la fase 2 dell'emergenza Coronavirus è iniziata male

Tutti a casa, anzi no tutti fuori. Il contagio da Coronavirus non è ancora finito in Italia, ma chi se ne frega. Da questo momento si riapre punto e basta, si va in guerra con la mascherina e senza un euro di liquidità in circolazione, perché l’Italia non può più aspettare per ripartire e la crisi economica ha precedenza anche sulla salute. Dal 18 maggio spazio a divieti cervellotici confezionati da illustri idioti, nulla osta alle attività che finalmente potranno riaprire, ma in modalità banzai, mentre lo Stato dispensa 600 euro ad muzzum, lascia affogare intere categorie come gli stagionali del turismo e si crea l’alibi per poter poi dire di non aver mai ostacolato la ripartenza. Dal 3 giugno frontiere aperte con l’Unione Europea e sì agli spostamenti in tutta Italia, anche se di fatto la mobilità extra-regionale bisogna dire che è già iniziata da un pezzo, con l’autocertificazione, “per stato di necessità, salute e lavoro”. In questo caos bestiale quali saranno i risultati? Quelli che anche un bambino di 5 anni avrebbe potuto prevedere: attività che riapriranno tra tante limitazioni e pochi clienti, andando incontro alla crisi e alla triste prospettiva di un fallimento, e persone che si sposteranno liberamente da una regione all’altra tornando a contaminarsi e a fare circolare il virus. E i riscontri già si vedono.

Diktat renziano. Mentre la politica litiga e fa le solite sceneggiate, l’Italia è diventata un Paese di virologi, infettivologi, immunologi e scienziati del nulla che spiegano tutto e non risolvono niente, o forse è meglio dire che niente ancora conoscono del virus. E’ colpa di uno starnuto, è nell’aria, si nasconde nelle scarpe, attacca i polmoni, invece no i testicoli. Aspettiamo ancora a riaprire, no, dobbiamo riaprire subito. E allora fase 2, a briglie sciolte. Nudi alla meta, alla carlona, così si consuma il suicidio perfetto all’italiana, dove si passa senza criterio da un eccesso all’altro e senza un minimo di pianificazione dalla quarantena ai balconi agli spritz sui Navigli, dalla fase 1 del barricatevi in casa perché il virus è pericolosissimo alla fase 2 del ricominciate a vivere perché tanto dovrete convivere col virus e pazienza se c’è ancora il Covid19 e rischierete il contagio. Due mesi di reclusione forzata, in cui il 97% degli italiani ha rispettato i divieti e soltanto un 3% di imbecilli ha trasgredito, rischiano di essere frustrati e vanificati dalla schizzofrenia di un Paese dove il primo Renzi qualsiasi si alza e decide che bisogna riaprire anche se il virus c’è ancora perché sennò gli italiani falliscono. E mentre facciamo fatica a ricordare quale mestiere faccia nella vita il signore Renzi, oltre che portare a spasso al guinzaglio l’attuale governo, l’Italia vira a 360 gradi dalla grande paura alla grande retrocecata sanitaria e sociale. Banzai, senza se e senza ma.

Riaprire senza se e senza ma. E’ così, “chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. E lietamente si verificano in rapida successione i primi casi di contagio in quei territori della Sicilia (e del Sud) che sin qui se l’erano cavata bene e avevano scansato in gran parte o del tutto il virus. E’ nella logica delle cose che se il virus circola ancora in alcune regioni del Nord e la gente può rientrare a casa, si verificheranno nuovi casi. Sta già accadendo, non è una sorpresa. Amen, l’Italia deve riaprire anche se i turisti non ci sono. Si riapriranno le frontiere e tutto tornerà come prima, in poche settimane si vedranno flotte di forestieri e avremo il grande boom. Ce l’abbiamo faremo, madama la marchesa. Peccato che le vacanze si programmano un anno o sei mesi prima, peccato che non ci siano soldi in giro e peccato che il settore aereo (ad oggi fermo e destinato a perdere parte della capacità di trasporto dei passeggeri) costerà di più e non sarà più alla portata di tutti. Dettagli, bisogna riaprire senza pensare a questi futili aspetti.

Il contagio continua. Ancora oggi le prime cinque regioni per contagi (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto e Toscana) coprono tre quarti del totale dei casi e dei ricoverati in terapia intensiva e incidono per quattro quinti dei decessi. I nuovi casi continuano a riguardare il Nord, dove il tasso di letalità di tre regioni è oltre la media nazionale (13,9%). La Lombardia, secondo i dati in continuo aggiornamento, era nelle scorse ore al 18,4%, la Liguria al 14,5%, l’Emilia Romagna al 14,3%. Al Sud pochi casi e per lo più da “ricongiungimento familiare”.

