Giovanni Coco

La sentenza è stata emessa. Giovanni Coco l’ha eseguita da solo, decretando con le sue stesse mani un’atroce fine che consegna alla città di Taormina una delle pagine più buie  della sua storia recente. Sugli scogli della baia di Naxos è arrivata al capolinea la vita di un uomo che si è sentito schiacciato dal peso delle sue vicissitudini.

Di fronte a una morte così atroce serve rispetto per la vittima e per i suoi familiari. Sarà la giustizia – ma quella divina, per intenderci – a stabilire le sue colpe e i suoi sbagli. Non il chiacchiericcio di altri, non il cortile terreno dei comuni mortali e meno che mai il tribunale degli inutili idioti social.

Giovanni Coco ha scritto da solo l’atto conclusivo della sua vita. Venerdì scorso, poco dopo le 18 ha lasciato la camera di un hotel, dove abitava a Giardini Naxos, si è incamminato a piedi verso il porto, ha scrutato l’orizzonte per l’ultima volta, si è liberato così dalla zavorra ormai insostenibile delle sue inquietudini e ha detto basta. Non aveva più voglia di vivere, prima di andarsene aveva atteso la nascita del suo seconde nipote. Gli ultimi pensieri sono stati per i figli, per l’amata moglie Angelica e per i suoi due nipoti che non potrà vedere crescere. Poi Giovanni si è ricongiunto al fratello Nunzio.

Ha lasciato delle lettere, cinque per l’esattezza, ora al vaglio degli inquirenti: in quegli scritti c’è l’addio alla famiglia, c’è il ringraziamento all’avvocato Danilo La Monaca che lo ha difeso e ci sono le sue ultime verità.

I fatti di queste ore sono il frutto di una volontà sancita già da tempo. Il 15 novembre 2019 era stato investito dalla bufera giudiziaria dell’indagine sulle bollette d’acqua. Coco non era stato arrestato, non era stato posto nemmeno ai domiciliari, gli era stato imposto il divieto di dimora nella sua città. Poi c’era stata anche un’altra indagine, su un appalto all’asilo nido. Ma sin da quel momento era passato il messaggio che al Comune di Taormina e più in generale proprio nel suo paese ci fosse un artefice di tutte le malefatte della cosa pubblica. Un marchio infamante. E’ bastato poco per trasformare un indagato in una persona già condannata dai suoi stessi concittadini. Aveva la possibilità di difendersi, aveva scelto di patteggiare in vista dell’udienza del 17 settembre prossimo, ma sapeva che altre battaglie pesanti già lo attendevano al varco. E prima ancora delle sentenze era arrivata la gogna.

L’ex dirigente comunale se n’è andato sopraffatto dal pensiero di ciò che forse avrebbe dovuto affrontare, oppresso da quello che intanto si diceva in un territorio che vive di turismo internazionale ma che per molti aspetti è rimasto ancorato a retaggi paesani, incattiviti dall’uso a valanga che si fa del web. Si sentiva soprattutto umiliato e mortificato da quella sua stessa città che si è scordata in fretta di lui e l’ha ripudiato, l’ha bollato come un poco di buono, una persona da evitare e a cui riservare soltanto parole di disprezzo. Sapeva di aver commesso degli sbagli nella sua vita, avrebbe voluto rimediare ma è stato stritolato da quella cappa di giustizialismo, ipocrisia e finto perbenismo edulcorato che si è trasformata nella sua gabbia senza via d’uscita.

Chi scrive queste righe ha l’ingrata consapevolezza oggettiva di conoscere la storia, fatti e misfatti, della Taormina dell’ultimo ventennio meglio di chiunque altro. Lo conoscevo bene Giovanni Coco. Non è mai stata una vergogna esserne amico, perché si potrà dire che magari sarà caduto in tentazione e soltanto lui, lassù, saprà se e perché lo abbia fatto. Era un funzionario del Comune ma anche un padre di famiglia con le responsabilità dei risvolti personali, che sono privati e tali devono rimanere. Non è mai stato una persona cattiva, ha pagato a caro prezzo una certa superficialità e leggerezza, quel suo pensare come del resto chiunque a Taormina che questa città, nel bene e nel male, per molti aspetti è immune e inviolabile. Eppure non gli è mai mancato il rispetto, la generosità e un sorriso verso gli altri.

In fondo, i dubbi e le riflessioni che hanno spinto Giovanni Coco all’appuntamento con la morte, sono pensieri del tutto comprensibili, che non necessitano di troppi giri di parole. Era davvero lui il male dei mali del Comune di Taormina? Era un demone nella casa dei puri, oppure negli ultimi 20 anni al Comune di Taormina – ma più in generale in città – sono accadute tante altre cose, ben più gravi, e poi è sempre scesa, per un motivo o per l’altro, una coltre inespugnabile di silenzio tombale?

