il primario del Ccpm Taormina, Sasha Agati in Libia

Taormina. Conclusa nelle scorse ore la missione in Libia dell’equipe medica del Centro di Cardiochirurgia Pediatrica di Taormina. La delegazione del Ccpm si è recata in una terra difficile e martoriata dalla guerra per aiutare i bambini necessitanti di cure. L’Organizzazione delle Nazione Unite, dal giugno 2018, ha avviato un programma denominato Unsmil (United Nation Support Mission in Lybia) dedicato al coordinamento delle missioni internazionali su questo territorio dell’Africa mediterranea.

Inizio in salita. A questa iniziativa ha aderito il Ccpm, che ha avviato la sua missione la settimana scorsa, operando il 15 gennaio a Bengasi la piccola Shahad, prima pazienti tra i tanti piccoli che sono stati trattati e curati dall’equipe specialistica giunta in Libia dalla Sicilia. La delegazione ha dovuto fare i conti anche con la burocrazia, costretta ad attendere per due giorni a Tunisi l’arrivo dei visti per recarsi in Libia, poi il team ha avuto modo di iniziare la missione, effettuata e portata a compimento con esito positivo.

Un popolo speciale. “È stato un orgoglio per noi italiani, poter dare il nostro contributo per la Cardiochirurgia pediatrica in questo progetto internazionale a favore dei bambini libici. Abbiamo vissuto un’esperienza straordinaria quanto inaspettata – spiega il dott. Sasha Agati (primario del Ccpm Taormina). Abbiamo incontrato un popolo forte e speciale. La vita regala emozioni che ti porti dietro per sempre. Dieci bambini sono stati restituiti alla vita. Venire in Libia è stata una scelta molto difficile che ha messo a dura prova la nostra passione.

L’incastro perfetto. “Tutto quello che succede nella vita rappresenta un insieme di combinazioni che si realizzano tutte in un determinato momento, ogni cosa si concretizza per avere un senso. Essere stati in quella terra ha rappresentato l’incastro perfetto, insieme abbiamo realizzato un piccolo miracolo quotidiano. Bangasi, in particolare, è l’esempio della speranza: la vita non si ferma nemmeno di fronte alla distruzione. Dalle macerie delle bombe ci si rialza sempre”.

Aiutare il vicino di casa. “Questa missione per me personalmente – conclude il dott. Agati – è una di quella cose che avrei voluto fare da ragazzino. Non quello di infilarsi in una zona di guerra, ma riuscire ad aiutare il vicino di casa, chi ha avuto tanto e che adesso ha perso tutto. Chi non riesce a curare i propri figli e fatica a donare una speranza priva di mezzi. Adesso si torna a casa, dopo una straordinaria esperienza umana e di vita”.

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