l'emergenza sociale ed economica creata dal Covid19

Il rito del “ce la faremo” e “andrà tutto bene” è concluso. Abbiamo detto, scritto e ripetuto tutti per due mesi parole di doveroso incoraggiamento al cospetto di un mostro chiamato Coronavirus. L’emergenza sanitaria non è ancora archiviata, il pericolo rimane in agguato ma il peggio è alle spalle, soprattutto al Sud dove i contagi sono già crollati da un pezzo. Si attende di tornare alla normalità, o perlomeno questa è la speranza che stride con l’amara realtà.

Fase due (anzi zero). Adesso tutte quelle persone che hanno vinto la prima battaglia rischiano di perdere la guerra. Il timore che, come un tarlo martellante, si fa largo nei pensieri della gente è soccombere brutalmente al cospetto di una sfida che ora fa paura più del virus stesso. “Riapriamo”, “ripartiamo” è il nuovo tormentone di massa ma, al di là delle frenesie temporali, come si dovrebbe ricominciare e per quale clientela? In un territorio come la Sicilia, Taormina, Giardini Naxos o le Eolie che vivono di turismo straniero e che non potranno contare quest’anno sull’85% delle loro presenze perché gli aerei sono fermi e le frontiere sono chiuse, qual’è il senso compiuto dell’attuale riapertura? Il cliente in cui confidare è il “turista di prossimità”? Ma chi è esattamente il “turista di prossimità”? Forse il 2 o 3 per cento di quel poco che rimaneva, perché il resto erano lombardi, veneti, romani o campani che venivano a fare dalle nostre parti qualche giorno di vacanza e molti di questi connazionali di altre regioni non ci saranno quest’anno perché dovranno lavorare, o avranno meno soldi da spendere o la paura di viaggiare. “Riaprire, riaprire tutto”, mentre le prenotazioni per gli alberghi sono state cancellate e l’extra-alberghiero è stato lasciato nel limbo di una chiusura ad oltranza. Mettiamoci le crociere annullate, le escursioni e i giri turistici che non ci saranno, e il quadro che si delinea è a dir poco proibitivo. La chiamano “fase 2” ma ha le sembianze di una “fase zero”. Tante storie e altrettanti destini sono appesi ad un filo, mentre la confusione regna, gli aiuti dello Stato latitano e il tempo si allunga come una lama. Ma soprattutto la disperazione avanza, nella penombra inquietante di un baratro che, sino a qualche settimana fa, nessuno avrebbe mai immaginato di intravedere nemmeno nei peggiori incubi.

Briciole e illusioni. Gli aiuti dello Stato sino ad oggi si sono rivelati briciole e illusioni, ammantati di chiacchiere che non scalfiscono il volto terrorizzante di una crisi che assomiglia a una bomba ad orologeria. Le prime vittime? I lavoratori stagionali, professionisti che ogni anno si rimboccano le maniche in un territorio come il Sud e la Sicilia in particolare dove si lavora soltanto per 6 mesi all’anno, poi da ottobre ad aprile si rimane a casa, e per un interminabile inverno si cerca di resistere aspettando l’arrivo della primavera e la nuova stagione lavorativa. Stavolta, invece, parliamo di lavoratori che a dicembre o gennaio al massimo hanno finito di percepire la Naspi (boiata renziana in uno Stato che ti paga un’indennità di disoccupazione pari alla metà dei mesi lavorativi e ti lascia affogare senza un euro per un paio di mesi) intravedono l’incubo di una stagione turistica 2020 che forse nemmeno ci sarà e, di conseguenza, non lavoreranno e non potranno nemmeno maturare i requisiti per l’accesso alla Naspi.

Ripartire per chi? Come si può immaginare di ripartire, come se nulla fosse, mentre lo Stato non percepisce il senso di questa macelleria sociale, dispensa una tantum soltanto 600 euro, forse per 2 o 3 mesi e nemmeno per tutti, e prende letteralmente a schiaffi la dignità dei lavoratori stagionali, escludendone molti dal diritto d’accesso a questa mancia per colpa di un “codice Ateco”. Una mortificazione, una vergogna che meriterebbe un nome e un cognome da spedire lontano, perché di fronte a una tale follia bisognerebbe soltanto andare a prelevare il genialoide che considera un lavoratore alla stregua di un codice, prenderlo per un orecchio e spedirlo su un’isola deserta, lasciandolo lì per 10 anni a riflettere di come una mente umana possa immaginare una tale bestialità.

