Giuliano Amato

Taormina. Non c’è niente da fare, il tempo è sempre galantuomo, magari si fa attendere ma poi mette le cose in chiaro portandosi via bugie, idiozie e falsi luoghi comuni. Una di queste storie di ordinaria ipocrisia istituzionale in “salsa italiana” riguarda il casinò di Taormina, vicenda della quale si è detto tutto quello che c’era da dire, sino a suscitare un senso quasi di “nausea” nei taorminesi. Sfiancati da una gran paraculata di palazzo e dalle false promesse di quelli che ne hanno fatto il vessillo di una finta crociata per la riapertura. Chiacchiere di cortile solo per futile propaganda di comodo.

Lo scippo. Il casinò scippato alla Città di Taormina negli Anni Sessanta è morto e non tornerà più. Amen, i fatti li conosciamo bene, una casa da gioco chiusa con solerzia a fronte di altri quattro (tutti al nord-est) che si sono sgomberati il campo dalla concorrenza siciliana e sono rimasti aperti in un Paese dove, evidentemente, la legge non è uguale per tutti e chi ancora crede a questa favoletta necessita forse di un Tso. Capitolo chiuso, zero illusioni, eppure qualche “puntino sulle i” merita ancora di essere messo, se non altro per non farsi prendere fino in fondo per il deretano dai vari protagonisti di questo  teatrino andato in scena, tra un capitolo e l’altro, nelle stanze della politiche e nelle aule dei tribunali.

Il messaggio. Hanno detto e scritto che Taormina non aveva una licenza in regola e almeno qui indubbiamente va riconosciuto che sono state commesse leggerezze ed errori anche di presunzione che hanno vanificato a priori l’opportunità di salvare quel casinò e regolarizzarne l’operato. Ma soprattutto hanno fatto passare per 50 anni il messaggio che a Taormina non si può riaprire un casinò perché in Sicilia c’è il pericolo della mafia che se ne approprierebbe: qui siamo brutti e cattivi, nel resto d’Italia invece i casinò sono frequentati da gente alta, bella, con gli occhi azzurri, il Nord è immacolato e immune da ogni pericolo di infiltrazioni criminali nel tessuto istituzionale, politico, economico e sociale.

Effetto boomerang. Peccato che in questi giorni la verità, scomoda e invisibile solo a chi non vuol vederla, stia emergendo in modo impietoso, come uno schiaffone in faccia ai soloni dell’Italia a due pesi e due misure: hanno detto di no al casinò di Taormina usando le parole “criminalità”, “mafia” e “riciclaggio” ma, oggi e ormai da anni, il fango di quelle stesse accuse hanno un effetto boomerang. Si è moltiplicato il numero di personaggi potenti che, un giorno sì e l’altro pure, sono sotto inchiesta o finiscono in manette per effetto di indagini che, a vario titolo, squarciano il velo sui rapporti tra i palazzi dell’Italia che conta e le mafie. Brutte storie che si concentrano nella gran parte dei casi proprio nei territori protetti e tutelati dalla politica e dalle lobbie. E’ il de profundis delle meschine mistificazioni di quelli che hanno stoppato le istanze di Taormina brandendo lo spauracchio della criminalità in Sicilia per non ammettere che la priorità è sempre stata quella di non fare ombra ai 4 casinò e, quindi, di non alterare gli equilibri consolidati del Paese.

Il Dottor Sottile. L’ultimo, in ordine di tempo, ad aver detto no in parlamento al casinò di Taormina si chiama Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio dei Ministri ed ex ministro dell’Interno, stimato accademico ed esponente di primo piano di quella élite di tecnici ed economisti spesso chiamati al governo del Paese per fare quadrare i conti a suon di prelievi forzosi, tasse e manovre finanziarie “lacrime e sangue”. Il “Dottor Sottile” – come lo soprannominò Eugenio Scalfari – ha una chilometrica storia di illustri impegni e prestigiosi incarichi che gli sono valsi una pensione un pochino più ricca di quella percepita da milioni di italiani, anche se lui respinge con fermezza l’accusa di essere uomo della casta. “Mi hanno fatto passare per un cumulatore di prebende ma è una falsità. Io non percepisco una pensione di 31 mila euro. I 31 mila euro di cui si parla cumulano una pensione che percepisco a un vitalizio che io automaticamente destino ogni mese ad attività di beneficenza. La pensione che è al lordo di 22 mila, al netto è di 11.500, Che è una pensione niente affatto bassa. Ma il problema italiano non è che esistono pensioni di 11 mila euro, ma che ci sono ragazzi, giovani e adulti che a prescindere dal loro merito finiscono per essere schiacciati ai livelli più bassi”.

