negozi chiusi il 1 maggio 2020

Dopo due mesi barricati in casa e allo stremo di una forzata reclusione sociale che volge, più o meno, al capolinea, gli italiani si preparano al fatidico appuntamento con la fine del lockdown, e intanto trascorrono in casa l’ex festa dei lavoratori. Il 1 maggio quest’anno è diventato la festa della disoccupazione per tante migliaia di persone che guardano ad un futuro sospeso nel limbo fra speranza e dramma. Il domani è una sfida zavorrata già in partenza da un senso diffuso di inquietudine ed oppressione che ha pochi precedenti. L’onda d’urto mortale del Coronavirus ha spezzato la vita di quasi 28 mila euro, una mattanza che senza pietà ha cancellato soprattutto un’intera generazione di anziani. Ma la cosiddetta “fase 2” rischia di fare una strage ancor peggiore.

Numeri impietosi. In un Paese dove già in 10 anni si sono persi un milione di posti di lavoro a tempo pieno (peggio di noi solo la Grecia) e sono raddoppiati i sottoccupati (il 25% ha impiego inferiore al titolo di studio) e con un 1 giovane su 3 non ha un posto, il ministro dell’Economia ha già avvisato tutti nel Documento di Economia e Finanza che la disoccupazione (a fine febbraio 2020 al 9,7%) salirà quest’anno almeno all’11,6%, per un totale di 492 mila posti di lavoro che non esisteranno più. Numeri impietosi che molto probabilmente rappresentano soltanto una parte del disastro che si prospetta e che, di certo, stridono con l’eco ossessionante di quell’ormai retorico “Andrà tutto bene”. Di questo passo non andrà bene un bel niente. Il tempo delle frasi fatte è archiviato. Lo abbiamo detto e scritto tante volte che sarebbe andato tutto bene e almeno contro il virus così è stato, perché la gente ha compreso che ci si giocava la pelle, e che per una volta ci si doveva uniformare a quello che dicevano i generali, per quanto inadeguati fossero, e fare i soldati con intelligenza e obbedienza.

Sacrificio e ritorno alla vita. Il 3% degli italiani, una piccola minoranza di imbecilli non ha rispettato i divieti, ma la quasi totalità delle persone si è chiusa in casa con un sacrificio impeccabile che va riconosciuto e che ora non può essere vanificato e frustrato dalla confusione totale che avvolge la programmazione del domani e minaccia il destino di tanti italiani. Senza dimenticare, ovviamente, un particolare non secondario: che questo maledetto virus non è morto e non è scomparso nel nulla, si è dovuto arrendere all’impossibilità di contagiare chi è rimasto in casa ma col ritorno alla vita potrebbe essere di nuovo lì, in agguato, e rimarrà una minaccia sino a quando non arriverà un vaccino.

Il solito teatrino. Da lunedì scatta il rompete le righe e comincia il secondo capitolo, un’altra sfida nella quale si dovrà abbozzare un ritorno a una parvenza di normalità. La battaglia per non crepare ora diventa quella per portare un pezzo di pane a tavola e far sopravvivere le famiglie e difendere il diritto a una vita dignitosa. Il 1 maggio 2020 è l’alba di una fase 2 che nasce all’insegna del casino più totale. Il Governo annuncia milioni di aiuti che non arrivano, le opposizioni la buttano in caciara. Da una parte c’è Conte, trapezista palazzinaro delle promesse perbeniste da spergiuro, che si è innamorato del personaggio che interpreta e tratta gli italiani come fossero marionette dell’Opera dei Pupi, dall’altra riparte l’arringa Salvini che al crepuscolo del lockdown ha lasciato la trincea della Pianura Padana per tornare a gridare “Prima gli Italiani”, si è ricordato del Sud dopo 2 mesi trascorsi a fare l’avvocato delle cause perse a difesa dell’indifendibile Titanic (politico e sanitario) della Lombardia. Non fanno meglio i vari Di Maio, che ha stufato come il suo sorrisetto da scolaretto incravattato che fa una parte troppo più grande di lui, Renzi, battitore libero che strepita e scalpita, contesta ma poi si allinea, perché la cosa che conta per qualcuno è cementare il deretano alla poltrona sino al 2023, e la Meloni che urla “No Mes” e arringa i “patrioti” come fosse lo spin-off in salsa romana del “Sono un italiano” di Totò Cotugno. Intanto, nel solito teatrino di polemiche e veleni, in questo inconcludente tutti contro tutti, gli italiani perdono il lavoro e rischiano di morire di fame.

