Fortunato Cerlino

Fortunato Cerlino, l’attore napoletano noto al grande pubblico per aver intrpretato il ruolo di “don Pietro Savastano” in Gomorra, risponde a chi ha definito i meridionali “inferiori”. La sua straordinaria replica arriva con un lungo monologo e in video tutto da vedere e da ascoltare.

Amabilissimo Padreterno, mi chiamo Gennaro, vivo nel rione e sono un meridionale inferiore, ma questo penso che Tu già lo sai. Ci provo ogni giorno a somigliare a quelli del Nord, ma non ci riesco. Mi vesto male, parlo male, sono sporco, rozzo, ladro, furbo, accattone e sfaticato. Non posso farci nulla, non potrò mai farci nulla perché la mia inferiorità è volontà Tua.

Nell’ordine naturale delle cose che hai creato ci stanno quelle che vanno sotto e quelle che vanno sopra, poveri e signori, malati e sani, maccarune e carne. A me e a quelli come me ci hai fatto plebe, schiavi, popolo insomma. Il nostro posto è la cuccia e la catena, le nostre carni sono fatte per il sudore e le zecche. Le nostre braccia servono per lavorare e servire, la nostra bocca per stare zitta e muta o all’occorrenza per dire «Sì padró». La società degli uomini questa tua grande invenzione non l’ha voluta capire, e così ha pensato alla democrazia andando fantasticando che tutti gli uomini sono uguali. Grande fesseria che ci è costata vergogna e umiliazione. Grazie alla democrazia ho avuto modo di viaggiare, di vedere luoghi e dare del tu alle persone perbene. Tutte esperienze che mi hanno certificato la mia inferiorità. La gente del nord è assaje meglio di me che mi hai fatto meridionale. Tengono mani più pulite, vestiti stirati, scarpe lucide e parlano con accenti delicatissimi. Non è solo questione di soldi. Noi con i soldi ci facciamo le piscine stile Scarface e ci compriamo le macchine tamarre. Loro invece ci fanno le industrie e danno pane e fatica pure a noi. Comunque, in parte la mia inferiorità è colpa Tua, ma pure io ci ho messo del mio. Se ho fame è pecché non tengo genio di lavorare. Se ho sete è pecché inquino la mia acqua. Se ho freddo è perché mi copro di vesti contraffatte. Inoltre sono violento per natura, e di questa violenza ne faccio un vanto, un brand.

Ti scrivo perché ho capito che la gente come me è un pericolo per la civiltà e quindi Ti chiedo, senza nulla a pretendere, di trovare il modo di estinguere la mia razza e tutti i meridionali come me. Magari fallo in maniera indolore, ma senza esitazioni. Noi siamo un cancro, asportaci. Noi siamo un problema, deportaci. Noi siamo un virus, neutralizzaci. Noi siamo una malattia, estinguici. Visto poi che quaggiù hai commesso questo errore, non ripetere la stessa cosa lassù. Di paradisi, fanne due. Uno per quelli del Nord e un altro per noi del Sud, in modo che quella povera gente perbene non debba ancora avere a che fare con noi dopo morta. Dispensali dalla feccia, la puzza e il colera, almeno in paradiso. Dopo aver eliminato noi magari fai un pensierino pure per i neri, i gialli, i mulatti, e tutta quella marmaglia che sta provando a venire a rubare la felicità di quelli del Nord su quei barconi sfondati e pieni di terroristi e fetenzie. Senza di noi il mondo sarà assai migliore. Tutti onesti, lavoratori, istruiti, educati, felici. Tutti eleganti, raffinati, puliti, profumati, ricchi.