Il municipio dove poi è scoppiata nel 2019 la bufera delle bollette d’acqua – diciamolo con estrema chiarezza – è lo stesso dove già nel 2008 fu proprio chi scrive queste righe a denunciare a mezzo stampa che nelle utenze idriche a Taormina c’erano enormi somme non riscosse dall’ente, per un ammontare di qualche milione di euro, e c’era un elenco lunghissimo, impressionante, di morosi, anche insospettabili. L’Autorità Giudiziaria, dopo quella notizia appresa a mezzo stampa, scrisse una lettera al Comune che rimase per diverso tempo proprio sul tavolo dell’ufficio di Coco. Partì un accertamento. L’esito di quella attività? Tutto si risolse in un nulla di fatto.

Dodici anni dopo quel nulla di fatto, Coco paga per tutti, in una città di “finti tonti” dove nessuno sapeva niente o dove, magari qualcuno forse sapeva e si è scansato prima della slavina. Si poteva fermare ben prima la macchina, si doveva rendere un servizio ai contribuenti taorminesi e anche evitare che il conducente andasse a schiantarsi lui stesso.

Dodici anni dopo Coco, il dirigente che ha lavorato per 42 anni al Comune e al quale sono state affidate le deleghe più importanti, l’uomo dal quale in tanti andavano a bussare alla porta, è diventato all’improvviso la “mela marcia”. L’unico colpevole in un territorio di casti e puri, dove la storia ufficiale racconterà ai posteri un vero e proprio record collettivo di legalità e che negli ultimi 20-25 anni tutti gli altri hanno ossequiato la legge.

Nell’inchiesta Acquewin a Coco veniva contestato di essersi appropriato di 22 mila euro non versati nelle casse del Comune di Taormina. Una ipotesi di reato di indubbia gravità, nello stesso Comune dove – giusto per fare un esempio -, un paio di anni fa, è capitato che qualche altro dirigente, con una regolare determina e alla luce del sole, si sia fatto liquidare ben 23 mila euro di ferie non godute, c’era chi andava in pensione ma continuava ad avere incarichi e c’è stato pure chi è arrivato comodamente in tripla cifra con annessi, connessi e premi di produttività, senza produrre niente per l’ente e per la città. “Tutto in regola, tutto legittimo, come da contratto vigente”, madama la Marchesa. E che dire delle vicende di Asm, altra palude vergine dove da un ventennio a questa parte è accaduto di tutto e di più.

“Giustizia è stata fatta” in queste ore intanto sussurrano, alcuni popolani, ignari della vera storia della città e che si sono limitati a giudicare prima dei giudici il ruolo che potrebbe aver avuto Coco nella vicenda delle bollette d’acqua o in altri contesti affini.

Lo incontrai qualche tempo fa Giovanni, nella Giardini Naxos dove viveva e dove, in verità, si sentiva quasi “esiliato”, perché impossibilitato a rientrare a Taormina. Aveva già tentato di farla finita, e ne portava addosso i segni. In quella lunga chiacchierata un sentimento emergeva più di qualsiasi altro: l’amarezza verso quei conoscenti, amici (veri o presunti), amministratori passati e attuali, ex colleghi e gente comune che lo avevano dimenticato, scaricato, anzi cancellato. Per una vita li aveva frequentati, aveva condiviso con loro la passione politica, ci era andato a pranzo e a cena e avevano fatto scampagnate o viaggi, avevano visto insieme le partite della sua Juventus e altro. Erano persone a cui aveva telefonato in questi mesi di solitudine senza avere una risposta, a cui aveva inviato anche un semplice messaggio, persino un augurio o un saluto senza risposta. Gente che per un ventennio gli ha chiesto cortesie, gli ha dichiarato amicizia e in verità lo ha utilizzato e che dal 15 novembre 2019 ha perso la memoria, ritenendolo un appestato da scansare.

Era deluso da quella doppiezza umana. Si sentiva ferito ed evidentemente tradito da chi si è trovato a lungo con lui, da chi si era conquistato la sua amicizia sino a renderla quasi devozione e lo ha pugnalato, lasciandolo in pasto ai leoni. Mors tua, vita mea. Platone diceva che è da temere più di tutti chi appare giusto senza esserlo.

Al netto degli sbagli che può aver commesso, qualcosa di buono Coco ha anche fatto. Ma la Taormina di questi ultimi 20 anni è una città con la memoria corta, in balia di troppi finti moralisti. E’ una centrifuga di opportunismi, che se ne frega dei rapporti umani.

Niente di più e niente di meno, dello squallore che anche in queste ore si è udito da chi ha persino fatto becera ironia su come e dove sia stato ritrovato il corpo in mare di una persona che si è tolta la vita, di chi ha addirittura inventato che fosse allo Ziretto o alla Villa comunale. Nemmeno la morte ferma la macchina del fango e il motore della meschinità.

E’ la miseria umana che diventerà ora la (finta) pietas di quelli che già si preparano a mostrare una tristezza scenografica per le esequie. Persone che probabilmente dovrebbero avere il buon senso di non presentarsi al funerale e il pudore di risparmiare almeno quest’ultima offesa ai familiari e ad un morto che chiede soltanto di essere lasciato in pace.

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