Giovanna Guerrieri

Nell’Italia che lotta contro la pandemia, tra le pagine di cronaca sempre piene di crimini veri e reati abominevoli c’è anche la storia, che si trascina irrisolta ormai da mesi, di una dipendente comunale che in Sicilia, a Giardini Naxos si è macchiata di una colpa per la quale si trova costretta ora a lottare in un’aula di tribunale. Non stiamo parlando di una “furbetta” del cartellino e nemmeno di una ladra. La vicenda è quella di Giovanna Guerrieri, lavoratrice del Comune di Giardini Naxos, “colpevole” di aver svolto un doppio lavoro per pagarsi le bollette ed evitare lo sfratto dalla propria abitazione. “Colpevole” a prescindere, anche se ha infranto la legge soltanto per non finire in mezzo a una strada.

Questa storia ve l’abbiamo raccontata a suo tempo, e francamente auspicavamo di non doverci più ritornare. E’ la paradossale odissea all’italiana di una dipendente del Comune da 15 anni, impiegata nei servizi cimiteriali da 8 anni. Dipendente a tempo parziale e indeterminato per 18 ore settimanali del Comune, il secondo impiego la signora – non potendole bastare un part-time da 600 euro con il Comune – lo svolgeva sempre al cimitero, in altro orario, con un contratto dal 15 ottobre 2018 al 15 ottobre scorso, con la ditta che a suo tempo ha avuto dall’ente locale in affidamento la gestione del cimitero (coadiutore amministrativo per 20 ore settimanali). Gli è stata, quindi, contestata la “violazione delle nome in materia di incompatibilità”, la “gravità dell’illecito disciplinare, la durata prolungata dello stesso, l’intenzionalità nel commetterlo essendo a conoscenza del divieto, nonché le conseguenze dello stesso”.

L’Ufficio Procedimenti Disciplinari del Comune ha inflitto lo scorso febbraio alla signora la “sanzione disciplinare della sospensione dal servizio con privazione della retribuzione per 6 mesi”. La dipendente comunale, difesa dalla sede di Giardini di “Ali Confsal” (Associazione Lavoratori Italiani) e dell’ufficio legale del sindacato, ha presentato ricorso con istanza di sospensione dinanzi al Tribunale di Messina, sezione Lavoro.

E’ una contesa che il Comune di Giardini Naxos avrebbe potuto (e dovuto) risolvere e chiudere in 10 giorni, anche se in verità ci verrebbe da dire in 10 minuti. Invece la signora ancora oggi rimane sospesa e si è vista costretta a fare ricorso e la Giunta municipale ha deliberato il 26 agosto scorso l’affidamento dell’incarico ad un legale con relativo impegno di spesa da mille 982 euro.

La signora può anche aver sbagliato, anzi lo ha già ammesso pubblicamente. L’ammissione non sana la colpa, ma punirla ad oltranza è una cosa che si fa fatica a comprendere quale senso possa avere. Quella del Comune è una posizione che non porta da nessuna parte e non serve a nessuno. La vicenda si caratterizza per la leggerezza e la superficialità di una donna che non conoscendo bene le leggi ha commesso un errore per necessità, tuttavia non si è resa autrice di una condotta criminosa volta a procurare danno all’ente. Lo dimostra in termini palesi il luogo in cui la signora ha prestato servizio per il suo secondo impiego, alla luce del sole e non da imboscata chissà dove.

In un momento in cui l’Italia è in ginocchio e Giardini Naxos anche per una terribile pandemia, con tanti problemi ben più gravi e impellenti da dirimere, mentre la gente soffre e piange, perde il lavoro e muore di fame, è inevitabile chiedersi che senso abbia la prosecuzione di un trattamento sanzionatorio nei confronti di una donna a cui vengono negate 600 euro al mese e vuole soltanto conservare un tetto dove poter vivere.

“….Sono rimasta sospesa e senza stipendio dal 14 febbraio sino a maggio, poi ho fatto istanza a maggio per l’emergenza Covid chiedendo di poter rientrare e quindi a maggio, giugno e luglio, ho avuto lo stipendio di 550 euro del Comune ma non ho lavorato perché sono stata posta in ferie di ufficio sino al 31 luglio. Poi il 1 agosto ho chiesto la conferma delle ferie di ufficio ma non sono state accettate e il 3 agosto mi hanno sospeso di nuovo, non so sino a quando. Mi è stata revocata la precedente disposizione di servizio riguardante la messa in ferie d’ufficio, sono di nuovo sospesa e senza stipendio. Non so quando si pronuncerà il tribunale e adesso rischio anche di essere sfrattata (dovendo sostenere il pagamento di un affitto di 450 euro al mese) e rimanere senza neanche una casa…”.

