il ministro Dario Franceschini

“Cultura e turismo sono strategici per il rilancio del Paese, sono ottimista sulla ripresa”. Lo ha detto il ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, intervenendo insieme al presidente del consiglio Giuseppe Conte agli Stati Generali dell’economia. “Già quest’anno – ha detto il ministro – sono convinto che riprenderà il turismo infraeuropeo nel nostro Paese, e presto tornerà anche quello extraeuropeo. Per questo è importante puntare sulla riqualificazione delle strutture, capace di accogliere un turismo alto. Inoltre, bisogna migliorare le infrastrutture, sia sulla dorsale adriatica che su quella tirrenica portando l’alta velocità fino in Sicilia. Infine, bisogna preparaci a moltiplicare gli attrattori del turismo internazionale”.

In realtà, quando siamo ormai a fine giugno la realtà racconta un’altra storia. Quella del fine teorico Franceschini è la narrazione di una favola dove il lieto fine sin qui è soltanto un sogno proibito che rasenta i crismi dell’illusorietà. Il ministro si fa cantore di un ottimismo che condividiamo tutti, ma poi i fatti sono più ostinati delle belle intenzioni ed esigono risultati concreti. Dalle nostre parti, in Sicilia, oggi si vedono soprattutto turisti di prossimità, o forse dovremmo chiamarli i maratoneti del “vengo e non spendo”, quelli che potrebbero passeggiare per 10 ore e percorrere chilometri come Gelindo Bordin senza, tuttavia, comprare un gelato. I turisti stranieri? Pochissimi. Le frontiere, d’altronde, riaprono a macchia di leopardo. I collegamenti aerei non bastano e i voli costano troppo. E allora così diventa impossibile ripartire per la filiera del turismo. Commercianti e albergatori sono delusi e incazzati: come dargli torto? Chi riapre sta sfidando il mare in tempesta, si carica costi su costi, oneri pesanti a fronte di fatturati che crollano e prospettive incerte. Chi riapre lo fa con il cuore e con coraggio, talvolta semmai non senza incoscienza, senza nessuna certezza per il proprio forziere. E lo Stato che fa? Parla e promette, continua a fare chiacchiere. A Roma il il governo fa ancora annunci, siamo alla fase quattro mentre per gli operatori economici vanno incontro all’anno sottozero. L’opposizione galleggia con analoga inconcludenza tra polemiche, proposte che si sa già verranno bocciate, per poi buttarla in caciara. E dalla Regione Siciliana arrivano segnali di identica inconcludenza, e ci si illude addirittura di risolvere la crisi con la colossale fesseria dei voucher. Le imprese vedono il baratro e i lavoratori si mettono le mani tra i capelli. Migliaia di famiglie hanno davanti a sé una montagna da scalare a mani nude che assomiglia a una vetta più alta dell’Everest e i problemi del dopo lockdown sono una zavorra che fa paura. Gli stagionali tornati al lavoro nel settore turismo al momento sono pochissimi, spesso con un contratto arrangiato distante anni luce dai presupposti minimi della dignità.

In tutto questo un interrogativo appare d’obbligo: se davvero si tiene così tanto al Sud (e alla Sicilia) come spesso si dice, oltre le chiacchiere perché non si è consentito alle regioni del Mezzogiorno di ripartire qualche settimana prima, visto che il contagio Covid era già su livelli piuttosto bassi e certamente meno preoccupanti di quello che ancora affligge la Lombardia e altre zone del Nord. Tutti sapevano che il Meridione vive di pochi mesi di turismo, l’economia ha una sua stagionalità cronometrata che necessitava di una scelta responsabile per mettere gli operatori nelle condizioni di prepararsi al meglio e cercare di resistere all’onda lunga della crisi che andrà avanti sino alla primavera del 2021. Ma si è preferito allineare tutte le regioni italiane ai nastri di partenza, senza tenere conto delle evidenti diversità sanitarie e di quelle economiche. Fabbriche e lidi balneari sullo stesso piano: c’è bisogno di aggiungere altro? Verranno a dirci che, in ogni caso, le frontiere erano comunque chiuse. Ma al ministro Franceschini (non solo a lui e a Di Maio in primis) si dovrebbe ricordare che diversi Stati ci hanno chiuso le frontiere e sbattuto le porte in faccia, permettendosi di considerarci degli appestati da scansare, terra di contagio da cancellare dalle rotte del turismo 2020. E proprio in quel momento bisognava tirare fuori gli attributi, senza divisioni tra sinistra, destra, centro, sopra o sotto. Era quello il momento per provare a ribaltare la partita o perlomeno mettere la mani avanti e guadagnarsi una posizione di vantaggio sui soliti furboni che si sono già fatti accordi, più o meno formali, per tagliare fuori l’Italia dalla rotte del turismo di questa sciagurata stagione. Era quello il momento per gonfiare il petto e sbandierare ai somari imborghesiti dell’Europa che l’Italia non era (e non è) soltanto quella dell’emergenza pandemica dilagante al Nord ma anche quella virtuosa ed esemplare del (quasi) Covid free al Sud. Le regioni del Sud Italia dovevano essere poste, con orgoglio e determinazione, sul tavolo della contrattazione in Europa come zona sicura, destinazione protetta e approdo ideale per i turisti all’atto delle riapertura delle frontiere, puntando sul rilancio dell’Italia attraverso la bellezza incontaminata di territori rimasti sostanzialmente immuni come la Sicilia (la Calabria, la Sardegna e la Campania), dove si sono registrate medie di infezione tra le più basse del Vecchio Continente. Sarebbe stato opportuno mostrare i muscoli ed entrare in gamba tesa per spezzare gli equilibri consolidati del nazionalismo economico degli Stati europei, l’asse dei soliti amici al bar di Bruxelles protagonisti di una spietata guerra non più caratterizzata dai carri-armati in strada come cento anni fa ma fondata su ricatti politici e finanziari che si traducono poi nelle imboscate sui corridoi turistici. E questo il teorico Franceschini dovrebbe saperlo bene.

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