Corso Umberto di Taormina negli Anni Ottanta

Taormina. Il tramonto delle festività di fine/inizio anno è sempre un momento che a Taormina chiude un capitolo e apre uno squarcio sul prossimo. Sarà così anche stavolta, con la calza della Befana che si porterà via definitivamente il 2019 e spalancherà, intanto, le porte al silenzio dell’inverno. Cominciano quei mesi in cui si abbasseranno le saracinesche ma non soltanto perché è tempo di bassa stagione: è il momento di chi chiude e non riaprirà più. Un esempio su tutti, significativo più di qualsiasi altro, è quello di “Silvestri Travel”, un pezzo di Taormina che se ne va e lascia spazio ad un colosso del retail che subentrerà senza farsi troppi pensieri dei discorsi di affitti e caro-prezzi. Ma non sarà l’unico addio e altri ne verranno, li vedremo presto e forse qualcuno resisterà ancora un’ultima annata per poi lasciare la scena al prossimo giro di valzer.

Lo scenario. In ogni caso, lo scenario si delinea in modo sempre più nitido. Del Corso Umberto (e a cascata ovviamente delle altre zone della città) di un tempo cosa resterà? Poco o nulla, il “salotto” di Taormina cambia pelle e si consegna sempre di più a chi arriva da fuori e ha il potere del denaro, di fronte al quale tutto il resto è letteratura spicciola. Non è una novità in senso assoluto, però è un trend dilagante che si avvia all’atto probabilmente finale perché quelli che, in qualche modo, avevano stretto i denti ed erano sopravvissuti hanno finito la benzina, o si sono stancati e si stanno arrendendo.

Dalla cartolina alla bandierina. Vengono in mente quei meravigliosi Anni Ottanta e a maggior ragione i decenni precedenti, quelli vissuti e resi luminosi da tanti piccoli e grandi straordinari taorminesi. Epoche che in qualche modo erano riuscite a resistere all’onda d’urto delle invasioni esterne sino agli Anni Novanta e forse pure nei primissimi periodi del Duemila. Erano i bei tempi dell’accoglienza con il souvenir per il turista, l’oggetto caratteristico e la cartolina del Teatro Greco da spedire in giro nel mondo come orgoglio e vanto, la putia e il carrettino del gelato: i protagonisti dei prossimi anni saranno invece quelli che arrivano da fuori e si stanno accollando affitti da 10-11-12 mila euro al mese come fossero caramelle, fregandosene – repetita iuvant – di farsi i conti, anche perché lo sanno che il guadagno non sarà mai abbastanza. E allora o si apre per poi chiudere tra 2 o 3 anni o magari si andrà avanti semplicemente a prescindere, perché l’operazione commerciale che va di moda è mettere la bandierina a Taormina con il brand nel portafoglio delle proprie aziende in Italia e all’estero. E se poi qui si andrà sotto, si compenseranno comunque i numeri in un quadro economico assai più ampio. Perché Taormina è sempre Taormina. Giusto? Lo sanno quelli scaltri che arrivano da fuori, lo sanno anche quelli del posto che però alla lunga non hanno compreso abbastanza gli annessi e connessi di questo mantra e sono rimasti col cerino in mano.

Lusso e rosticcerie. Cos’è oggi il commercio a Taormina? Boh, né carne né pesce. Chi lo sa se vincerà la qualità o la massa. Corso Umberto è stato svuotato delle sue antiche vocazioni e storiche peculiarità. Impera sempre il dibattito sterile tra chi sogna il salotto tutto lusso e chi ha l’incubo del boom delle rosticcerie ma sfugge un piccolo particolare: il carro con i buoi se lo sono portato già via ed è come illudersi di ricostruire casa tua mentre ti hanno fatto lo sfratto e l’hanno comprata altri. Non siamo noi a decidere, non più. Saremo spettatori, non arbitri o protagonisti decisivi di una partita il cui vincitore lo decideranno altri.

