Antonio Fiumefreddo e Matteo Renzi

A pochi giorni dall’insediamento all’Asm di Taormina, dove il 20 settembre assumerà la guida della municipalizzata in liquidazione da 8 anni, Antonio Fiumefreddo, racconta nel suo ultimo libro – “Pagano solo i poveri” – fatti e retroscena che portarono alla sua defenestrazione dalla presidenza di Riscossione Sicilia. Nel libro c’è un capitolo che racconta la cosiddetta  “vendetta renziana” nei confronti dell’avvocato catanese per l’attività svolta nel periodo in cui era a capo dell’ente che riscuote le imposte in Sicilia. Fiumefreddo dedica alla vicenda un capitolo, pubblicato dal quotidiano “La Verità”. Lo riportiamo di seguito.

Le esattorie italiane, uniche per altro in Europa poiché da nessuna parte esiste questo ulteriore aggravio di risorse pagate dai cittadini, hanno subito alterne vicende, ma sempre conservando quello che nelle scienze criminologiche chiamano il medesimo modus operandi. Dai cugini Salvo al Monte dei Paschi di Siena, fino alla proprietà piena dello Stato, abitudini, vizi, e malefatte sono rimasti, gelosamente conservati, gli stessi.

La regola è costantemente stata l’intoccabilità dei grandi patrimoni, la tutela degli interessi del potere dominante, la vessazione della platea ampia dei poveri, perseguendo tutti quelli che hanno poco, ma non possono permettersi di perderlo.

L’esattoria in Sicilia e in Europa ha gestito un potere enorme, ha influenzato equilibri economici importanti, ha disposto di informazioni riservate che hanno consentito un controllo tanto puntuale complice della opacità di certi patrimoni, ha tutelato tanti segreti, ha garantito un patto che è stato evidentemente criminale e che ha segnato e segna la storia sottotraccia del nostro Paese, una storia torbida e tante volte rilevante penalmente.

Concordo con il procuratore Nino Di Matteo e con l’ex giudice oggi avvocato, Carlo Palermo, quando scrivono che più di trattativa “Stato-Mafia”, bisognerebbe parlare di Patto, e anzi Patto sporco. Ma in questo capitolo vorrei occuparmi del momento storico che ha visto entrare nelle esattorie italiane le banche. Accadde ai tempi del governo D’Alema, quando il sistema bancario manifestava già una crisi di liquidità. Non è questa la sede per addentrarmi in dettagli tecnici, che soltanto appesantirebbero la lettura di questo racconto, ma basterà sapere che allora, come era già accaduto prima e come accade ancora oggi, si è fatto semplicemente un grande regalo alle banche. In Sicilia, però si sa, si prende gusto a strafare, cosicché quando mi insediai chiesi di sapere, come mai pagavamo una rata così pesante alla banca senese, milioni di euro l’anno.

Davanti alla vaghezza delle risposte compresi che anche in questa occasione avrei dovuto chiedere tutti i documenti. L’impresa non fu ardua, ma quasi impossibile, non si trovavano atti importanti, pareri scomparsi, documenti citati ma non rivenuti. Ci vollero mesi ma finalmente una cosa appariva evidente e cioè che al prezzo ufficiale si era aggiunta una serie di altre voci che a giudizio di chi scrive ha costituito un escamotage per gonfiare il prezzo di cessione.

L’operazione, con successive cessioni e restituzioni di quote, aveva interessato un arco temporale di circa 8 anni; alla fine di quel tempo trascorso risultava, come risulta a tutt’oggi, che il prezzo pagato al Monte dei Paschi di Siena da parte della Regione Siciliana, che mutata ancora la legge, assumeva il controllo della società, era da considerarsi provvisorio. E in più, sapete chi avrebbe dato i soldi necessari per acquistare quelle azioni? Ma ovviamente la stessa banca, senza passare per alcuna gara e tassi di interesse spaventosi. Un contratto leonino che chi aveva responsabilità societaria e politica al tempo, non avrebbe dovuto accettare mai. Chi avesse valutato corretto quel prezzo di cessione, non era dato sapere, perché si fossero accettate quelle condizioni non era dato sapere, perché si continuasse a mantenere servizi costosissimi con la banca senese non era dato sapere, perché mai l’istituto bancario a tutt’oggi conservi e gestisca la banca dati necessaria all’esattoria per conoscere i cittadini siciliani destinatari delle imposte non era dato sapere. Un’operazione opaca e anzi palesemente inaccettabile, che zavorrava per milioni di euro i conti della partecipata siciliana.

Affrontai la questione in un incontro avuto con i vertici della banca prima a Palermo e poi a Roma, ma compresi subito davanti a quale muro di gomma ci trovassimo. Per la Banca Monte dei Paschi di Siena non era importante apprendere cose che sapeva già, che si era in presenza di un contratto di cessione tracimante di violazioni di leggi, ma ciò che contava era sempre e soltanto che loro erano in banca e noi una partecipata di periferia. Insomma, torto o ragione, ci avrebbero ricondotto all’ordine.

