Carlo Verna

Il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Verna, non fa sconti sugli attacchi mediatici al Sud e sulla grave affermazione “I meridionali sono inferiori” del direttore di Libero, Vittorio Feltri che fa seguito ad altre analoghe esternazioni diffamatorie che da tempo ormai si registrano in diversi contesti.

Risposta esemplare. Su questi comportamenti lesivi della dignità di milioni di cittadini, ma anche della categoria dei giornalisti, Verna ha intrapreso le opportune azioni, valutando ora il danno di immagine per i giornalisti ed ha prospettato, intanto, segnalazioni disciplinari per i conduttori tv e l’intervento dell’Agcom per “hate speech” nelle trasmissioni. Il n.1 del Cnog, inoltre, ha scritto una lettera (indirizzata al sindaco di Napoli) nella quale dà una magistrale risposta a chi si rende autore di queste meschinità.

Meridionale con orgoglio. Verna, un meridionale doc che si dichiara orgoglioso di essere cittadino del Sud e di Napoli, si conferma persona di importanti qualità umane e morali, prima ancora che uno stimato professionista del giornalismo. Nella circostanza ha inteso evidenziare il suo impegno in prima persona nel vigilare, tramite l’Agcom, affinché episodi simili non possano ripetersi.

Le iniziative del Cnog. “Il caso che riguarda l’iscritto Vittorio Feltri va molto oltre le competenze che la legge ha demandato ai Consigli di disciplina territoriali. Il presidente dell’Ordine lombardo mi ha rassicurato circa la trasmissione degli atti al giudice deontologico naturale, relativi all’ennesima segnalazione. I comportamenti di questo signore rischiano di travolgere l’immagine dell’intera categoria dei giornalisti italiani, che è mio dovere tutelare, perciò a tal fine sarà dato mandato a un legale. L’Ordine nazionale si è tempestivamente relazionato con Agcom, cui tempo fa ha fornito un contributo significativo sul regolamento relativo al no hate speech, e monitorerà le trasmissioni in cui con maggiore frequenza in questi ultimi giorni sono state ascoltate espressioni ampiamente fuori le righe caratterizzate da linguaggio discriminatorio. Credo, infine, che il nostro codice preveda una sorta di fattispecie di “incauta ospitata” a carico dei conduttori delle trasmissioni che pure saranno deferiti ai Consigli di disciplina qualora non si dissocino fermamente come la Carta dei doveri dei giornalisti esige , tema su cui la Cassazione ha puntualizzato: “esiste l’obbligo dell’intervistatore televisivo di intervenire se possibile nel corso dell’intervista, quantomeno interloquendo, chiedendo precisazioni, chiarendo, quando il caso, che quello espresso è solo il punto di vista dell’intervistato, se si rende conto che il dichiarante sta eccedendo i limiti della continenza”. Se Feltri ha perso prima la lucidità e poi la bussola, forse perché nella sua ossessione inconsciamente subisce l’idea che l’abbia inventata l’amalfitano Flavio Gioia, non saranno tollerate complicità.”

Lettera al sindaco di Napoli. “Sono nato in uno storico palazzo nel cuore di Napoli in via Foria dove Luciano De Crescenzo girò diverse scene del suo famoso “Così parlò Bellavista“.
In quell’edificio dove campeggia uno stemma in cui si legge “numquam retrorsum”, giammai indietreggeremo, non ci sono ascensori. Ma il Professore ne simulò scenograficamente l’esistenza per una scena sublime. La coesistenza obbligata nel buio e nel silenzio del napoletano e del milanese (interpretato dall’impareggiabile attore meneghino Renato Scarpa) che si guardavano con sospetto e che all’improvviso incontrandosi scoprirono reciprocamente un filo umano che li univa molto più resistente degli stereotipi divisivi, facendo scoccare la scintilla dell’amicizia. Un sentimento che deve estendersi in questi giorni di una prova difficilissima. Napoli è Milano, Milano è Napoli, Italia, Europa (nonostante le spine), mondo, umanità. Quei tanti morti lombardi per lo spirito di Bellavista sono i nostri morti. De Crescenzo è stato Napoli, Feltri non è Milano, non lasciamoci trascinare fuori da quell’ascensore. Se non si sale si scende così come Papa Francesco sottolinea che chi non progredisce regredisce. Perché scrivo, perché me ne occupo a costo di apparire sdolcinato? Cambio subito tono, assumendo le vesti di presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, che si ritrova tra gli iscritti questo nome (Vittorio Feltri, ndr) noto anche per la sua capacità di essere urticante, in passato pure in maniera brillante ma negli ultimi tempi fuori dalle righe e meritevole di ampie reprimende come seminatore d’odio. In tanti scrivono per sollecitare di metterlo fuori della nostra comunità professionale. Si può fare attraverso un regolare procedimento guidato da un autonomo consiglio di disciplina. È competente quello del luogo dove il giornalista è iscritto, ovvero nel caso specifico quello della Lombardia, che naturalmente deve essere attento sempre nelle sue pronunce alle libertà garantite dall’art. 21 della Costituzione, anche se sottolineo il principio di non discriminazione insito nell’art.3 noto per sancire l’uguaglianza, e ai giuristi indicherei la strada della valutazione della cosiddetta legge Mancino. È lo stato diritto che dal 2012 ha voluto la separazione dei poteri anche nell’ambito degli ordini professionali. Con chi giudica nessuno può interferire. Sarebbe come chiedere conto a un Presidente del consiglio dell’azione, dell’omissione o della fondatezza della pronuncia di un magistrato. Non si può fare. Posso solo chiedere scusa a mio nome e a quello della stragrande maggioranza di colleghi che hanno lo stesso tesserino di Feltri per il reiterato atteggiamento di vacua ostilità. Lo trovo indegno ma mi adeguo e amo Milano come Napoli di cui sono sempre rimasto orgoglioso cittadino. Con Luciano e Renato accendiamo le due candeline nel silenzio dell’ascensore, come nel film, distanti dal rumore di Vittorio”.

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