TAORMINA – Il 28 settembre si discuterà in Consiglio comunale la proposta di delibera per la Tari (tassa sulla raccolta rifiuti) 2020 e nell’occasione l’Amministrazione ha previsto una riduzione della tariffa annuale del 25% per le attività economiche locali, ma la rimanente quota del 75% rischia di diventare un vero e proprio macigno per le imprese del territorio. Di fatto, se così andranno le cose, dovranno pagare anche le strutture ricettive che quest’estate non hanno riaperto a causa della crisi.

Per questo nelle scorse ore l’Associazione Albergatori Taormina ha chiesto di essere ascoltata in audizione in Commissione consiliare e i rappresentanti di AAT, Pippo Trefiletti e Gerardo Schuler, hanno discusso la spinosa questione alla presenza dell’assessore alle Politiche Finanziarie, Alfredo Ferraro. E l’assessore ha spiegato, in sostanza, l’impossibilità per il Comune di Taormina di poter chiedere un maggiore ristoro su questa imposta allo Stato poichè si trova in fase di predissesto. I comuni con piano di riequilibrio finanziario in atto, in sostanza, vengono penalizzati dallo Stato e a pagare le spese di questa situazione sono poi le imprese, alle quali non potrà essere praticato un abbattimento della tariffa superiore al 25% o l’esenzione da questa imposta per l’annualità in oggetto.

A Taormina almeno 10 strutture alberghiere di rilievo del territorio quest’estate sono rimaste chiuse e riapriranno nel 2021 ma, intanto, dovranno comunque pagare la Tari, che anche senza quel 25% di sconto avrà comunque il sapore di una beffa, con le rispettive proprietà costrette a pagare per un servizio mai svolto. Nello specifico la quota fissa prevista per un albergo senza ristorante è pari al 63% della Tari, mentre la quota variabile è del 37%.

“La tassazione dovrebbe essere equa ed è evidente che in questa condizione non si ravvisa alcune equità, siamo di fronte a una situazione ingiusta e penalizzante nei confronti delle imprese”, evidenzia Gerardo Schuler, proprietario dello storico Hotel Villa Schuler, che quest’anno è rimasto chiuso per effetto della crisi e che dovrà, nonostante ciò, farsi carico del pagamento Tari. “Bisognerebbe tenere conto di quanto un utente abbia guadagnato e di quanti rifiuti siano stati prodotti – evidenzia Schuler -. E’ un principio che parte dalla Comunità Europea ma che viene, in pratica, bypassato. Alla fine dobbiamo essere noi operatori economici a pagare la tassa per un servizio del quale non abbiamo usufruito. Avendo comunicato preventivamente la nostra chiusura al Comune avevamo posto l’ente nelle condizioni di andare a rivedere il contratto con la società preposta al servizio di raccolta rifiuti. In questa vicenda pagheremo noi per le pessime gestioni del Comune degli anni passati ed è scandaloso che in Italia si imponga di pagare per un servizio non richiesto”. “Il Comune – conclude Schuler – deve comunque trovare delle soluzioni alternative, anche per evitare una valanga di ricorsi, che per forza di cose ci saranno e determineranno ulteriori costi a carico della collettività”.

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