lo sloga di Milano

L’Italia (o cosiddetta tale) si prepara a mettersi alle spalle la “fase 1” dell’emergenza Coronavirus, due mesi di pandemia hanno fatto 24 mila morti, ma una strage epocale è diventata una fredda questione marginale di numeri. Nella grande corsa verso la ripartenza non c’è spazio per il dolore né tempo da perdere con l’ecatombe di chi non c’è più. La fase 2 doveva essere un dibattito interamente improntato sulla questione sanitaria ma il confronto sulla lotta ad un virus per il quale non c’è ancora un vaccino, è diventato appendice allo scontro totale tra Nord e Sud.

Il senso del confronto. Badate, dal nostro punto di vista non è confronto Nord-Sud. È un confronto tra l’arroganza smisurata dei primi della classe che vuole ancora imporre la legge del più ricco e l’orgoglio di chi ha sempre subito ma non ha mai mollato, tra la ricca spocchia di chi ha fatto disastri, non li ammette e ora vuole spostare altrove l’attenzione come se nulla fosse, senza assumersi la responsabilità di un fallimento, e chi invece sta compiendo un’impresa di sopravvivenza in una guerra combattuta ad armi impari, con le fionde ma con il coraggio della dignità. Covid19 diventa perciò la cartina di tornasole e lo spartiacque di un’Italia bugiarda, mai stata meritocratica, dove gli equilibri sociali ancor prima che economici non possono più continuare ad essere quelli di un secolo e mezzo a questa parte e solo questa presa di coscienza può favorire la speranza di un cambio di passo e riaccendere il motore del Paese.

La resa dei conti. I nodi, intanto, vengono al pettine. Covid19, questa bestia che non sappiamo nemmeno cosa sia e dove si nasconde, è diventato l’elemento che spacca il vaso di Pandora di un Paese che ha annesso senza mai unire. Forse dopo 159 anni siamo arrivati alla resa dei conti. Da una parte chi ha conquistato la storia ribaltandola e manipolandola, dall’altro chi è stato invece disarcionato, depredato e sodomizzato. Di fronte a un virus che ha messo in ginocchio il mondo intero non si avvertiva il bisogno di un’ennesima stupida faida campanilistica, poteva essere per assurdo il momento obbligato per avvicinarsi in qualche modo a quell’unità che non c’è mai stata.

I soliti campanilismi. La crisi ha colpito tutti e in una guerra di solito si cercano alleanze, anche a denti stretti, per avere maggiori possibilità di sconfiggere il nemico. E invece dal Nord si è scatenato il fuoco di fila di un attacco totale nei confronti del Sud, una violenta e astiosa crociata kamikaze a tutto campo che ha tolto la maschera al dominio farlocco di chi da sempre ostenta e professa una superiorità fondata sui luoghi comuni del nulla. E’ il crepuscolo di quel predominio che qualcuno ha il terrore di perdere, tanto più se il rischio è di lasciare spazio al Sud che sta uscendo prima di tutti da lockdown e ha una voglia feroce di ripartire e riprendersi quello che gli è stato portato via.

Eccellenza farlocca. I fatti sono più ostinati della propaganda. Siamo di fronte a 24 mila vite perse, di cui la metà soltanto in Lombardia, dove c’è tanta gente perbene e rispettabile a cui vogliamo bene e di cui siamo orgogliosi di essere amici, dove tanti innocenti hanno pagato con la vita la superficialità e l’ostinata ottusità di pochi governanti che dopo i disastri prodotti dovrebbero andare a pelare patate nei campi e che invece hanno ancora il coraggio di dare lezioni quotidiane in tv e sui social raccontandoci una storia che non esiste. “Milano non si ferma”, “Tutti in casa”, “Riapriamo Milano”, hanno detto e fatto tutto e il contrario di tutto. Mentre regioni come Veneto e l’Emilia Romagna hanno fatto la loro battaglia in modo concreto, efficace ed encomiabile, in Lombardia si sono riempiti la bocca con i cocktail al Covid sui Navigli e una sbronza catastrofica di errori. Parlano del “modello Lombardia” e decantano “l’eccellenza della sanità” mentre i loro esperti rassicuravano che fosse un’influenza e garantivano il contenimento dell’epidemia. Peccato che ad oggi nelle case di riposo della Lombardia si contano 7 mila anziani morti che potrebbero essere il doppio e che, di certo, potevano essere molti di meno se si fossero fatti i tamponi anziché preoccuparsi di scrivere alle direzioni delle strutture di tenerle aperte alle visite esterne per non creare allarmismi. E che dire di una sanità esemplare che, in realtà, non fa i tamponi domiciliari, concentra tutto sugli ospedali e si affanna a realizzare un mega-ospedale allestito come un simbolo di eccellenza da esibire, con tanto di brindisi inaugurale (alla faccia degli assembramenti) per poi lasciarne le stanze semivuote.

