Matteo Renzi

C’era una volta qualcuno che il 4 dicembre 2016 si era illuso di aver sancito la fine politica di Matteo Renzi. Doveva essere il de profundis del rottamatore che a soli 40 anni si era preso la scena italiana con la stessa padronanza monopolizzante con la quale per un ventennio il Paese era rimasto nella mani di Silvio Berlusconi. Dal trionfo del 40% ottenuto alle Europee, alla scoppola del voto sul Referendum costituzionale, il mondo si è capovolto e tutto si è compiuto una domenica di dicembre nel suicidio politico perfetto dell’ex premier fiorentino, travolto dalla sua stessa bramosia di potere.

La resurrezione. Ma si sa che nella vita le cose possono cambiare e ribaltarsi nel volgere di un breve tempo, una volte, anche due o altre ancora. Nel 2018 Renzi ha perso anche le elezioni politiche e a settembre del 2019 se n’è andato dal Partito Democratico per fondare un nuovo partito che ad oggi vale più o meno il 4%, e che secondo un sondaggio di poche ore fa persino si attesterebbe non oltre il 3% nell’odierno gradimento degli italiani. Briciole, polvere di stelle rispetto a quel 40% di 6 anni fa. Eppure basta e avanza per comandare di nuovo l’Italia, come prima e più di prima. Sulle ceneri del defunto patto Lega-M5S e fregando Salvini, che colto dalla calura estiva ha creduto a un trapezista toscano che lo rassicurava di voler andare alle urne, Renzi è tornato. Così ha costruito la sua resurrezione politica.

Abbaia ma non morde. Quattro anni dopo, il (fu) rottamatore, ormai pluricampione di antipatia popolare, è diventato manovratore assoluto dell’attuale governo di cui è il padrone incontrastato, in controllo totale su una maggioranza al cui collo c’è un guinzaglio (o per meglio dire cappio…) che il leader di Italia Viva può stringere o allentare a suo piacimento. Nella pochezza di un governo dove Pd e M5S litigano un giorno sì e l’altro pure, per poi puntualmente ricompattarsi quando c’è da salvarsi a vicenda, emerge puntualmente Renzi che tuona, arringa e minaccia, poi arretra e salva il bersaglio di turno, da Conte a Bonafede e chiunque altro, perché l’appuntamento con l’elezione del nuovo Capo dello Stato è un appuntamento immancabile ma ancora lontano e questo governo, volente o nolente, deve arrivare, comunque a fine legislatura.

Obiettivo 2023. Comanda lui, il senatore di Scandicci avversato e odiato da tre quarti del Paesi. Il premier si chiama Giuseppe Conte ma questo è un dettaglio, perché l’avvocato potrà fare le sue dirette dal confessionale televisivo di Palazzo Chigi, sino a quando Matteo il Clemente vorrà. Oggi il padrone del pastificio in Italia è il Fonzie fiorentino, posizionato in cabina di regia di un Esecutivo del quale non condivide niente del Pd, nulla del M5S e meno che mai di Conte, ma non c’è acredine che tenga di fronte alla somma esigenza di andare avanti, tutti insieme appassionatamente finché fine legislatura non ci separi.

Fioretto e sciabola. Renzi ha imposto la sterzata della sua linea sulla riapertura alla carlona del Paese, nella fase 2: tanti saluti alle titubanze del governo, liberi tutti e nudi alla meta di gran fretta perché si doveva ripartire subito, e chi se ne frega se nel frattempo non c’è stato nessun blocco delle tasse e non sono arrivati aiuti economici alle imprese e alle famiglie. Il senatore di Scandicci si è accomodato in poltrona nei 12 decreti leggi fatti dal governo per l’emergenza Coronavirus, lasciando litigare gli altri sui provvedimenti che dovevano rappresentare il motore della ripartenza e sono diventati una fiction di bazooka e miliardi che si sono persi tra le stanze della casa del Grande Fratello. Tra una dichiarazione e qualche squillo bellicoso di tromba, Renzi è andato di fioretto per cambiare poi passo quando ha deciso che era arrivato il momento di riaprire punto e basta. Ma soprattutto ha impugnato spade e sciabole quando si è trattato di far approvare la regolarizzazione di 600 mila lavoratori stranieri irregolari. Nel frattempo sono arrivate anche le nomine negli enti nazionali che contano e chissà che a breve non arrivi anche un ministero per la Maria Elena Boschi, sua fedelissima che i bene informati dicono sia in pressing per tornare al tavolo di Palazzo Chigi.

Umiliazione senza condanna. E allora quale migliore occasione del giorno del giudizio sul ministro Bonafede? Tuoni e fulmini contro il ministro grillino, che di fatto gode dell’apprezzamento di Renzi come Berlusconi gode di quello di Travaglio. Renzi ha dispensato frustate a Bonafede, lo ha tenuto sulla corda ma senza infliggere il colpo di grazia. Vade retro sfiducia, non si può regalare l’Italia a Salvini e alla Meloni e condannarsi con una mossa tafazziana all’oblio della prossima legislatura. Spedire a casa il governo non si può, perché altrimenti il timone del Paese la gran parte di questi governanti lo rivedrà col binocolo, a partire proprio dall’ex rottamatore. Meglio salvare Bonafede, umiliandolo ma regalandogli un altro giro di giostra. Altro atto di clemenza (non gratuito) del padrone del pastificio.

Il più furbo. Nel vuoto cosmico dell’attuale scenario politico italiano, Renzi non ha più voti ma fa il bello e cattivo tempo, ci sguazza e si diverte a dare una lezione di come si gestisce una crisi politica, dando dello scolaro somaro al ministro e nello stesso tempo mettendo in ordine le varie fazioni, di destra, di centro e sinistra, che già erano pronti ad incolpare lui della crisi. Gli si potrà dire il peggio possibile e riversare addosso fiumi di critiche e vagonate di disprezzo politico, ma anche il più acerrimo nemico non può non riconoscere a Renzi di essere in questo momento il più scaltro nello scacchiere delle forze in campo e la maggior parte degli attori protagonisti di Camera e Senato se li mette in tasca come la carta delle caramelle. Non si comanda per caso un Paese con il 3% nei sondaggi e un partito che ha soltanto 30 deputati e 18 senatori.

Pallone d’Oro. Il 40% lo rivedrà col binocolo in un’altra vita e se si votasse domani mattina (come in ogni caso primo o poi avverrà) Renzi non avrebbe scampo, eppure non si può dar torto a chi sostiene una lucida verità. Se la politica fosse solo un gioco di strategia per conservare/conquistare poltrone e non implicasse il dettaglio del “bisogna pensare alla gente”, allora Renzi sarebbe eterno Pallone d’Oro. Altro che giustizialismo o garantismo, quello che conta è l’opportunismo. Il resto è aria fritta. C’era una volta il bipolarismo destra e sinistra, e invece oggi di bipolare è rimasta solo la strategia Italia Viva. E’ al governo ma attacca il governo, prende a cazzotti Pd e M5S ma li salva (e continuerà a salvarli) perché non è tempo di staccare la bombola con l’ossigeno. A fuoco lento e senza fretta, c’è tempo per la resa dei conti. Fiat voluntas Renzi.

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