Equilibri polverizzati. Ricorderemo il silenzio che ha avvolto le strade, i vicoli e le piazze, quel ritmo monotematico e compassato delle giornate che si preso una parte delle nostre vite in una civiltà come la nostra che ha sempre vissuto all’insegna del rumore e della frenesia. La lotta in casa allo spettro della malattia racchiusa nella dolorosa sospensione della vita, lascia spazio all’apprestarsi a tornare in gioco, in un mondo che ci ha illuso di avere equilibri intoccabili e inviolabili, smacchiati e polverizzati nel breve volgere di qualche settimana da un virus.

Il paravento della burocrazia. Ci sarà tempo e modo per capire cosa sarà del domani. Sono poche oggi le certezze e tra queste il caos di un Paese paralizzato dalla paura, dove tutti chiedono aiuti che non potranno arrivare, perché non c’è la capacità di darli da parte della classe dirigente o forse perché non bastano le risorse per poterlo fare. Se i soldi per aiutare la gente non esistono o non sono sufficienti lo si dica, con franchezza. Illudere chi è sull’orlo del baratro sarà peggio. La promessa è diventata un virus nel virus, che non fa rumore ma uccide, poco alla volta e inesorabilmente. Quelli che nei palazzi del potere se la prendono con la burocrazia ma avrebbero la capacità di stroncarla in 10 minuti, sono come i pupari che se la prendono con i pupi. La burocrazia, se davvero esiste la volontà di cancellarla, la si può spazzare via subito, ma in realtà altro non è che il comodo paravento invisibile e telecomandato di un esercito di piccoli e grandi roditori che in tutto il Paese, da Nord a Sud, si agitano e squittiscono anche solo per una crosta di formaggio. Anche solo per lucrare sulle forniture di mascherine contro il Coronavirus.

Le soluzioni. Altro che aprire subito, altro che riaprire e “chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. Non basta illudere il cittadino che rialzare una saracinesca (per quale clientela?) possa bastare per riprendersi la normalità, incoraggiarlo a scavarsi la fossa da solo e andare incontro al fallimento certo per poi negargli ogni pretesa di un minimo aiuto. Per vincere l’oppressione terrorizzata che si vive nel respiro della città privata della folla e del rumore servirà ben altro. Per proteggere il territorio, stretto nella morsa del futuro che l’aspetta al varco, c’è bisogno di fare poche ma ineludibili cose: fermare l’imposizione delle tasse, mettere liquidità e non assistenzialismo a macchia di leopardo. Solo così si può uscire dal pantano e ripartire, in un un Paese che tra tante disgrazia ha le sue grandi potenzialità da far valere nei confronti dei corvi stranieri, che aspettano la morte dell’Italia per appropriarsi dei suoi tesori. C’è una sola via maestra da seguire. Tutto il resto è fuffa nell’amaro calice di un’incombente carestia.

