la scuola Vittorino da Feltre di Taormina negli Anni 50

Taormina. L’anno da poco iniziato è quello in cui a Taormina inizieranno i lavori di ristrutturazione dell’ex scuola elementare, Vittorino da Feltre, chiusa dal lontano 2004 per i discussi fatti di inagibilità ormai noti a tutti. Un momento, quello del recupero di questo plesso, a lungo atteso e invocato dalla comunità locale persino con una petizione popolare. E’ un fatto importante che quell’edificio possa, finalmente, tornare in vita restituendo alla città la casa dello studio dove sono stati formate intere generazioni di taorminesi.

Banchi deserti. L’auspicio è che la “Vittorino da Feltre 2.0”, con il suo futuro ritorno in attività, possa rappresentare, a suo modo, qualcosa in più di una semplice riapertura. Tra quelle mura e nella polvere di quei banchi rimasti deserti per così tanto tempo c’è la riprova di come sia cambiata una città che, anziché rimboccarsi le maniche si è persa in tante chiacchiere e anziché prendere a calci nel sedere i lacci della burocrazia ha lasciato marcire per 15 anni una scuola che poteva e doveva essere riaperta molto prima.

L’onore e l’onere. Ma la “Vittorino da Feltre”, nonostante tutto, non è morta. E’ lì che aspetta i futuri studenti, con l’essenza di un forte simbolismo rimasto immune agli eventi, una sorta di eredità identitaria collettiva che tra 2 o 3 anni affiderà agli insegnanti l’onore e l’onere di far tornare ad essere quella scuola non una semplice scuola ma una vera palestra di vita. Come in quei decenni in cui alla “Vittorino da Feltre” crescevano bambini/e che poi diventavano adolescenti con la testa sulle spalle e poi uomini e donne di carattere che, a loro modo, hanno scritto piccole e grandi pagine della storia di Taormina.

Comincia tutto lì. Nella foto che accompagna questo articolo (che appartiene al taorminese Vincenzo Rao), al pari di tante altre di quel tempo, c’è un pezzo di quella storia da rinverdire. Era il saggio sportivo di fine anno, negli Anni Cinquanta. Un momento normalissimo, apparentemente comune a tanti altri, eppure dentro il quale c’è l’anima e la magia della Taormina di ieri. Una Taormina che ha molto da insegnare a quella di oggi. Historia magistra vitae e questo è un capitolo che appartiene di diritto alle storie della storia. In posa, osservando la panoramica di quella sobria collettività, c’è l’allora sindaco di Taormina, il prof. Eugenio Longo (oggi 96 enne), ci sono notabili personaggi e autorità del tempo, il parroco, gli insegnanti e soprattutto la gente comune, le famiglie e i bambini. Sono tutti volti di quella Taormina del dopo guerra che da quei tempi difficili si è rialzata con la forza silenziosa del sudore, incamminandosi all’imbocco della sua felice parabola. Da lì è cominciato tutto, la Taormina oggi conosciuta e celebrata in Italia e nel mondo.

Dai banchi alla vita. Ragazzini che spesso non avevano nemmeno la possibilità di studiare e che allora, al termine delle elementari o delle medie, se non addirittura prima, dovevano andarsene a lavorare per aiutare le famiglie. Dai banchi alla vita il passo era breve. In quegli anni difficile la vita cominciava in fretta, non c’erano l’agio e le comodità di oggi, c’era l’ineludibile necessità di sacrificarsi e metterci il cuore. Si lottava per sopravvivere ma bastava poco per essere felici. I sogni erano un lusso che pochi potevano permettersi eppure tutti avevano idealmente un privilegio straordinario: c’erano genitori e famiglie, maestri e maestre che ti insegnavano i valori della vita, ti trasmettevano il senso vero e puro delle cose, ciò che ora la quasi totalità delle giovani generazioni non conosce. Imparavi la dignità del saper soffrire e l’orgoglio di apprezzare le piccole cose, a sudartele e ad amarle e sentirti un privilegiato quando poi le ottenevi.

