da percorrere può essere quella di provare a resistere rinunciando ancora a un pezzo di libertà per sperare che questo virus bastardo se ne vada per sempre e che il 2021 possa essere l’anno della rinascita vera e poderosa.

Senza soldi non si canta la messa, ma se migliaia di persone si ammaleranno qui la messa non ci sarà comunque. Prima si sconfigge il maledetto virus e prima si tornerà alla normalità, perché – lo ripetiamo – è chiaro che il Covid non può essere eterno e prima o poi dovrà finire. L’anno che verrà sarà quello della vagonata di miliardi del Recovery fund, la politica usi il cervello e anziché litigare preveda investimenti urgenti nell’occupazione, per imprese e famiglie. L’Italia ha già superato due guerre nel Novecento e può farcela a mettersi alle spalle anche quest’altra.

La situazione è grave e si deve avere più coraggio nelle scelte. Ci sarà tempo e modo di discutere e analizzare la leggerezza fatale di un’estate in cui non sono stati previsti interventi adeguati e nessuno ha predisposto delle contromisure valide per prepararsi a questa seconda ondata. Inutile piangere sul latte versato e scannarsi mentre fuori c’è una battaglia epocale per la sopravvivenza.

La chiamata alle armi è arrivata. Conte agisca non domani ma ieri. Non tentenni su come farci morire, decida come salvarci. Agisca con fermezza e trovi la via più giusta per farci uscire da questo incubo.

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