Rocco Forte

Rocco Forte analizza cosa potrà accadere per effetto dell’emergenza Coronavirus nel turismo ma anche nelle abitudini di tutti i giorni. L’imprenditore italo-inglese, che nei mesi scorsi si era mosso per acquisire la proprietà di un’importante struttura alberghiera di Taormina, si racconta in una lunga intervista rilasciata al Corriere della Sera.

Sono state tre settimane dure, soprattutto durante la seconda mi sono sentito uno straccio: avevo febbre a 38 e mezzo, mal di gola, era impossibile concentrarmi su qualsiasi cosa». Sir Rocco Forte, 75 anni, presidente e amministratore delegato di Rocco Forte Hotels, ha contratto il Covid 19 («non escludo di essere stato contagiato da uno dei miei nipotini»), ma ora sta bene. La quarantena l’ha trascorsa alle porte di Londra, nella tenuta di Ripley, nel Sussex, insieme alla moglie Lady Aliai, le figlie Lydia, Irene e i nipoti. «È stato bello avere la famiglia intorno, essendo l’unico ammalato mi hanno trattato con un occhio di riguardo — scherza l’imprenditore —. Ma ora che ho gli anticorpi vorrei ripartire velocemente, prendere un aereo, andare a motivare i miei dipendenti in giro per il mondo. Un vero imprenditore ha voglia di ripartire subito». Ora l’altro virus da combattere, per Sir Rocco Forte, è quello che ha fatto ammalare il settore alberghiero e più in generale quello del turismo. «Un fatto drammatico soprattutto per l’Italia, dove l’intera filiera genera circa il 12 per cento del Pil», commenta Rocco Forte figlio del magnate degli hotel Charles Forte e attualmente alla guida del più grande operatore di hotel extra-lusso in Europa, con 12 proprietà a 5 stelle, nel quale Cassa depositi e prestiti ha il 23% del capitale.

Sir Rocco Forte tutti i suoi hotel sono chiusi, ha quantificato la perdita di questo stop?
«Ancora no, ma possiamo prevedere che si tornerà alla normalità solo a primavera del prossimo anno. Posso dire che nella mia storia di imprenditore nel settore alberghiero non mi era mai successo di avere un incasso pari a zero. Per ora sappiamo per certo solo quali sono le uscite».

Che strategie avete messo in campo?
«Abbiamo subito voluto salvaguardare i nostri dipendenti, attuando tutto quello che i governi mettevano a disposizione nei vari Paesi. In Italia siamo ricorsi alla cassa integrazione e garantito assistenza ai lavoratori stagionali regolari, anche con voucher spesa. Oltre a integrare il contributo statale Fis (Fondo di integrazione salariale) per permettere ai dipendenti fissi di mantenere fino al 70% dello stipendio netto mensile, in aprile il Verdura Resort di Sciacca e la Masseria Torre Maizza in Puglia hanno riconosciuto buoni spesa del valore di 300 euro a tutti gli stagionali fermi. Inoltre tutti i livelli esecutivi, me compreso, hanno avuto un taglio degli stipendi pari al 20 per cento».

Le mosse per l’immediato futuro?
«Andranno contenute le spese e stiamo parlando con la proprietà degli immobili in cui siamo in affitto per rivedere i costi e abbiamo già avuto dei confronti costruttivi. L’accordo tra locatori e conduttori in questo momento è fondamentale. Ma più di tutto il settore alberghiero ha bisogno di una iniezione di liquidità: i soldi non sono ancora arrivati e tra poco si ripartirà. Se gli aiuti non arrivano velocemente gran parte dell’industria andrà in bancarotta».

In Inghilterra, dove lei risiede, le cose stanno andando diversamente?
«Avendo la nostra moneta e una strategia fiscale gestita da noi siamo più svincolati: l’Italia invece sta facendo i conti con una Unione europea che non sta dando un grande aiuto. E mi sorprende che nel comitato della fase 2 messo insieme da Vittorio Colao non ci sia un esperto in turismo: non è un’autocandidatura, ma ho in mente nomi italiani eccellenti che potrebbero dare una grande mano».