il Casinò di Taormina

Question time su Taormina. “Livelli più bassi” che “finiscono per essere schiacciati”: esattamente come quelli di Taormina, stritolata dal peso debordante delle ammanigliate realtà nordiste che non gradivano la scomoda quinta sorella. Ricordate cosa disse il professor Giuliano Amato nel 2007 – allora responsabile del Viminale – rispondendo in question time a Montecitorio ad un’interrogazione sul casinò di Taormina? “È giusto sottolineare – disse Amato – che vi sono quattro casinò in Italia e che quello di Taormina è rimasto chiuso in una non riautorizzazione, mentre Saint Vincent, Sanremo, Venezia e Campione d’Italia sono riusciti in qualche modo a sottrarsi, tramite deroghe, ad una legislazione che è nell’insieme contraria”.”Io – ha poi sottolineato Amato – sono perfettamente consapevole del fatto che il turismo può trarre beneficio dall’esistenza di case da gioco, ma queste sono foriere di fenomeni anche diversi dal turismo, che per il ministero dell’ Interno rappresentano una fonte di particolare preoccupazione, specie in una regione nella quale esiste una organizzazione criminale di antica data che è alla ricerca continua di canali migliori e più adeguati per il riciclaggio di denaro sporco. E dai casinò questa è una prestazione che in più casi è possibile ottenere”.”Io mi permetto di dire – ha proseguito – viste anche le mie origini siciliane, che voglio che la Sicilia abbia più turismo, ma vorrei che riuscisse ad averlo dalle sue meravigliose bellezze naturali, dalla sua storia. Taormina è già stupenda e bellissima. Diamo più acqua ai siciliani. Più che i casinò – ha aggiunto – potrebbe servire avere strutture alberghiere migliori e campi da golf, che anche in Sicilia si possono fare perché l’acqua c’è, ma qualcuno la nasconde. Rinunciamo al casinò”.

Gioco d’azzardo sì e no. Complimenti professore. Peccato sia inconcepibile che le cose (legali e legittime) non si facciano o vengano impedite perché rischiano di cadere in mano alle mafie. Lo Stato, la magistratura, le forze dell’ordine e il Ministero dell’Interno, esistono perché preposti ad impedire che i territori cadano in mano alle mafie. Altrimenti che ruolo hanno le Istituzioni? In sostanza, il suo no alla riapertura del casinò di Taormina fu un gesto “protettivo”, quasi da padre di famiglia, verso i siciliani, perché qui a quanto pare sono state riscontrate particolari condizioni di rischio che il tavolo verde venisse usato dalla mafia per riciclare denaro sporco. Pericolo che, a quanto pare, non è mai esistito nel nord-est, dove invece i quattro casinò (Sanremo, Saint Vincent, Campione e Venezia) sono sempre rimasti in attività beneficiando di deroghe riconducibili addirittura a qualche regio decreto dell’epoca fascista che ne autorizza il gioco d’azzardo (ma in Italia non è illegale?). Lo Stato sa tutto ma non fa nulla per sanare discrasie giuridiche. In estrema sintesi chi se ne importa di resuscitare un casinò del profondo Sud e tentare di creare economia laggiù, lunga vita al Nord dove tutto è lecito (Madama la Marchesa) e se ci sono anzi crisi e debiti bisogna tendere la mano e scongiurare i fallimenti. Qui si deve chiudere e morire, lassù la parola d’ordine è salvare e andare avanti.

Oltre gli stereotipi. E allora via con i luoghi comuni, la morale patetica del crimine padrone al Sud e la solita retorica cialtrona di chi pensa di depositarlo eternamente in quel posto alla Sicilia. Dura lex, sed lex, la legge al Sud si applica col pugno chiuso e senza vasellina. Peccato che in questi giorni – e in verità già da tempo – stia venendo fuori un’altra realtà ormai straripante. La criminalità ha concentrato già da un pezzo il suo raggio d’azione nel Settentrione d’Italia, ha messo lì le tende e ha fatto affari penetrando nelle stanze dei bottoni. In Sicilia – intendiamoci – non siamo santi, la mafia non è morta, ma rispetto al passato i tempi sono cambiati e di sicuro è stata stroncata da almeno un ventennio quella Cosa Nostra che, spalleggiata e protetta da pezzi deviati dello Stato, si è permessa il lusso di latitanze trentennali e ha fatto la voce grossa alimentando nel mondo l’equazione “siciliano uguale mafioso” e lo stereotipo triviale dell’uomo tutto coppole, cannoli e lupare. I siciliani si sono scrollati di dosso paure e connivenze che davano ossigeno ad un fenomeno sodomizzante e ora radicatosi, invece, a piene mani e in modo assai più capillare al Nord e al Centro.

