Philippe Daverio

Diceva un noto scrittore che “I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi”. Lo racconta la storia, lo ribadisce il presente e allora nel 2019 ci si scandalizza spesso su tanti fronti e si fa un gran perbenismo edulcorato ma poi si fa puntualmente finta di niente di fronte alla vergogna del razzismo anti-meridionale. L’indignazione corre soprattutto sul Web, giusto il tempo di qualche giorno di sommossa virtuale, poi magari ci si ritaglia uno spazio marginale una tantum sulle tv che hanno ben altro da sviscerare ma poi nulla cambia. Capita che un anonimo presidente del Consiglio, tale Giuseppe Conte, si dia da fare per combattere gli insulti alla senatrice Liliana Segre e – chiariamolo subito – almeno su questo ha ragione, perché solo gente stupida, meschina e malata di mente può attaccare una donna di 89 anni, deportata e sopravvissuta ad Auschwitz.

L’insulto catartico. “Dobbiamo scacciare il linguaggio dell’odio e contrastarlo a tutti i livelli, nel dibattito pubblico e nelle comunicazioni via social. Le aggressioni verbali devono essere bandite dal nostro consesso sociale e umano”, arringa l’avvocato Conte. Peccato che lui e le Istituzioni italiane (tutte) facciano finta di niente e non siano mai stati altrettanto solerti nel contrastare il fenomeno della discriminazione territoriale che va avanti come un ignobile disco rotto da 158 anni. Chi se ne frega di indignarsi per un insulto ai meridionali, ai napoletani e ai siciliani piuttosto che i calabresi. Ma sì, facciamoci una risata e va bene così, madama la marchesa. Forse ancora non sapete che gli insulti razzisti sono “catartici”. E’ inutile cioè pensare di sanzionarli, la gente non capirebbe. Il rimedio? La tolleranza. Per quanto incredibili, queste sono le conclusioni della ricerca “Colour? What colour? Relazione sulla lotta contro la discriminazione e il razzismo nel calcio”, presentata da Andrea Agnelli nel 2015 alla sede parigina dell’Unesco. In quel caso si parlava di sport e si analizzava se vi fossero tracce di neuroni nei cervelli di quel branco di invertebrati che la domenica cantano “Forza Vesuvio, Forza Etna, lavali col fuoco”. Si sa che poi lo sport è lo specchio riflesso della società e dei medesimi istinti beceri che si sfogano prima al bar, poi davanti a una tastiera e alla fine nella curva di uno stadio. Razzismo? No. Insulto “catartico”. Per chi non lo sapesse, “catartico” è ciò “che purifica interiormente e porta a una contemplazione comprensiva e superatrice della colpa o delle passioni” e in psicoanalisi è ciò che “aiuta a liberarsi dalle angosce del subcosciente”. In buona sostanza, sappiate che ci si può purificare lo spirito a suon di idiozie, anche a sfondo razzista, e potrete sempre fare del Meridione il vostro sfogatoio, libera pattumiera verbale di frustrazioni per tutti i gusti.

L’eccidio censurato. I meridionali sono “terroni”, brutti, sporchi e cattivi, d’altronde sono sempre quelli colonizzati sin dai tempi dell’Unità d’Italia, quell’epica pagina di storia scritta dall’eroe dei due mondi Garibaldi, in un tempo nel quale in realtà pare siano successe anche altre cose un pò diverse, come la strage di Fenestrelle. Chi di voi ne ha mai sentito parlare? Chi di voi sa cos’è quell’eccidio? Forse pochi, certamente non lo sapranno mai i nostri figli, perché nelle scuole italiane e nei libri di testo si studia una storia parziale, scritta dai vincitori. E’ “la retorica risorgimentale che ha rovinato la cultura”: un tema ampiamente analizzato in questi termini anche da un critico d’arte di nome Philippe Daverio. Non c’è spazio per l’altra storia, quella vera, nascosta e censurata, che racconta l’orrore di Fenestrelle, la più grande fortezza alpina d’Europa, lager della morte di almeno 32 mila meridionali, migliaia di soldati dell’Esercito delle Due Sicilie, italiani deportati tra il 1860 e il 1861 da altri italiani in un lager in Piemonte, torturati, fucilati, fatti morire di stenti e poi coperti con la calce viva. Orrore tale e quale ad Auschwitz e alle Fosse Ardeatine, eppure silenziato dalla storiografia ufficiale. Una ferita impressa per sempre nella carne dei meridionali, un massacro però nemmeno degnato di una sola parola dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nelle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Volgare attacco ottocentesco. Accade che in questo contesto sociale di insulto “catartico” dove la discriminazione territoriale viene omologata ad un semplice sfottò, arriva il fenomeno del giorno e si chiama proprio Philippe Daverio. Ci sta che nei suoi pensieri voglia considerare Bobbio il Borgo dei Borghi. Lascia semmai perplessi che abbia presieduto una giuria nella quale, alla faccia di un televoto pubblico, ha incoronato una realtà di cui lui è cittadino onorario. Motivi di opportunità avrebbero suggerito altro. Non esiste, invece, che questo distinto signore radical chic di Mulhouse decida di offendere in libertà la Sicilia, per poi scusarsi con un chiarimento di circostanza, ancor più provocatorio del primo atto. Appare paradossale che Daverio abbia deciso di sferrare un volgare attacco in stile ottocentesco alla Sicilia, perché intanto il professore non è uno che la Sicilia l’ha vista su una fiction dal divano di casa, l’ha visitata con i suoi occhi e l’ha raccontata in termini qualificati, lo sa che è uno di quei posti più belli e accoglienti del mondo. Appare strano questo improvviso sussulto di disprezzo per la Sicilia e i siciliani, perché a Palermo Daverio è stato professore ordinario all’Università, nella facoltà di Architettura, esperto alla Cultura dell’ex sindaco Diego Cammarata e ha persino organizzato le “Celebrazioni garibaldine”. Forse ad innescare questa virata a 360 gradi e a fargli cambiare idea è stata una lite per strada, a Palermo, con dei senza tetto e disoccupati ai quali disse nel 2010 che lui è un fiero “stalinista” e che qui c’è gente che dovrebbe andare nelle “miniere di sale” a “crepare”.