Oltre la politica. Ovviamente, va sempre premesso a chi fa fatica a comprendere certi ragionamenti che in questo scenario da brividi non ci possono essere posizioni politiche, non esistono maggioranze e minoranze, sinistra e destra, sopra, centro o sotto: i problemi del Paese non li risolvono le chiacchiere di Conte e nemmeno la lombardite di Salvini, meno che mai i doppio e triplo giochismi di Renzi e i comizi romani della Meloni. Qui c’è una battaglia per la vita che va oltre i volti e le bandiere, prescinde dai colori e dai vincoli di qualsiasi genere, e se non lo si comprende, sarà un disastro di proporzioni nemmeno quantificabili. Conta l’ideologia post-Covid19 del trovare nell’interesse comune le soluzioni per una sopravvivenza collettiva, o alla fine di tanti bei discorsi rimarrà soltanto la stesa degli innocenti in un lembo di paradiso che si trasformerà nel deserto dei Tartari.

Misura colma. “Fase 2”, liberi tutti, c’è chi può aprire e chi ancora no, ci sono soprattutto migliaia di lavoratori stagionali ignorati e abbandonati, nonostante siano il motore e il cuore pulsante del turismo e del commercio, specie nel nostro territorio. Gente che si fa un mazzo così, a volte lavorando sotto la scure di contratti che li costringono a lavorare per un numero di ore superiore a quello che poi viene fuori nelle buste paga, persone che per 6 mesi l’anno danno tutto per portare a casa uno stipendio che consenta alle proprie famiglie di sopravvivere. E lo Stato che fa? Se ne frega, li mette in lista d’attesa. Ci sarà ampiamente modo di tornare su questo dramma dove l’emergenza sta diventando una vera e propria strage. Certo è che, per come la questione è stata affrontata sinora a Roma (e a Palermo), non si va più da nessuna parte. Se prima si poteva resistere e c’erano margini per stringere i denti, ora la misura è colma, la gente è disperata e ha ragione. Tutto il resto è fuffa.

Distanziamento schizzofrenico. Turismo e commercio, dicevamo: e come potranno riaprire bar e ristoranti con tutte le limitazioni schizzofreniche che si prospettano. Il grido di dolore che lanciano gli operatori economici di Taormina e della Sicilia, come dell’intero Sud, è un urlo assordante dentro il quale ci sono migliaia di voci e che non può più essere ignorato dalle Istituzioni. Tavoli a 2 metri, persone a 4 metri, la sì e qua no. La sicurezza è importante e guai se non fosse così, ma o la gente riapre per essere nelle condizioni di lavorare o è meglio lasciare tutto chiuso. La ristorazione va salvata o la si vuole ammazzare? Se già non c’è clientela, e si danno i numeri, poi si aggiungono i costi della sanificazione, le mascherine, il gel igienizzante, i guanti e tutti gli annessi e connessi, la pizza al ristorante diventerà un’eccezione per chi può permetterselo, come d’altronde un lettino e un ombrellone in spiaggia rischiano di diventare il privilegio per pochi. A proposito, sull’isola deserta per 10 anni dovrebbe finirci, a cercare cocchi e difendersi dai mosquito, pure chi ancora parla di barriere di plexiglass e altre similari idiozie nei locali e nei lidi.