Le frenesie dei genitori. In fondo non servono troppi discorsi, forse basta una domanda: quali taorminesi nati ultimi 30 anni rimarranno nella storia della città? Nessuno. Chi verrà ricordato dalla comunità, fuori dalla cerchia dei propri affetti, per aver lasciato un segno nella storia di Taormina? Nessuno. Perché i giovani del terzo millennio non hanno il carattere e la personalità dei loro avi e nella quasi totalità dei casi galleggiano sull’onda imperturbabile di una fragile serenità. Gli unici che hanno una chance di farcela e rappresentano un’eccezione sono ormai quelli che a 20 anni hanno la forza di fare la valigia e se ne vanno lontani, anche all’estero, per provare a costruirsi un futuro, sapendo che qui si naviga a vista. Molto spesso i genitori di oggi sono troppo presi dalle frenesie delle proprie cose per avere il coraggio di chiedersi cosa pensano i figli e come dovrebbero crescerli, o più semplicemente nemmeno loro hanno quella forza di insegnargli a vivere, non hanno tempo e voglia per responsabilizzarli. Dopo mezza giornata di scuola, li parcheggiano in piscina piuttosto che a fare canto, danza, tennis e calcetto: il resto sono ritagli di tempo.

Il libro della vita. E la scuola, a sua volta, è diventata un esercizio mnemonico di apprendimento retorico che tra tante materie (per lo più poco utili) non ti fa andare oltre il compitino e non ti fa studiare il testo più importante: il libro della vita. Così, tra qualche anno, ci saranno tanti, troppi, giovani che arriveranno entusiasti al diploma e poi trionfanti alla laurea avendo studiato 100 libri a meraviglia, per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano, senza conoscere niente della vita che è fuori. I millennials rischiano di squagliarsi di fronte alle prime difficoltà perché sono impreparati a lottare con il coltello tra i denti per sopravvivere nel deserto culturale e sociale di un’avida Italia governata da raglianti professionisti del dilettantismo che se ne fregano di creare opportunità di lavoro e  condizioni minime di benessere.

Un selfie nell’oblio. La giostra imbellettata del terzo millennio, d’altronde, è una routine riempita dai comfort, un esercizio quotidiano del tutto che si avrà senza che nulla si debba desiderare, con tanto tempo speso sui social a postare futili idiozie, immersi nel consumismo tecnologico con l’effimera illusione di poter controllare il mondo attorno. Destini senza gloria racchiusi nella trappola della felicità effimera di un selfie che, alla fine dei giochi, rimarrà ostaggio di un cellulare da buttare via e si consegnerà all’oblio. È un effetto serra che prima ancora dei ghiacciai ha già sciolto da un pezzo la propensione a vivere camminando sul marciapiede e osservare piuttosto che navigare al computer e perdersi tra le futili stronzate della Rete. Si è anestetizzata la capacità di insegnare alle giovani generazioni a vivere con gli altri e per gli altri, ad avere voglia di fare qualcosa che possa lasciare un segno. Realizzare qualcosa per custodirla e tramandarla.

Il grande libro. In quella vecchia immagine in bianco e nero della “Vittorino da Feltre” di 70 anni fa, invece, c’è l’emozione viva di persone che certamente non avevano quasi nulla di quello che si possiede oggi, spesso povera sul serio ma che sorridevano alla vita sempre e comunque, perché erano ricchi nell’anima e temprati nello spirito. Hanno lasciato un segno scolpito nel grande libro di Taormina perché hanno affrontato tutto a viso aperto e a testa alta, senza celare debolezze, passioni e sentimenti. Nella consapevolezza fiera e indomita di quale dimensione umana dover dare ai giorni, agli effetti e al territorio di cui si era figli. Loro la fotografia l’hanno scattata e quella foto c’è ancora.

Sguardi immortali. Storie così oggi si trovano soltanto rovistando nella soffitta della memoria. Forse sono racconti che ai giovani diranno poco o nulla o magari si può ripartire proprio da lì, e se soltanto i “figli dei selfie” anche loro avranno l’intelligenza di fermarsi un attimo a riflettere e guardare quell’immagine con gli occhi del cuore, potranno vederci  l’anima immortale di taorminesi così normali eppure speciali. Gente che non soltanto non verrà mai dimenticata dai propri cari ma che rimane, soprattutto, viva nel cuore della comunità perché a questa città ha lasciato in eredità la bellezza di tante piccole grandi cose.

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