Il Sud può attendere. Stiamo vivendo un’emergenza epocale, per carità nessuno ha la bacchetta magica, eppure c’è troppa gente ai posti di comando che ha i neuroni di legno o forse a cui il cervello è andato in pappa. Non occorre Einstein e può bastare Barbara D’Urso per comprendere che anziché riaprire l’Italia per intero nello stesso momento, da Milano a Pantelleria, bisognava ragionare e differenziare, iniziando intanto dal Sud e poi gradualmente, in base all’evoluzione dei casi, anche nelle regioni del Nord più colpite. Il Sud che vive di turismo (tormentato dalla crisi già prima del Covid19), dove il contagio, le temperature e l’inquinamento non sono come in Pianura Padana, doveva (e dovrebbe) essere considerato una risorsa per l’Italia tutta, il motore di una riscossa nazionale. La manovra più giusta sarebbe stata quella di spingerlo a una ripresa più veloce, almeno nella calda parentesi estiva. Invece, in un Paese – ieri come oggi – a due velocità, si è scelto prima di tenerlo zavorrato insieme al Nord, senza dargli la parvenza di un vantaggio (non sia mai…) per poi di farlo ripartire nelle stesse date (anzi dopo, visto che il Veneto ha riaperto prima di chiunque fregandosene di Roma), con la mobilità che nel frattempo mischierà di nuovo le aree di contagio e creerà altri problemi senza che nessuno possa prevedere dove e come il virus colpirà.

Esperti del nulla. Anziché disciplinare la ripartenza con un minimo di razionalità, contestualizzando per step il ritorno alla normalità delle aree in proporzione ai livelli di contagio, si è pensato ad altro, alle idiozie delle “regole” per il distanziamento sociale. Una contorta stupidata per la quale sono stati chiamati centinaia di esperti, 450 o forse anche di più, e create task force di illustri esperti – sia concesso il francesismo – della “supercazzola”. Gente che vive in un’altra dimensione, fatta di inutile nozionismo e vuota retorica, che non conosce la vita vera e non ha cognizione della strada ma naviga nel piccolo e triste mondo dei propri dogmi.

Regole da Tso. Inutili signori venuti dal nulla dei loro salotti hanno partorito linee guida da Tso, in cui prevedono che al ristorante si debba stare a 2 metri, anzi no a 4, allo stabilimento balneare a 4 metri, poi 5 o forse 2, i bambini devono distanziarsi e il turista deve fare la fila per andare a fare il bagno. Bestialità sconnesse dalla realtà, che impressionano per la limpidezza delle incongruenze e l’ottusità dei paradossi messi in campo. Il turismo non c’è, la crisi avanza e la cura qual’è? Il distanziamento sociale. Come se le persone non fossero in grado di intendere e volere, impossibilitati a capire da soli che di fronte ad un pericolo come il Coronavirus c’è poco da scherzare e bisogna comportarsi in modo attento. Qualcuno dimentica che gli italiani hanno già dato ampia prova di saper rispettare le regole nel lockdown. E nello stesso momento oggi arrivano gli immunologi che dicono non ci sia nemmeno bisogno di indossare la mascherina per strada, ma solo negli ambienti chiusi. Una confusione fantascientifica confezionata che fa invidia alla fantasia di sceneggiatori e registi cinematografici. Sembra un film da fantascienza, invece è un dramma vero che si consuma in barba a tanti operatori economici che falliranno, indotti a riaprire senza un aiuto adeguato e senza i giusti presupposti per poter riaprire. Lo Stato non si assume la responsabilità di ascoltare la voce delle categorie, si affida ad esperti del piffero che non rappresentano niente e nessuno che abbia a che fare con la vita quotidiana. All’orizzonte c’è un salto nel buio, un affaccio sullo strapiombo di un baratro terribile, non circola denaro, manca la clientela, le restrizioni sono eccessive e in qualsiasi caso gli incassi non potranno compensare i costi d’azienda e le perdite che si prevedono.

Riaprire subito. Siamo di fronte ad un conflitto di coscienza. Si abbassa la guardia contro il virus e si rialzano le saracinesche, nonostante non ci siano i presupposti essenziali per la ripartenza. Al grido di dolore di chi non sa più cosa fare e vorrebbe essere aiutato non soltanto economicamente ma a comprendere come sia più opportuno agire, si sovrappone l’urlo cieco di quelli che alimentano con leggerezza la prospettiva dello schianto senza paracadute. In picchiata, verso un dramma nel dramma mentre si dovranno pagare le tasse, gli affitti e dal 1 giugno riparte anche l’Agenzia delle Entrate. “Se non si riapre, nel 2021 saremo tutti morti”. Perché aspettare…?? E’ meglio riaprire immediatamente, morire di fallimento sotto la calura estiva anziché al freddo d’inverno (e tornare a far circolare il virus) e togliersi il pensiero precludendosi l’opportunità di aspettare e capire come si evolverà questa crisi. Riaprire subito è la parola d’ordine, il copione di una storia di qualunquismo all’italiana dove chi comanda continua a fare e disfare dei destini della gente. Dove la disperazione si piega all’illusione, frenesia e follia prevalgono su lucidità e buon senso.

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