Nodi al pettine. Non è tempo di bugie, pseudo-strategie e logiche economiche esasperanti. Il potere centrale non può più illudersi di manipolare la collettività a suo uso e consumo. Non si può più coltivare la meschina velleità di proseguire i vecchi retaggi di bassa politica e modesto affarismo. La corda è stata tirata abbastanza. Andrà tutto bene, madama la marchesa. I nodi vengono al pettine. Nessuno fa presente che delegare alle banche l’operatività dell’assistenza alle aziende significa riservare gli aiuti a una minima percentuale di chi ha davvero bisogno, e che costituisce il tessuto reale dell’economia. Molte aziende hanno già linee di credito pienamente utilizzate, e il merito delle piccole imprese è ampiamente esaurito; le istruttorie dovranno essere effettuate con una velocità e una tempestività che gli istituti di credito non saranno in grado di garantire; gli utilizzi dovranno mantenere una tracciabilità che spesso, soprattutto per le piccole aziende, non appartiene alla realtà commerciale.

Effetto domino. Gli assegni postdatati, modalità di pagamento illegale e formalmente inesistente ma consolidata, che esprime la quasi totalità delle transazioni a scadenza, arriveranno all’esazione con inesorabile puntualità perché i fornitori non avranno la forza di ritirarli e prorogarli. I fitti dei locali, forti di contratti a lunga scadenza, non saranno abbassati – se non in alcuni sporadici casi – perché rientranti in vasti patrimoni familiari. I lavoratori a giornata, i commessi, gli impiegati di livello più basso saranno licenziati senza pietà da datori di lavoro che sventoleranno la bandiera della crisi e della recessione, col sostegno e l’acquiescenza di una classe politica, anch’essa precaria e sensibile ai poteri più forti che ne determinano il destino. E’ un effetto domino che non risparmia nessuno. E chi se ne frega delle migliaia di lavoratori stagionali del turismo e dell’accoglienza, invisibile carne da macello, professionalità che sono state motore e linfa vitale del territorio. Quella storia dei flussi ininterrotti di visitatori è destinata a restare un magnifico ricordo per troppo tempo: molto più di quello che passerà prima che famiglie intere abbiano fame. E allora di tutti questi lavoratori cosa ne sarà? Devono rassegnarsi a finire in mezzo a una strada?

Relitto classista del passato. L’ipocrita realtà anacronistica e parafrasata, intrisa di vuoti artifizi dialettici, che sin qui è stata raccontata nelle tv e dai vari media, teorizzata da tempo immemore nelle aule universitarie e ostentata nei ministeri, dopo questo tsunami sarà un relitto classista del passato, distante anni luce dalla nuova realtà e dalle nuove dinamiche della vita, universo in movimento che come un fiume si sta scavando incognite vie e sta tracciando altri confini. La realtà che riparte da zero, oggi più che mai, ha nella strada la sua unica chiave di lettura e l’epicentro della verità. Lì ci sarà il bivio di tutto e si riverserà la disperazione e la rabbia del Paese oppure, sulle rovine di una nazione, la paralisi si piegherà ad una reale volontà condivisa di superare insieme la crisi e, in tal caso, si potrà aprire una fiorente stagione di speranza e di rilancio.

La vera sfida. Nell’incombenza di un futuro imprevedibile e ingovernabile, occorre capire dove va il mondo e realizzare che al cospetto di una “pandemia economica” o si riparte tutti o non si salva nessuno. La politica che governa e quella travestita da burocrazia non possono più trincerarsi dietro le solite cazzate di palazzo e promettere l’irrealizzabile, ma avere l’onestà intellettuale, il buon senso e l’intelligenza di fare poche cose ma indispensabili, senza lasciare indietro i poveri per salvaguardare i soliti furbi. Servono provvedimenti essenziali che diano pari dignità a tutti. Gesti che possano aiutare la gente a non affondare e a tenere in piedi le ultime fondamenta dello Stato. Se l’Italia vuole salvarsi deve finirla di giocare ‘a futti cumpagni’ con il Nord ai posti di comando e il Sud al guinzaglio che arranca. Se si vuole resistere bisogna cominciare ad essere un Paese vero. Quello che l’Italia non è mai stato per 159 anni.

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