l'equipe del reparto di Otorinolaringoiatria dell'ospedale San Vincenzo di Taormina

Taormina. Fare medicina e assistere i pazienti ai tempi del Coronavirus. Un compito che è stato più che mai improbo nei mesi della grande emergenza sanitaria senza precedenti. Una mission che ancora adesso rimane complessa per gli operatori della sanità. Come sono andate le cose nei mesi della lotta senza tregua al Covid e come stanno andando oggi: vogliamo affrontare il tema con il prof. Antonio Politi, direttore dell’Unità Operativa Complessa di Otorinolaringoiatria e Chirurgia cervico facciale presso l’ospedale San Vincenzo di Taormina. Medici in prima linea, con i bisturi e con il cuore: un primario e un’equipe che (tutti e nessuno escluso) lavorano in perfetta simbiosi e per la loro abilità, la professionalità e l’approccio umano ai pazienti, rappresentano l’eccellenza al San Vincenzo di Taormina. Spazio e voce, attraverso il racconto del prof. Politi, ad una UOC che non si è fermata nemmeno durante il lockdown e si conferma un simbolo della buona sanità in Sicilia.

“Chi conosce noi professionisti delle varie specialità all’ospedale di Taormina sa, per il peculiare indirizzo oncologico, quanto larghe siano le nostre spalle e quante responsabili decisioni prendiamo ogni momento per agire secondo scienza e coscienza, per la nostra missione: curare, anzi “prendere in cura” pazienti tanto delicati. La nostra può solo essere una scelta mai imposta, direi subita dalla passione per il nostro mestiere, e ciò che ai profani sembra improbabile da affrontare, per noi è l’ordinario: i pazienti più diversi tra loro, con altre patologie associate, gli interventi chirurgici azzardati ma ineluttabili, la sinergia tra noi, non ha mai minato il nostro percorso. Anzi direi, più complessi sono i casi, più le sfide diventano affascinanti, sempre nel massimo rispetto della vita e della qualità di vita della persona che alla nostra esperienza si affida, con una laica fede che si rafforza nel tempo”.

“Insomma il medico chirurgo, l’oncologo, non può aver paura della malattia, sarebbe un ossimoro inaccettabile. Ma un brutto giorno di un anno bisesto avviene l’imponderabile: una malattia sconosciuta si presenta ed esplode a dismisura. Tante informazioni affastellate e contrastanti si sono succedute ogni giorno: i virologi sovraesposti in tv alla stregua di star televisive affermare tutto ed il contrario di tutto. Ricordate? In Italia rischio zero. Qui non arriva. Né più né meno che un’influenza. Beh si forse un po’ di attenzione in più… e poi?”.

“Si “scatena l’inferno”. Citazione cinematografica diventata oramai una locuzione, e non ne trovo altre per descrivere cosa il “pacchetto Covid” ci abbia imposto, con le sue tremende implicazioni: il sacrificio dei più fragili, portati via senza decoro e tenerezza da questa maledetta pandemia testimoniato dalle strazianti ed indimenticabili immagini capaci di scuotere l’anima anche al più coriaceo di noi, la amara sensazione di avere tutti i puntelli clinici scardinati, buttati per aria come un castello di carta. Cosa abbiamo dovuto fare per affrontare questo cataclisma sanitario? Semplicemente tutto quel che andava fatto, presto, e bene. Ospedale rivoluzionato nella destinazione d’uso dei locali, parte dei quali riadattati paventando possibili molteplici accessi di pazienti infetti. Sospese le visite e gli interventi programmabili, per capirci quelli che “possono aspettare” (!). DPI recuperati anche in maniera rocambolesca (in ogni ospedale pubblico e privato in Italia, anche nel super efficiente nord è stata una ricerca spasmodica, ma lasciamo perdere questo amaro capitolo)”.

“Insomma la riorganizzazione capillare ha evidenziato come se si lavora in sinergia per un goal collettivo, lasciando da parte i personalismi, si raggiunge il miglior risultato possibile. Prologo introduttivo sulla gestione dell’emergenza covid nel nostro ospedale, ad ogni livello. E noi? Noi otorini cosa abbiamo fatto? I nostri pazienti oncologici; le urgenze; aspettano risposte; hanno bisogno di cure, adesso. Non si può chiudere loro la porta, non si deve, non si può. I nostri pazienti sono tanti, vengono dalle vicinanze ma anche dalla Calabria e dalla Sicilia occidentale, ci scelgono. Sanno che troveranno sempre uno di noi per curarli o rassicurarli. E non ci siamo fermati mai. Siamo noi gli operatori dedicati ai tamponi a tappeto, ogni giorno a centinaia, per il personale sanitario e per i pazienti di tutti i reparti, ed abbiamo adottato tutte le misure necessarie per non cadere in fallo, con un sovraccarico di lavoro non indifferente”.

il prof Antonio Politi
il prof. Antonio Politi, primario del reparto di Otorinolaringoiatria dell’ospedale di Taormina

“Gli interventi chirurgici sono sempre impegnativi nel campo della oncologia testa/collo: cavo orale e lingua, con ricostruzione tramite lembi liberi o peduncolati, interventi sulla laringe per carcinomi, al laser se possibile o demolitivi/ricostruttivi; dove non sia possibile la ricostruzione e si è costretti ad essere più radicali, durante lo stesso intervento viene apposta la protesi fonatoria, piccolo gioiello di bioingegneria per non privare i pazienti della voce. Tra le urgenze più drammatiche di qualche giorno fa, ad esempio, l’intervento salvavita ad un trentenne, con un ascesso del collo già impegnato nel mediastino e con iniziale setticemia. Corre l’obbligo di ringraziare la collega ed amica infettivologa Dott.ssa Letizia Panella, che con spirito di collaborazione ci ha dato le dritte giuste, dopo l’intervento, per bloccare l’infezione. Della collaborazione ne facciamo un punto di forza, con lo spirito di corpo giusto tra medici, infermieri, ausiliari e tecnici, mai tiratisi indietro, e li ringrazio con orgoglio”.

“I nostri circa mille pazienti in follow/up sono stati seguiti non interrompendo la continuità assistenziale, se non di presenza in remoto, per ogni loro esigenza: dalla fornitura dei presidi, alla richiesta di rassicurazioni e controlli urgenti mai negati. Abbiamo da tempo istituito infatti lo “sportello cancro” per risolvere questi problemi, gestito dalla dott.ssa Roberta Cultrera, logopedista, dedicata alla riabilitazione deglutitoria e fonatoria dei pazienti ricoverati, con gravissimi rischi, essendo tutti tracheotomizzati. La nostra “casa al primo piano”, la sala operatoria, è stata sempre aperta e attiva: anestesisti, ferristi e gli anatomo patologi: tutto il loro impegno insieme al nostro. Lavoro di tutti i giorni, per noi niente di insolito. L’incognita della pandemia, le immagini dei colleghi impegnati nelle “zone rosse”, le fatiche immani affrontate con forza e coraggio, i tanti volontari partiti per dare una mano, ci hanno fatto sentire uniti nella “missione” ancora una volta e questa volta di più, patrioti. Noi non ci fermiamo, perché la buona sanità cammina con le gambe degli uomini”.

Prof. Antonio Politi 

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