Suicidi in aumento. Peccato che non ci sia una sola virgola sulla quale ci si possa permettere di fare ironia, perché la sensazione è che qualcuno stia scherzando davvero con il fuoco. Di suicidi non si dovrebbe mai parlare, per evitare i rischi di emulazione. Ma quando i dati si fanno drammatici, la realtà non può essere ignorata. L’Osservatorio ”Suicidi per motivazioni economiche” della Link Campus University, osservatorio permanente sul fenomeno delle morti legate alla crisi e alle difficoltà economiche avviato nel 2012, pubblica oggi i dati aggiornati lanciando un severo allarme per il dramma che si sta consumando nel nostro Paese. “Quella che osserviamo è una tragedia nella tragedia in cui alle già tante vittime del Coronavirus occorre sommare i tanti, troppi suicidi legati agli effetti economici dell’emergenza sanitaria”, dichiara Nicola Ferrigni, professore associato di Sociologia generale e direttore dell’Osservatorio. I dati sono impietosi: dall’inizio dell’anno sono già 42 i suicidi, di cui 25 quelli registrati durante le settimane del lockdown forzato; 16 nel solo mese di aprile. “Questa ‘impennata’ risulta ancor più preoccupante se si confronta il dato 2020 con quello rilevato appena un anno fa: nei mesi di marzo-aprile 2019, il numero delle vittime si attestava infatti a 14, e il fenomeno dei suicidi registrava la prima vera battuta d’arresto dopo anni di costante crescita”.

Una vita di sacrifici. Quei 25 suicidi rischiano di diventare molti di più e non voglia mai Dio che qualcuno anche nel nostro territorio possa fare questi cattivi pensieri, perché la vita è troppo preziosa e non ci si deve mai arrendere. Ma se dopo una vita di sacrifici, perdi tutto, e lo Stato ti dà (forse) 600 euro, un prestito in banca (che diventerà un debito) anziché soldi a fondo perduto e magari ti considera solo un misero codice Ateco, non è difficile immaginare potrà passare per la mente delle persone se non lo sconforto e la paura di dover dichiarare la resa umana ancor prima di quella professionale.

Tutto e l’opposto. Ieri tutti in casa, oggi tutti fuori. Chiudiamo, apriamo. Tutto e il contrario di tutto in un’Italia da manicomio, che prima barrica (giustamente) in casa i cittadini e poi, però, non si preoccupa di farli riaprire in sicurezza: e – sia chiaro – per sicurezza non intendiamo la mascherina contro il virus e nemmeno il calendario delle riaperture a macchia di leopardo. Non basta preoccuparsi delle date e del distanziamento sociale se poi non si bloccano le tasse e non si dà ossigeno a chi non ha più nemmeno i soldi per mangiare.

Maledetta burocrazia. Nessuno poteva prevedere una tale sciagura e probabilmente non possono esserci soldi per tutti, ma forse bastava essere sinceri e non illudere con i bazooka di cartapesta già inceneriti dalla bomba atomica del Coronavirus. E’ difficile immaginare un futuro per un Paese che in due mesi si è incasinato nel marasma di 10 decreti legge, 1 disegno di legge 185 provvedimenti per l’emergenza, 700 atti delle Regioni e altre ordinanze in 8 mila comuni: il tutto tra le maglie di una sadica burocrazia cambogiana fatta di 160 mila norme e che ci fa vergognare di fronte a Francia (7 mila), Germania (5.500) e Regno Unito (3 mila).

L’ora della responsabilità. E allora non si può più improvvisare. In una situazione che già contava tanti disoccupati e troppi precari, si doveva e si dovrebbe capire che non esistono più categorie ma persone. Nessuno è indenne, si riparte tutti da zero. Senza codici né distinzioni. Anziché sprecare risorse, fare mezze misure furbette per aiutare mezza Italia e perdersi nella confusione di tanti atti che non risolvono i problemi, bisogna fare poche cose ma giuste e corrette, importanti e mirate. Una di queste è salvare il turismo e il commercio, che al Sud, a cascata, è vita per tantissimi cittadini, lavoratori, imprese e famiglie. Per ripartire occorre ricostruire pezzi di economia e intervenire subito per prevenire una mattanza sociale. Le Istituzioni devono metterci la faccia e affrontare questo tsunami con grande senso di responsabilità, senza il pressapochismo visto finora e senza illudersi che magari l’onda travolgerà solo pochi disgraziati. Non c’è spazio per altre promesse, non c’è altro tempo da perdere. Nessuno ha la bacchetta magica ma se le soluzioni sono quelle pensate e prodotte sinora non ci può essere scampo. O si cambia o si muore. La “fase 2” va ripensata subito o diventerà la “fase strage”.

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