Esodo indotto. Raccontano (e inventano) con orgoglio di aver chiuso prima di tutti ma non parlano mai dell’unica cosa in cui va detto che sono stati perfetti: il grande esodo indotto dei meridionali per liberare la Lombardia dal rischio di far scoppiare gli ospedali pieni di malati. Una partenza di massa innescata con tempismo chirurgico la notte del 7 marzo a Milano, generata da una fuga di notizie sul decreto di lockdown che stava per annunciare il Governo, terrorizzando così almeno 100 mila persone, spinte in piena notte a salire sui treni, a mettersi in macchina e sui bus per scappare al Sud. Una vergogna che dovrebbe fare arrossire, ma in fondo in linea con le tante vergogne della (vera) storia per la quale nessuno ha mai chiesto scusa. E’ la retorica sfacciata e cialtrona di chi, così facendo, poteva provocare una strage di contagi al Sud, poteva essere il colpo di grazia a quei terroni vampirizzati da decenni e sodomizzati a tal punto da non avergli lasciato altro che le briciole.

la stazione di Milano la notte del 7 marzo

Uno scippo dopo l’altro. Non basterebbe volumi di enciclopedia per raccontare fatti e misfatti della (vera) storia ma può bastare qualcosa di più recente per rendere l’idea. In questo Paese si continua a sostenere che il Sud sia una “palla al piede” del Nord e dell’economia nazionale ma il 32° rapporto di Eurispes sulla spesa pubblica in Italia chiarisce e spiega con dovizia di dettagli che negli ultimi 20 anni sono stati sottratti alle 8 regioni meridionali 840 miliardi di euro netti. A fronte di 45 miliardi di trasferimenti che ogni anno si sono spostati da Nord a Sud, ve ne sono stati almeno 70,5 finiti al Nord a percorso inverso. Uno scippo dopo l’altro, senza che nessuno lo dica o che si indigni. Piagnoni meridionali, non vi lamentate perché quei soldi servono al Nord forte e virtuoso per mandare avanti l’Italia e per mantenere noi.

Sinfonia della minaccia. E allora eccolo il crescendo rossiniano di proclami avvelenati da volgari discriminazioni territoriali, una sinfonia della minaccia che stiamo sentendo ogni giorno, e a cui alcuni media a trazione nordista fanno da spalla, dando fiato alle trombe di un’altra crociata anti-meridionale come proni carneadi raglianti (in spregio ai veri professionisti dell’informazione): “La Sicilia senza la Lombardia sarebbe in Africa”, “Al Nord riapriamo. Noi ce ne andiamo e al Sud rimangano pure a suonare i mandolini per strade”; “Il Sud senza il Nord andrebbe a ramengo” e farebbe “una brutta fine, per altro meritata”; “Al Nord ci sono stati più contagi perché la gente va a lavorare”; “Al Sud che cosa devono riaprire se non hanno nemmeno le imprese?”; “Un dio severo, un po’ strabico, sta falcidiando le terre del Nord produttivo”; “Al Sud devono ringraziare San Gennaro e Santa Rosalia”. Tutti attacchi gratuiti, concetti vuoti e meschini, pieni di livore e privi di alcun senso. Non osiamo immaginare cosa sarebbe accaduto se gli untori di questa pandemia in Italia anziché in Padania fossero stati i meridionali. Ci avrebbero spedito con i treni blindati all’estero? Avrebbero costruito i muri per isolarci e tenerci lontani da Napoli in giù?

Il Sud che non muore. D’altronde, doveva essere una strage al Sud, ci davano tutti per morti, hanno rispedito indietro 100 mila persone (oltre 50 mila in Sicilia e poi gli altri in Campania, Puglia, Calabria e Sardegna) come fossero un pacco postale col timer di una bomba ad orologeria, hanno parlato per settimane intere di picco in arrivo al Sud. Ecco, la fine è vicina, ci siamo, i terroni stavolta crepano, non hanno ventilatori polmonari, non hanno mascherine, non hanno scampo. E invece il Sud ha scansato l’inferno, è vivo e vegeto, sta vincendo la sua battaglia a mani nude, contro tutto e tutti. E’ il capolavoro di milioni di meridionali, puntualmente tacciati d’esser poveracci, mafiosi e briganti, che hanno ribaltato tutte le previsioni catastrofiche e dando prova di essere un grande popolo hanno fatto l’unica cosa che poteva fare: si sono chiusi in casa con esemplare rigore, senza che nulla possa cambiare nel giudizio l’eccezione di una minoranza di pochi imbecilli trasgressori (sempre meno dei tanti indisciplinati sanzionati nelle regioni del Nord).

