Giuseppe Statuto, proprietario dell'Hotel San Domenico di Taormina

Rischiano il processo 10 persone, tutte coinvolte a vario titolo nell’ultimo filone della maxi-indagine riguardante l’iter per il nuovo stadio della Roma. La Procura di Roma ha chiuso, infatti, l’ultimo filone dell’indagine sulla prevista realizzazione dell’impianto sportivo destinato a diventare la futura casa sportiva dei giallorossi. In questo ambito è stato notificato nei giorni scorsi l’atto di chiusura indagini a dieci persone tra cui il presidente dell’Assemblea capitolina, Marcello De Vito e l’avvocato Camillo Mezzacapo (già a processo per una vicenda di corruzione), i costruttori Pierluigi e Claudio Toti, Luca Parnasi e Giuseppe Statuto. A seconda delle posizioni, i reati contestati ai dieci imputati sono di corruzione, reati tributari e traffico di influenze.

I guai di Statuto. Potrebbe, quindi, finire a processo, tra gli altri, anche Statuto, l’immobiliarista casertano che nel 2016 beffò lo sceicco del Qatar, Tamin bin Hamad al-Thani, e riuscì ad acquistare all’asta l’hotel San Domenico Palace di Taormina, storica struttura alberghiera che fu sede del G7 2017. Statuto, prima della vicenda concernente l’indagine sul nuovo stato della Roma, era stato arrestato il 18 dicembre 2018 per bancarotta fraudolenta: accusa contestata allora dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul fallimento “Brera”, e per la quale fu destinatario di ordinanza di misura cautelare agli arresti domiciliari.

L’accusa. Statuto, nello specifico, secondo l’accusa avrebbe “erogato in favore di De Vito e Mezzacapo” circa 24mila euro, cifra che sarebbe stata corrisposta sotto forma di incarico professionale conferito “allo studio legale di Mezzacapo e da quest’ultimo trasferito per l’importo complessivo di 16mila euro su un conto di una società riconducibile a Mezzacapo e De Vito” in cambio di un intervento “nell’iter amministrativo per il rilascio del permesso di costruire, con cambio di destinazione d’uso e di ampliamento, di un edificio in viale Trastevere dell’ex area della stazione”.

L’indagine. Al centro della tranche di indagine di questa vicenda c’è una serie di presunti atti di corruzione contestati dai Pm romani e che si sarebbero concretizzati sotto forma di incarichi professionali promessi e assegnati, che i costruttori avrebbero elargito a a De Vito, per il tramite di Mezzacapo. I lavori edili sotto inchiesta e finiti, dunque, nel mirino dei magistrati capitiloni, sono legati alla riqualificazione degli ex Mercati Generali e dell’area della vecchia stazione di Trastevere. Secondo l’impianto accusatorio De Vito «abusando della qualità e dei poteri di presidente del consiglio comunale di Roma Capitale avrebbe indotto – è scritto nel capo di imputazione – Pierluigi Toti e Claudio Toti, interessati al procedimento amministrativo pendente presso il Comune di Roma e relativo all’approvazione del progetto di riqualificazione degli ex Mercati Generali (procedimento che si trovava in una fase di stallo e motivo di grande preoccupazione per i Toti) a conferire un incarico professionale allo studio legale di Camillo Mezzacapo, braccio destro di De Vito, facendo intendere che solo in tal modo si sarebbe potuto sbloccare il procedimento amministrativo». Un interessamento “remunerato” con un incarico da «oltre 110 mila euro trasferiti» allo studio legale di Mezzacapo e da quest’ultimo girati «per l’importo complessivo di 48mila euro su un conto intestato ad una società riconducibile a Mezzacapo e De Vito».

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