Ringraziandoti anticipatamente,
Gennaro

Carissimo Gennaro,
scusa se te rispondo nu poco ‘e pressa ma stammatina me so scetato cu na pigrizia ‘ncuollo esagerata. ‘A verità è che nun tengo mai genio ‘e fa niente. Tieni presente quel fatto che il settimo mi riposo? È na fesseria. Io è un’eternità che mi riposo. Mi piace sta steso ‘ncoppa ‘a spiaggia, vicino ‘o mare, sotto ‘o sole. Ci sta na spiaggetta a Procida che è ‘a fino do munno. Na bella seggia a sdraio, na fella ‘e cocco fresco, e chi sta meglio ‘e me! Comunque io di quello che mi hai scritto nunn’aggio capito na mazza. Potresti scriverlo in dialetto pe’ piacere? Famme stu favore, fallo per il Pataterno. Io non ho studiato molto e faccio fatica se mi scrivi in lingua. In ogni caso, per le richieste a me, devi rivolgerti a tutta chella maniata ‘e sfaticati dei santi. Li ho messi apposta tra voi e me, pecché voglio sta quieto. Se proprio non ti rispondono prova cu Maria oppure cu ‘o figlio. Un altro sfaccendato al quale una cosa gli avevo chiesto di fare e ha combinato quel guaio. È stato isso a insistere per nascere in Palestina. Tiene ‘a politica ‘ncapa. Io lo avevo chiamato Pasqualino, doveva nascere a Torre del greco e la sua missione era quella di imparare alla gente del mondo a godersi la vita. Invece delle parabole gli avevo detto di predicare ‘a ricetta do casatiello, da pastiera, del babbà, degli scialatielli cu ‘e frutte ‘e mare, salsicce ‘e friarielli e sfogliatelle. Invece delle guerre gli avevo detto di proporre delle belle gite in costiera amalfitana, a Posillipo, a Positano. Questi erano ‘e miracoli che gli avevo chiesto, perché se uno mangia bene, campa bene, l’aria buona e la bella vista spengono ogni malumore. Gli uomini pensano solo a fa distinzioni, a se sfrutta’ l’uno con l’altro con lo scopo ‘e fa soldi. Non hanno capito nu cazzo del perché li ho creati. Gli avevo detto: Pasqualì a papà, ma non lo vedi come sono tristi i fratelli tuoi? Stanno sempre cu na faccia appesa, ‘o business gli fa fare il sangue amaro. Vai laggiù e insegnagli che la vita è libertà, godimento, che pure se si danno tanto da fare alla fine che hanno accocchiato? Niente! Sempre ‘a pelle ci lasciano. Almeno se ne vedessero bene di quello che gli ho dato, che il segreto del paradiso sta proprio in quello. Vogliono essere perdonati da me? Bene, allora se facessero na cammenata a via Caracciolo, nu tuffo a Capri o a Ischia, imparassero a cucinare, ad amare sé stessi e il prossimo e a fa’ salute.

Gennarì, ma tu lo sai pecché vi ho sbattuto ‘ncoppa ‘a terra quanno facette ‘a creazione? Pecché quanno stavate qui con me, tenevate tante belle cose ma cominciaste a provare invidia di quello che già era vostro. Diventaste arroganti, screanzati. «Ma questo tamarro che ha capito? Solo perché è Dio ma chi crede di essere? Lo facciamo noi il Paradiso. La produciamo noi la felicità!».

Alla fine vi ho dovuto cacciare, ma non vi ho messo nell’ultimo dei posti. Laggiù tenete nu sacco ‘e promemoria di comme è fatto ‘o Paravise, basterebbe che la smetteste di fa’ ‘e creature e diventaste uomini a tutti gli effetti. Chi songo io, chi sei tu! Ma overamente tenete tutto sto tempo da perdere? Ma non l’avete capito che siete tutti figli della stessa fantasia? Guagliù, ‘a vita è corta, scetateve! Non peccate ‘e superbia pecché sennò o’ Paradiso ‘o vedete cu ‘o binocolo ‘a prossima vota. Comunque, mo tengo na parmigiana ‘e melanzane sotto ‘o forno e ti devo lasciare, Statte buono Gennarì. Ci vediamo. E questa è una minaccia.

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