Come cambieranno gli hotel nei prossimi mesi?
«La parte igienica sarà rivoluzionata: se per servizio di pulizia di una camera normalmente ci vuole mezz’ora, adesso dovremo prevedere almeno il doppio del tempo. Il buffet non sarà più possibile e ci dovremo abituare a hotel meno affollati, senza scordarci che un hotel è sostenibile solo se ha una occupazione almeno pari al 50 per cento».

Avete predisposto delle misure di sicurezza anche per il personale?
«Le accortezze che abbiamo previsto per i clienti saranno una garanzia anche per il personale. Abbiamo fatto realizzare mascherine che richiamino il decoro dei nostri hotel, nessuno dovrà lavorare senza ma al tempo stesso non “intimorire” gli ospiti».

Che estate sarà quella in arrivo?
«Per l’Italia confidiamo nel turismo interno e abbiamo già qualche prenotazione per i nostri alberghi al mare, in cui c’è la fortuna di vivere gran parte della vacanza all’aperto: credo che dopo questa lunga quarantena i clienti abituali del nostro gruppo non vorranno rinunciare a dei momenti di evasione».

Cosa ne pensa della proposta di distanziare gli ombrelloni con pannelli di plexiglass?
«Un’immagine ridicola, non servono barriere per osservare le giuste distanze. Credo che saranno le stesse persone a volersi comportare in modo differente: mi è capitato di vedere certe spiagge, come la Pampelonne, in cui le persone sembravano sardine in scatola».

La situazione negli hotel di città?
«Lì sarà un po’ più lenta la ripresa, ma appena possibile riapriremo e porteremo avanti investimenti già programmati, come il ripristino del giardino dell’Hotel De Russie di Roma secondo il vecchio disegno di Valadier».

Avete fatto una previsione sulla ripresa del turismo straniero?
«Fino al prossimo autunno sarà difficile vedere la gente viaggiare: per noi ad esempio il mercato americano è molto importante, rappresenta il 40 per cento dei nostri clienti. Ma in questo momento insieme alla paura del virus c’è anche quella di trovarsi in un Paese straniero e non avere la possibilità di rientrare a casa. Molto dipenderà dalle politiche che i singoli governi decideranno di attuare, ma l’impressione è che fino a che non ci sarà un vaccino prevarrà l’incertezza».

La politica di contrazione dei prezzi degli hotel e delle vacanze in Italia potrebbe essere un incentivo al turismo?
«Non credo, noi non abbiamo intenzione di farlo perché credo sia una strada senza ritorno: passata la crisi sarà poi difficile rialzarlo. In alternativa stiamo adottando una politica più flessibile: chi prenota un soggiorno può eventualmente posticiparlo, anche più volte, data l’incertezza del periodo».

C’è stato un periodo nella nostra storia recente paragonabile, anche solo da lontano, a quello che stiamo vivendo oggi?
«L’unico momento che mi ricorda vagamente la desolazione che vedo per le strade di Londra oggi è lo sciopero dei minatori britannici nel 1984: ieri come oggi le strade erano buie, i ristoranti erano vuoti e l’incasso era quasi nullo. Dopo c’è stata la guerra in Iraq e l’11 settembre, ma una crisi del genere nessuno di noi l’aveva mai dovuta affrontare prima».

Ha avuto modo di rientrare in uno dei suoi hotel ora chiusi e vederlo per la prima volta deserto?
«Ancora no, ma sono entrato al Brown’s (l’hotel londinese di Mayfair) appena prima che chiudesse: al ristorante invece delle solite 60 persone ce n’erano 5. Detesto i ristoranti vuoti, soprattutto se sono i miei».

Il 4 maggio in Italia è iniziata la Fase 2, crede che saremo pronti?
«Da imprenditore dico che è meglio aprire prima che dopo, ovviamente senza mettere in pericolo la salute della gente. Ogni giorno in più è un ritardo per la ripartenza dell’economia».

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