Andrea Agnelli e John Elkann

In piena emergenza Coronavirus, divampa il dibattito sulla richiesta di FCA Group di un prestito bancario di 6,3 miliardi di euro, con garanzie pubbliche italiane, da usare per sostenere le attività produttive di FCA Italy, la controllata del gruppo attiva in Italia, ovvero la Fiat.

“Mettendo da parte le antipatie per gli Agnelli/Elkann, ampiamente diffuse lungo un po’ tutto lo Stivale – scrive lo scrittore e giornalista Angelo Forgione -, va detto seccamente che il prestito a Fiat è lecito e nelle norme. Dopodiché ci sono implicazioni etiche. Semmai bisognerebbe sfruttare l’occasione per pretendere che la molto probabile fusione con PSA (Peugeot) non impoverisca la produzione in Italia e che, anzi, vi sia maggiore attenzione per l’occupazione nazionale. Il ritorno della sede fiscale in Italia è altro problema etico che non fa altro che dimostrare quanto sia debole il potere negoziale d’Italia verso le multinazionali. Non a caso le compagnie ammiraglie dell’economia nazionale scelgono gli accoglienti porti olandesi e inglesi perché si pagano meno tasse e vi è una tassazione quasi nulla sugli utili finanziari. Ne beneficiano i dividendi degli Agnelli/Elkann e soci, che hanno in cassa una ventina di miliardi di liquidità e potrebbero far fronte alle emergenze senza ricorrere ad aiuto bancario garantito, pure distribuendo gli annunciati 5,5 miliardi di euro agli azionisti nell’ambito della fusione con PSA. Senza dimenticare che FCA Italy passa alla collegata Juventus FC (entrambe gruppo Exor) 42 milioni all’annuo per la sponsorizzazione del marchio Jeep.

“La realtà è che l’Italia è da sempre ostaggio della Gran Famiglia e che FCA può prendere gli italiani per il collo, perché se chiudesse gli stabilimenti italiani ci ritroveremmo con qualche centinaio di migliaia di disoccupati non collocabili altrove. Alla luce di questa dipendenza che fa ricatto, il prestito diventa inevitabile. Molto più incresciose altre situazioni di privilegio godute da Fiat nel corso di più di un secolo di vita, anche in tempi di recessione profonda come quella che viviamo. Come non ricordare che, a guerra finita, dopo tutti gli aiuti avuti dal regime fascista, la Fiat si mise in tasca da sola ben il 26,4% dei fondi elargiti al settore meccanico e siderurgico, oltre il 12,1% dell’intero aiuto all’industria italiana nell’ambito del Piano Marshall? In cambio la Casa torinese garantì il licenziamento degli operai comunisti concordato con l’ambasciatrice americana in Italia, forte oppositrice del comunismo italiano, a sua volta sostenuto esternamente dal blocco sovietico. Insomma, più interessata a fare gli interessi degli americani che degli italiani, anche se poi Prodi fu costretto a consegnargli l’Alfa Romeo per non ritrovarsi Ford in casa. E mi fermo qui, citando un suggerimento dato da Gianni Agnelli all’amico Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano: ‘Se non capisci Torino e la Fiat, non capirai l’Italia’”.

© Riproduzione Riservata

Commenti