Giulio Gallera, assessore della Regione Lombardia

La perla di Gallera. I meridionali si sono salvati e non si comprende come abbiano fatto a non crepare di Coronavirus: li hanno graziati i Santi? Li ha salvati il clima? No signore. La risposta è tutta nella perla di uno dei tanti fenomeni padani. In questo caso il nome lo dobbiamo fare: l’assessore al welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera. La sua è una teoria da antologia della castroneria. Ha dichiarato che “la Lombardia ha salvato il Sud”. Avete capito bene: ci hanno salvato loro dal disastro sanitario. Non sappiamo se il film che ha visto l’assessore Gallera sia forse “Non guardarmi non ti sento”, con Gene Wilder e Richard Pryor. Vorremmo dire a lui e tanti altri illustri crociati nordisti tante cose ma in questi casi non servono improperi sennò si scende allo stesso livello di chi pronuncia fesserie così ciclopiche. Ci auguriamo che Gallera una tale bestialità l’abbia detta senza pensarla davvero e semmai gli consigliamo di farsi raccontare la vicenda straordinaria di chi a Palermo ha curato e salvato cittadini di Bergamo. Quando si contano 24 mila morti, è un’amara sconfitta per tutti, ma se qualcuno ha straperso nettamente è la Lombardia e se c’è un grande vincitore morale è il Sud. Caro assessore Gallera, la verità è che avete decantato un’eccellenza che non esiste e dovete fare mea culpa. Avere la frenesia di riaprire per distrarre l’attenzione da un fallimento e per non dare vantaggi ai terroni è un esercizio di pura follia. Pensate a salvare la gente e ad evitare altri contagi e altri morti, abbiate buon senso di pensare alla vita e non all’ossessione del potere economico. Le 4 D del governatore della Lombardia, Fontana, ci suggeriscono qualche altra D e prima di parlare di distanza, dispositivi, digitalizzazione e diagnosi si dovrebbe pensare alla D di dimissioni. E questo vale anche per il sindaco di Milano, Sala, che inneggiava alla Milano aperta che “non si ferma” e ha ancora il coraggio di dire “Milano riparte, negozi aperti anche di sera”. Peccato che ci siano ancora migliaia di persone ammalate.

Un’altra storia. E’ la confusione mentale di quelli che non hanno compreso che il Coronavirus ha già scritto un’altra storia. E’ uno tsunami che ha portato dolore e morte, ma anche uno schiaffo di colossali proporzioni alla fiera presunzione del Nord. Il tempo della retorica delle due Italie è finito. E’ sceso il sipario sul copione di un’Italia bella e produttiva e l’altra invece brutta e cattiva, è un luogo comune spazzato via da una spietata legge del contrappasso imposta da un virus: 159 anni dopo la partita falsata, oggi si riparte da zero. O ci salva tutti o si affonda tutti, senza distinzioni. Il Sud ha già toccato il fondo, lo conosce bene, ci convive ormai dai tempi dei mille invasori e ha voglia di rialzarsi, con la forza di chi ha scansato il virus e non vuole morire di fame. Il Nord ha voglia di riaprire le fabbriche ma non è abituato a lottare nel pantano degli stenti di una crisi epocale e, dopo il Covid19, dovrà imparare a convincerci. Inizierà presto a capire cosa significare dover tornare al punto di partenza.

Chi andrà a ramengo. Attenzione a non esagerare con le minacce, attenzione a non avere fretta di ripartire e attenzione a non lasciarsi accecare dall’astio verso questi “maledetti” meridionali. Prima avete voluto che si facesse quest’Italia di colonizzatori e colonizzati e ora, una volta spremuto il limone, minacciate di dividerla. Non sia mai, però, che il Sud smetta di comprare merci e servizi del Nord. Finisce poi, sul serio, che il Nord va “a ramengo” appresso al Sud. L’armata (Brancaleone) della Padania, perciò, si chiarisca in fretta le idee, faccia un bagno d’umiltà e si tolga di dosso in fretta questo alone tarocco di superiorità che non impressiona più nessuno, altrimenti il Nord rischia di fare la stessa fine che a suo tempo ha fatto fare al Sud. Chi di spada ferisce…

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