Maurizio De Lucia

La Città di Taormina è nel mirino di ingenti flussi illeciti di denaro provenienti dall’estero. Sulla capitale del turismo siciliano c’è l’ombra dei tentacoli delle mafie dell’Est Europa. L’allarme arriva dal procuratore capo di Messina Maurizio De Lucia, ascoltato in audizione davanti alla Commissione nazionale antimafia, accompagnato anche dal suo aggiunto Vito Di Giorgio e dal sostituto della Dda Fabrizio Monaco. De Lucia ha riferito per un’ora, nel corso della quale il magistrato ha fornito un quadro dettagliato dell’emergenza mafiosa a Messina e nella sua provincia. Le organizzazioni della provincia di Messina vengono ritenute presenti e in prospettiva, potenzialmente, ancora più incisive su un duplice fronte, con le attività “tradizionali” e in relazione all’immissione di capitali freschi e “sporchi” dopo l’emergenza del Coronavirus.

Interessi di primo livello. “Gli interessi, in particolare economici, in gioco nella provincia di Messina sono di primo livello. Forse non tutti conoscono Messina ma nel mondo tutti conoscono Taormina e l’impatto dell’industria turistica nel messinese fa sì che la popolazione salga da 500 mila a 900 mila unità in un lungo periodo dell’anno. I servizi che vengono quindi richiesti, compreso quello di giustizia, al momento sono sottodimensionati rispetto ad una realtà che meriterebbe un’attenzione molto più importante da parte di tutte le Istituzioni”.

Le aree criminali. De Lucia ha evidenziato le principali emergenze sulle “3 barra 4 aree criminali” che caratterizzano il territorio: quella Barcellonese sul “modello di Palermo”; quella dei Nebrodi, che sono “un paradiso in terra”, un territorio “splendido dal punto di vista paesaggistico e agroalimentare”, dove i mafiosi hanno deciso di investire con una “spartizione ragionata”, lucrando sui contributi europei per l’agricoltura; quello ionico, incastonato tra Taormina e le altri località turistiche come Letojanni e Giardini Naxos, dove c’è la presenza ultimamente di “nuclei preoccupanti” di criminalità mafiosa, oltre alla tradizionale “invasione” delle famiglie catanesi.

Infiltrazioni a Taormina. “A Taormina – ha riferito alla commissione De Lucia – ci sono alberghi di primissimo livello mondiale e ci sono interessi rispetto ai quali sono in corso delle indagini su capitali che non capiamo bene da dove vengono ma ragionevolmente vengono dall’estero. Si tratti di capitali che stanno affluendo verso quelle aree e Taormina e quell’area rischia di diventare zona di riciclaggio per organizzazioni mafiose dell’Est Europa. Qualcosa in tal senso è già emerso. Il rischio esisteva già prima e la crisi economica rende altissima la possibilità di investimenti di origine occulta in un territorio a vocazione turistica la cui vocazione deve, invece, essere alimentata per spezzare il circuito del denaro sporco che si pulisce e per sviluppare l’esatto contrario, ovvero forme e occasioni di qualità di lavoro in una terra che ne ha grande bisogno”.

Speculazioni post-Covid. Secondo De Luca “va sfatato il luogo comune secondo il quale la peculiarità del territorio messinese sia quella della definizione “babba”, ma si è in presenza di un territorio “prigioniero” di organizzazioni mafiose molto penetranti sui due versanti, quello tirrenico-nebroideo e l’altro ionico. E con una “borghesia mafiosa” molto attenta a sfruttare le occasioni che si presentano. E adesso c’è l’ulteriore ombra inquietante – da identificare e allontanare – dei capitali illeciti che potrebbero arrivare dall’estero, corroborati anche dalla crisi economica prodotta dal Coronavirus, nell’ottica di una strategia speculativa di acquisizione dei “gioielli” dell’industria turistica di Taormina e di altre zone della Sicilia.

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