Le scuse peggio dell’offesa. Le scuse di Davero sono diventate una piccata replica di pessimo gusto a Nello Musumeci, persona perbene e politico onesto, tacciato d’essere “razzista”, con inopportune e discutibili disquisizioni storiche, “reo” di aver difeso i suoi conterranei come era giusto che fosse. Un presidente della Regione, che piaccia o non piaccia, merita rispetto in primis perché lo ha eletto la gente, non i televoti o giurie da salotto. Scrive Daverio che “un gioco televisivo” si è trasformato “in una farsa tragicomica”, poi si professa “ingenuo” e scarica la colpa sulle Iene che gli hanno fatto “ribollire il sangue”. Cita quindi un suo parente, “Quel Francesco Daverio, il quale a capo del partito popolare delle Cinque Giornate riportò Garibaldi in politica”. E aggiunge: “Che i neoborbonici assieme a Lei si siano inalberati non mi sorprende quindi, anzi onora sia me che i miei antenati morti per far sorgere l’Unità di quest’Italia”. Non si comprende bene di quale esaltante Unità d’Italia parla Daverio, è persona sin troppo intelligente e preparata per venire a raccontarci la favoletta patriota del Sud e della Sicilia annessi all’Italia, quando in realtà da queste parti siamo stati conquistati, brutalizzati e depredati. Anche qui la (vera) storia, non quella farlocca dei libri di scuola, il professore la conosce benissimo e sembra quasi divertirsi a fare lo “gnorri”. E’ furbo lui, ma non siamo fessi noi. “La cultura del sospetto e delle insinuazioni è repellente”: vero, lo è altrettanto la cultura distorta della reiterata visione coloniale di quelli che considerano il Sud periferia inferiore, non si sa bene a chi e cosa. Innegabile che la Sicilia i suoi problemi li abbia avuti e li ha ancora, perché nell’eterna logica del “guinzaglio” il potere centro-nordista ha sempre voluto questo. La dignità e l’intelligenza sono un’altra cosa e la Sicilia su questi aspetti non avrà mai nulla da invidiare ai tanti caproni, novelli intellettualoidi, che oggi pontificano sulla qualsiasi cosa dai salotti buoni del Settentrione, dagli stessi promontori ammodernati dove un tempo i loro avi dondolavano sugli alberi e si arrovellarono a lungo a capire cosa fosse “quello strano oggetto a forma di chitarra” che già esisteva nelle Due Sicilie: scopriranno solo in seguito che quel catino di metallo si chiamava bidet.

Il grande scippo. “Non amo la Sicilia”, ha sbandierato con fierezza Daverio. Legittimo, nessuno lo obbliga. Come noi siciliani non siamo obbligati ad amare gli idioti che mettono i cartelli “Non si affitta ai meridionali”, oppure i somari che allo stadio inneggiano alle esplosioni del Vesuvio e dell’Etna. Ieri come oggi permane, insomma, un irrisolto conflitto identitario e un grave problema culturale, un vulnus sociale che si tramanda da 158 anni e rende il presente una diretta prosecuzione delle storture del passato. Così, una generazione dopo l’altra, si professa una presunta superiorità del Settentrione sul Meridione che nei fatti non esiste ed è figlia del grande scippo (politico, sociale ed economico) compiuto a suo tempo da chi aveva il cappio al collo di un debito pubblico fuori controllo e aumentato del 565% nel decennio precedente all’Unità d’Italia e per salvarsi decise di prendersi con la forza le ricchezze altrui. E’ la (vera) storia del Sud, il dramma di chi passò dall’essere la terza potenza industriale d’Europa a povera colonia italiana, ma questo Daverio lo sa bene. Lui stesso ha raccontato “l’Unità fallita”, quella di “Torino capitale di uno Stato che ha conquistato l’Italia senza farne parte” e che “ha creato drammi irreversibili”, mentre al Sud “c’era una qualità urbana di vita elevata mentre la vita di campagna drammatica era tale nelle campagne del Veneto e in Lombardia stavano a piedi nudi”.