Concessioni per tutti. Cosa potrà cambiare un nuovo regolamento dei suoli pubblici? Realisticamente poco e chi si aspetta miracoli o pretende chissà cosa, può già prenotare il proprio Tso. La politica taorminese ha scialacquato per troppo tempo a suon di concessioni facili e prive di criterio, limitandosi a coltivare il piccolo orticello del consenso elettorale senza preoccuparsi di elaborare un piano del commercio e senza comprendere che andava fatta una sola cosa essenziale: difendere l’identità del territorio. Il tessuto economico e sociale di Taormina è diventato una giungla fatta di tutto e il contrario di tutto. Forse l’uragano della globalizzazione avrebbe spazzato via comunque tutto, forse l’idiozia cosmica dei governanti italiani della Seconda e Terza Repubblica avrebbe vanificato qualsiasi cosa, ma un buon padre non lascia che la propria famiglia si vada a scannare e che poi, alla fine della fiera, venga pure cacciata via.

Inseguendo Tizio e Caio. Non immuni da colpe nemmeno i protagonisti del commercio locale, che in tanti casi si sono preoccupati di farsi la guerra l’uno contro l’altro o si sono omologati al vicino anziché cercare di convivere in armonia nella diversità complementare delle rispettive attività. Troppo spesso si è fatto il passo più lungo della gamba, inseguendo nuove aperture velleitarie non per convinzione ma soprattutto per provare ad inseguire Tizio e scopiazzare i fasti di Caio. Un tempo si storceva persino il naso e si guardava con sospetto se a Taormina apriva un negozio in Corso Umberto uno sconosciuto che arrivava da Catania piuttosto che da altre zone della Sicilia.

I nuovi padroni. Adesso i futuri padroni del vapore arrivano da latitudini assai più lontane e a volte decidono di sbarcare a Taormina come fosse una tappa del Monopoly, con un semplice click al computer piuttosto che delegando un sottoposto d’azienda a stipulare un contratto. Ben venga sempre chi vuole investire a Taormina con l’intenzione in qualche modo anche di dare lustro alla città e per contribuire alla crescita del territorio, tutta un’altra storia è quella di chi viene qui per aprire la propria attività e se ne frega poi del mondo lì fuori o addirittura mette in vetrina il foglietto con la scritta “dal 1 novembre rimarremo chiusi, arrivederci ad aprile”. E quelli di coccolino per bucato e ammorbidente? Ah già, quello è un capitolo a parte.

Il brand e l’incasso. Chiamateli insomma predoni, invasori o colonizzatori, di certo che c’è che saranno loro ad avere le chiavi delle prossime vetrine del Corso Umberto. Con tanti saluti al commercio locale che finisce, stritolato e annichilito da un ingranaggio perverso nel quale affittare un immobile costa ormai l’ira di Dio. E lo Stato? Non aiuta e anzi si porta via in tasse oltre la metà del guadagno di chi lavora e, allo stesso tempo, legittima la politica sfrenata delle locazioni da capogiro. E allora di questo passo dove si andrà? Cosa resterà del commercio made in Taormina (e made in Sicilia)? Poco o nulla. A chi viene da chissà dove e respira Taormina soltanto per utilizzarne il profumo del brand e passare all’incasso, cosa potrà mai importare di tanti bei discorsi paesani e del fancazzeggio social di ogni giorno? Zero virgola zero.

Meditare per capire. Come diceva qualcuno: “La radio canta la verità dentro la bugia, anni afferrati sono già scivolati via, anni bucati e distratti hanno fatto vittime. Noi siamo stati vittime di noi”. E’ il momento di fare mea culpa, meditare sul masochismo di ieri per capire le soluzioni di domani. Riflettere per cercare di salvare il salvabile, ammesso che lo si possa ancora fare. Auguri intanto a chi è del posto e non si è rotto le palle, resiste e ha ancora voglia di non mollare e non arrendersi al vento coloniale che soffia sempre più forte su Taormina.

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