Preso atto di tanta ostentata sicurezza, procedetti a presentare denuncia alla Procura distrettuale della Repubblica di Palermo per reati vari e citai la banca in sede civile. Mi affidavo, dunque, alla legge, eppure fu come se mi fossi permesso di assassinare l’imperatore, una lesa maestà che non mi avrebbero perdonato. Per farmi fuori, dopo meno di un anno dalla guida della società, un fronte variegato di sedicenti politici, pronti alla vendetta giacché avevo osato pignorare persino la loro indennità, riuscì a fare dimettere, senza alcuna motivazione, i due consiglieri d’amministrazione che componevano il CdA della partecipata, così che di conseguenza decaddi anch’io. Ne seguì un’attenzione mediatica nazionale senza precedenti e fu proprio quel faro acceso l’imprevisto sulla strada della vendetta annunciata e praticata dai rappresentanti della casta siciliana.

Dopo giorni di denunce pubbliche il presidente della Regione mi chiamò per dirmi che mi avrebbe rinominato e che anzi mi avrebbe proposto quale amministratore unico della società partecipata, affinché portassi a compimento il lavoro iniziato. Chiesi al presidente se davvero gli era chiaro quali inimicizie gli avrebbe attirato quella recidiva volontà, ma mi rispose che sarebbe andato fino in fondo. Così fu, e mantenne la parola. Mi aspettavo molte contrarietà ma una davvero mi sorprese molto poiché non potevo immaginare che persino Palazzo Chigi temesse la mia conferma giungendo all’impudenza di mettersi di mezzo. Cosa avevo fatto di tanto grave? Avevo aumentato la produzione, riportato le entrate al segno positivo, perseguito gli evasori, sequestrato beni e individuato patrimoni criminali, e mi sembrava quindi di aver fatto semplicemente il mio dovere.

Ma evidentemente proprio quello non dovevo fare: compiere il dovere, servire la legge. La sera prima della mia riconferma il presidente della Regione fu ricevuto a Palazzo Chigi, insieme con alcuni funzionari testimoni dell’accaduto, e allorquando preannunciò che all’indomani mi avrebbe riproposto, ecco alzarsi la voce di un autorevole esponente del governo di Matteo Renzi per dire che non si poteva riconfermare chi si era permesso di denunciare la Banca del Monte dei Paschi di Siena. I presenti impallidirono e il presidente vacillò. Ecco, dunque, il delitto commesso: la denuncia contro quella banca.

Non mi sfuggiva quanto famigerata fosse la fama che precedeva l’istituto senese e quanto forte fosse l’interesse politico verso quella banca, ma davvero non pensavo che il governo del Paese potesse mettere le mani laddove per legge non avrebbe potuto ingerirsi, fino a minacciare di rappresaglia il presidente della Regione. Cosa aveva da temere la banca dalla mia denuncia?

Mi sono fatto un’idea chiara ma non sta a me dire l’ultima parola, che spetta alla magistratura adita per le indagini. Da parte mia resta semplicemente l’opinione di movimenti inconfessabili e di protezioni che non si dovevano svelare. Ne parlai anche in Commissione parlamentare Antimafia, ma questa è ancora un’altra storia. Avevo osato troppo e avrei dovuto pagare. In effetti pagai. Il Parlamento siciliano, con una legge contra personam, varata dagli accaldati deputati siciliani nientedimeno che l’11 agosto mi fece fuori.

Quella testimonianza davanti alla Commissione parlamentare andava punita, e così accadde in una giornata d’afa. Il giorno in cui la Chiesa festeggia Santa Chiara, la cui bella chiesa a Palermo si trova sempre a Ballarò, ed è alle Suore di Santa Chiara che è affidata nel capoluogo siciliano la cripta delle Repentite (ree e pentite). Mi è andata bene, se si pensa che sempre in quel giorno cade l’anniversario della strage di Castalduni insieme all’elezione a Papa di Rodrigo Borgia (Alessandro VI). e così, nel giorno in cui inizia ufficialmente il calendario dell’anno lungo dei Maya e si ricorda che John Lennon a Chicago si scusò per aver detto che i Beatles erano diventati più famosi di Gesù, in Sicilia accade, se vogliamo, una banalità, si vota una legge che non sarà mai attuata, si elimina un testimone e si dà l’avvio ad una nuova stagione, anzi no, si torna alla vecchia, a quella di sempre, dei silenzi e del rispetto. In Sicilia certe vendette è bene consumarle d’estate, quando il solleone riempie le spiagge e distrae le coscienze. I media erano in ferie.

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