Sangue e riscatto. Daverio richiama poi lo stereotipo del siciliano che intimidisce con “la minaccia, che fa parte della tradizione siciliana innegabilmente”, una visione della Sicilia legata ancorata a vecchi schemi e comportamenti che hanno fatto il loro tempo. E’ vero, qui c’era la mafia e oggi ne esiste un’altra invisibile che non va in giro con la coppola e la lupara e che semmai fa affari in cravatta nelle sue nuove capitali al Nord Italia. Qui hanno ucciso uomini valorosi come Falcone e Borsellino ma i siciliani si sono rialzati e la criminalità l’hanno combattuta, riscattandosi e pagando un prezzo pesantissimo. E anche in questo caso Daverio dovrebbe saperlo che la mafia, la vera mafia, non è quella dei boss inafferrabili: non ci sarebbe mai stata nessuna latitanza di 30 anni e nessuna mattanza di tante vittime innocenti se dietro non ci fossero stati per decenni i veri pupari, i colletti bianchi che telecomandavano delitti e stragi e acconsentivano alla stagione del terrore, proteggendo, sino a renderli figure quasi mitologiche, soggetti che non avevano nemmeno la quinta elementare e senza le giuste coperture sarebbero finiti in carcere dopo 10 minuti.

La paura abita al Nord. Così accade che la stampa abbia scritto il 14 ottobre 2019 sulla classifica della criminalità nelle città italiane 2019: “Milano maglia nera, Roma “stupefacente”. E la prima provincia siciliana per numero di reati? Bisogna risalire al 28esimo posto per trovare Catania, seguita da Siracusa al 29esimo, mentre Palermo è solo 33esima, Trapani in 45esima posizione, Enna al 99esimo posto. Incredibile, eppur vero. Non abbia, quindi, paura della Sicilia e dei siciliani, Daverio perché i fatti dicono che le città siciliane in quanto a omicidi, furti e rapine sono più sicure di quelle del Nord.

Al centro del mondo. “Il siciliano è convinto di essere al centro del mondo”: ha ragione Daverio, il siciliano ne è convinto e quelli che lo pensano fanno benissimo perché, seppur mortificata e depredata da un’Italia razzista nel dna e malata di un’ingorda voglia colonizzatrice, la Sicilia è orgoglio e vanto. E l’Italia senza la Sicilia non sarebbe la stessa. Cosa sarebbe l’Italia senza Taormina (dove hanno anche fatto un G7) e il Teatro Antico, senza l’Etna e Catania, la Valle dei Templi di Agrigento, senza la Val di Noto, senza Stromboli e le Isole Eolie, senza Palermo, senza San Vito lo Capo, senza Selinunte, senza Siracusa, Ragusa e le terre del barocco. Qui sono arrivati illuminati fondatori e raffinati intenditori, Arabi, Normanni, Greci e Romani, hanno lasciato irripetibili capolavori celebrati e invidiati ovunque: chiese, palazzi e monumenti di maestoso pregio e indicibile bellezza. E poi finalmente noi, che forse non siamo all’altezza di tanta bellezza, ma che questa terra baciata da Dio e talvolta stuprata dagli uomini ce la siamo ripresa da chi voleva farne un luogo di sangue, e qualche volta ci scriviamo dentro altri capitoli di una magia da raccontare. Noi, custodi della terza isola più visitata nel pianeta, eredi di una storia unica al mondo. Terra di grandi scrittori come Pirandello, Sciascia e Camilleri che hanno dato lezioni di cultura all’altra Italia.

La vasca da bagno. In definitiva, esimio Daverio: la Sicilia la si può non amare, libera scelta e libero arbitrio, perché il masochismo nella vita non è reato: ma la Sicilia la si deve rispettare, sempre e comunque. La Sicilia non ha bisogno di imporre niente a nessuno, le basta esporre tutto il suo patrimonio storico per fare innamorare chiunque. La Sicilia non è canna mozza e morte, è passione e vita, è il lembo di paradiso abitato da gente che non molla e non ha mai chinato la faccia di fronte al destino. Santi e demoni abitano altrove, non su questo pianeta, e meno che mai il Nord è l’Eden come la Sicilia non è l’inferno: lo disse Daverio in tempi non sospetti che “Dobbiamo smetterla di pensare a questa distinzione in chiave grottesca, non storica”. Purtroppo la bocca degli uomini troppo spesso diventa una vasca da bagno e si riempie di sciocchezze, sproloqui e turpiloqui. Meglio chiudere i rubinetti dell’anti-meridionalismo, archiviare la figuraccia e riaccendere il lume della ragione. I siciliani non rosicano, illustre professore Daverio, semmai possono far rosicare gli altri per la superbia dei luoghi in cui vivono. Da noi il razzismo “catartico” può solo inchinarsi alla (vera) storia, al sole e alla bellezza. Il mondo è passato da qui: bastano le immagini, bastano e avanzano.

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