Inchieste a Nord. Così succede, invece, che il 14 dicembre scorso in Valle d’Aosta si sia dimesso il presidente della Regione, colpito da un avviso di garanzia ricevuto per l’ipotesi di reato di “scambio elettorale politico mafioso”, accusato in un’inchiesta sul condizionamento delle Regionali 2018 da parte della ‘Ndrangheta. E risultano indagati pure altri due assessori regionali e un consigliere per scambio elettorale politico mafioso. L’ormai ex governatore della Valle d’Aosta è lo stesso che pochi anni fa disse all’allora sindaco di Taormina, Mauro Passalacqua: “I Casinò portano solo usura e prostituzione, quindi Taormina deve rinunciare alle sue velleità”. Intanto, accade pure che la Guardia di Finanza abbia arrestato un assessore regionale in Piemonte: l’accusa è di aver chiesto voti ai clan della ‘ndrangheta in occasione delle ultime elezioni regionali in cui venne eletto, e in manette sono finite altre sette persone nell’ambito di un’inchiesta coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia torinese, contestualmente alla quale sono stati eseguiti sequestri di beni appartenenti alla ‘ndrangheta e distribuiti sul territorio nazionale.

I colletti delle Alpi. E c’è stata in questi giorni anche “la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo”, come l’ha definita il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri con 334 arresti tra i quali politici, avvocati, commercialisti e massoni in un’operazione che “ha interessato tutte le regioni d’Italia, dalla Sicilia alle Alpi”. Un’imponente operazione, frutto di indagini durate anni, che aveva come epicentro la Calabria ma ha interessato varie regioni d’Italia dove la ‘ndrangheta vibonese si è ramificata: Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Puglia, Campania, Basilicata. Tra gli arrestati politici, avvocati, commercialisti, funzionari infedeli dello Stato, massoni e persino uomini delle forze dell’ordine. Ovviamente, senza scordarci Mafia Capitale, al di là delle fregnate di chi ora tenta di riscrivere la storia e vorrebbe far credere che a Roma la corruzione del mondo di mezzo non sia esistita.

Risciacquo e anticorpi. In definitiva: qui non ci sono angeli e si annida qualche demone,  Taormina è finita in qualche scossa tellurica con barche e bollette, ma è uno di quei luoghi dove indagini e arresti fanno ancora notizia e rumore nei tg nazionali proprio perché sono un’eccezione e non routine, a dispetto dei terremoti giudiziari che investono altri santuari. Taormina ha le sue incrostazioni con qualche mela marcia, è una città che però ha sempre avuto i suoi anticorpi rimanendo estranea alle cronache di mafia anche nell’epoca più cruenta in cui il sangue scorreva a fiumi in Sicilia. Da queste parti c’è chi ha comprato qualche immobile con il risciacquo, ma si tratta di fenomeni criminogeni individualistici in un contesto nel quale l’organizzazione criminale – nel concetto come lo ha inteso Amato – non è mai riuscita a valicare un determinato livello di permeabilità del territorio. Qui si potrà dire che la politica è scarsa ma – dati alla mano – va riconosciuto che negli ultimi 30 anni non è stato arrestato nessun amministratore mentre in altre regioni il marcio dilaga e spadroneggia, e a ciclo continuo vengono presi con le mani nella marmellata.

Ipocrisia trasversale. E’ innegabile che una parte del crimine sia stata esportata dai territori meridionali: fatto sta che nelle realtà beneficiate dal salvacondotto giurisprudenziale negato a Taormina stanno messi molto peggio di noi e da molto prima del question time del 2007 del Dottor Sottile. Lo sapeva bene lui e lo sa alla perfezione la politica di destra, centro e sinistra, sopra e sotto, che arrampicandosi sugli specchi trasversali dell’ipocrisia si è arrogata il diritto di mettere i sigilli e dare l’estrema unzione al casinò di Taormina, consentendo il mantenimento in vita di altre quattro case da gioco. A prescindere dai cavilli giuridici delle licenze non possono esserci differenziazioni normative: il gioco d’azzardo o è vietato in tutto il Paese o da nessuna parte. Il resto è aria fritta.

Cazzate in libertà. Per troppo tempo, insomma, sul casinò di Taormina c’è stata gente che si è riempita la bocca di cazzate in libertà, evocando con disinvoltura lo spettro della mafia, stendardo sciacallesco per tutte le stagioni, pur di non lasciare minimi spiragli ai siciliani. Un esercizio di finto perbenismo edulcorato nel quale rientra a pieno titolo l’intransigenza altrettanto presbide della giustizia di quei tribunali che hanno emesso sentenze ai danni di Taormina, sorvolando invece sull’esistenza del quadrilatero nordico dei tavoli verdi.

Cortigiani italici. Poco male e bravi a tutti gli attori. Taormina è sopravvissuta comunque anche senza il casinò e nessuno ha più voglia di pietirlo. Chi vuole giocare potrà sempre prendere un aereo e ritrovarsi in soli 20 minuti al kursaal a Malta. Alla faccia dei casinò che qui sono sull’orlo del fallimento e di questo Paese saturo di ignavi che si consegneranno alla storia da inutili cortigiani del decadentismo italico. Saltimbanco più o meno edotti, senza neppure il coraggio e la dignità di chiedere scusa ai taorminesi e ai siciliani.

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