“Non so come potrò andare avanti, non ho fatto del male a nessuno”. Sono le parole di una donna che ha già dichiarato anche di sentirsi talmente disperata da aver pensato di compiere un gesto estremo (la invitiamo vivamente a non farlo mai, a resistere e a continuare a lottare) per il senso di grande tormento che la affligge in una situazione che non si risolve. Siamo di fronte a una delinquente? No. Ha arrecato un danno all’ente? Se si parla di questa circostanza evidentemente no. Se fossimo in presenza di un reato di indubbia gravità non ci sarebbe una virgola da eccepire e bene, benissimo, farebbe il Comune a non arretrare di un millimetro e a dare l’esempio. Ma qui di cosa stiamo parlando? Nell’Italia dove i tribunali sono ingolfati di cause ben più importanti per fatti assai più gravi, a Giardini finisce davanti a un giudice una donna che svolgeva un secondo lavoro per sopravvivere e la sua colpa l’ha consumata in un luogo pubblico sotto gli occhi di chiunque, dove al di là della questione delle autorizzazioni o non autorizzazioni, nessuno può dire per un anno intero di non avere notato la presenza di questa dipendente al cimitero anche oltre l’orario in cui lavorava per il Comune.

Qualcuno ancora oggi ritiene, addirittura, che questa donna si debba considerare una miracolata e debba andare in chiesa ad accendere un cero alla Madonna per essere stata soltanto sospesa e non licenziata. Nell’Italia dei dipendenti pubblici fannulloni che da tante altre parti del Paese timbrano con disinvoltura il cartellino per fottere lo Stato, a Giardini si percorre la via dell’inflessibilità verso chi ha lavorato di più per sfuggire ai morsi della povertà e ha svolto il suo secondo impiego nel medesimo luogo del primo, in un cimitero comunale, per un anno al servizio di una ditta incaricata dal Comune.

Siamo, insomma, di fronte ad un conflitto di coscienza: dove finisce il diritto di sanzionare la signora sulla base degli elementi formali e dove comincia, invece, il dovere di comprendere i presupposti umani di chi ha agito per disperazione? E’ il caso di andare oltre le carte bollate e fare una riflessione finale. Azioni e reazioni sono due facce della stessa medaglia e quando le conseguenze non sono irreparabili bisogna smussare gli angoli e dialogare. Ogni problema ha la sua soluzione, volente o nolente, e alla fine della giostra poi rimangono le buone azioni. La vita è questa, tutto il resto è letteratura.

La legge va applicata, si rispetta e non si interpreta, ma ha pur sempre i suoi confini e i suoi margini di flessibilità. Ci sono dei casi, come questo, in cui va ricercato un punto di convergenza valutando tutti i vari elementi, sgomberando il campo dagli strascichi di una condizione di conflittualità. La signora Giovanna ha già pagato abbastanza, non merita il perdurare di uno stato di privazione che ne acuisce le enormi difficoltà che sta cercando di affrontare con dignità. E’ il momento della pietās, sentimento che un tempo equivaleva al senso di compassione e rispetto per gli altri.

In definitiva, l’intransigenza sarebbe meglio riservarla a quelli che rubano, picchiano, stuprano e uccidono. Quando si parla della condizione di incontrovertibile disagio sociale ed economico di una donna che percepisce uno stipendio di 600 euro e ha un affitto di casa da 450 euro da pagare, oltre alle bollette, non ci può essere nessuna battaglia legale. Non ha una logica che si costringa una donna a dover fare ricorso e lottare davanti a un giudice per una situazione così kafkiana e che un Comune scelga la linea dura sino a farsi trascinare, a sua volta, in tribunale, dovendo impegnare in bilancio quasi 2 mila euro che magari potevano essere risparmiati e servire per aiutare qualche indigente della città.

Per questo rilanciamo un appello a tutti gli attori protagonisti del caso ad andare oltre la trincea del braccio di ferro e a chiudere in fretta questa spiacevole vicenda. Auspichiamo che un saggio apporto conciliante possa arrivare dal legale incaricato dal Comune, l’avvocato Aurora Notarianni, stimata professionista di alto livello e donna di grande intelligenza che conosciamo bene e nella vita ha combattuto con successo battaglie ben più importanti. Una persona che valuterà gli aspetti giuridici dall’ottica per la quale è stata incaricata ma saprà certamente cogliere con obiettività anche i risvolti umani di una vicenda che va risolta sedendosi ad un tavolo, non con lo scontro in tribunale. A chi può mai servire una prova muscolare contro una donna accerchiata dai tentacoli tremendi della povertà e che tra un paio di giorni forse (speriamo di no) rischia di non aver più neanche una casa? Qui si ferma la legge e comincia la ragionevolezza. E’ l’ora del buon senso, senza se e senza ma.

 

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