corsa al vaccino per il Coronavirus

La ricerca al vaccino contro il Coronavirus è una corsa contro il tempo. Big del pharma tutti in campo per una battaglia che vede fronteggiarsi le più quotate case farmaceutiche del mondo con l’obiettivo di anticipare tutti nell’antidoto al Covid19. Il tempo per arrivare al traguardo è breve, e la posta in palio è altissima. La corsa per certificare, produrre e distribuire un vaccino contro il Covid 19 sta già mostrando i segni di una competizione a campo aperto con Europa, Cina e Stati Uniti a contendersi il primato. L’Organizzazione mondiale per la sanità, la World Bank e il G20 – come evidenzia un approfondimento de Il Mattino – lanciano appelli alla collaborazione e all’equità tra i paesi membri, ma sotto i proclami spuntano i colpi di gomito di chi non è disposto ad arrivare secondo. Il vincitore della contesa non avrà solo il vantaggio sanitario di prevenire la diffusione del virus entro i suoi confini, e quello politico, che premierà i leader che hanno raggiunto tale scopo. Il primo paese immune sarà anche il primo a ripartire a pieni giri sulla scena economica, e a rosicchiare quote commerciali e finanziarie a scapito di chi è ancora fermo in attesa del vaccino. L’Oms ha festeggiato la scorsa settimana la firma di un protocollo che definisce il vaccino un bene globale, che non tollera diritti di prelazione per interessi particolari. Più di cento laboratori sono al lavoro per produrne uno, e almeno nove tra loro hanno già iniziato a sperimentare su cavie umane. C’è solo da augurarsi che più di un progetto giunga a termine, perché nessun produttore da solo potrebbe far fronte alla domanda globale. Intanto i singoli paesi hanno iniziato a piazzare soldi sulle loro scommesse.

Usa in prima fila. I più aggressivi sono gli Stati Uniti di Trump, che già lo scorso marzo avevano alzato la bandiera dell’America First, cercando senza successo di assicurarsi l’esclusiva sulla ricerca della tedesca Cure Vac. Sono tornati all’attacco con la francese Sanofi una settimana fa, il cui ceo Paul Hudson ha in un primo momento riconosciuto il diritto degli Stati Uniti di prelazione del vaccino che sta mettendo a punto con la Glaxo: «Hanno accettato di puntare sul rischio, meritano un ritorno sull’investimento»; e poi ha dovuto ritrattare di fronte alle proteste di Macron. La Warp Speed di Washington messa insieme da Trump con il compito di vincere la corsa, l’ha finalmente spuntata ieri, firmando un accordo con la AstraZeneca: 1,2 miliardi di dollari a stelle e strisce permetteranno al gigante inglese di approntare una struttura produttiva senza precedenti per confezionare un miliardo di dosi del vaccino in fase di studio ad Oxford, prima ancora che i test siano ultimati. Se la scommessa andrà in porto, i primi 300 milioni di dosi prenderanno la strada di Washington ad ottobre, giusto in tempo per l’apertura dei seggi delle presidenziali. A scanso di sorprese gli Usa mantengono intanto il loro finanziamento per la Sanofi, e finanziano i test della Stanford University a Palo Alto, e quelli della Moderna a Boston. Sono anche partner della Jhonson & Johnson nella costruzione in Olanda di una mega fabbrica in allestimento per la produzione straordinaria. La Commissione europea ha firmato l’importante risoluzione Coronavirus Global Response, con la quale i paesi membri garantiscono una distribuzione democratica delle risorse mediche per combattere l’epidemia.

Cina sullo sfondo. Ma i 7,4 miliardi di dollari raccolti, tra i quali 140 milioni offerti dal governo italiano – si legge nell’approfondimento de Il Mattino -, saranno in parte pagati per accaparrare quote di vaccino, come ha già fatto l’esecutivo britannico, che ha consegnato alla AstaZeneca 65,5 milioni di sterline per prenotare 30 milioni di dosi, in consegna addirittura a settembre. Sullo sfondo di questa contesa c’è infine la Cina, forse la più motivata delle tre potenze ad accelerare i tempi della ricerca. Quattro delle 9 licenze di sperimentazione finora concesse sono entro i suoi confini, protette dalla massima segretezza. L’eventuale conquista del primato permetterebbe a Pechino di riscattare l’immagine di untore e ribaltarla in quella di munifico taumaturgo della comunità globale afflitta dall’epidemia, come ha già promesso di fare il presidente Xi.

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