Matteo Renzi spacca il Pd

Era diventato il padrone dell’Italia, gli italiani lo hanno cacciato senza pietà da Palazzo Chigi con un voto plebiscitario contro il suo referendum. Nel frattempo gli hanno tolto anche la segreteria del Partito Democratico  E adesso rieccolo, Matteo Renzi è tornato in campo per giocare una nuova partita, che ha tutto il sapore dell’ultima spiaggia politica. Chi pensava di aver incenerito i suoi sogni di gloria e di essersi liberato di lui era fuoristrada perché Renzi ha sette vite (politiche) e non si è mai arreso all’evidenza di un crollo totale che lo ha visto, d’altronde, masochista artefice presuntuoso del suo stesso declino.

La strategia renziana. Renzi si è messo da parte per qualche tempo e ha atteso il momento buono per dimostrare che lui esiste ancora nella geografia della politica italiana. La crisi di governo lo ha ringalluzzito subito, era prevedibile che fosse così e non ha perso un istante per accendere i motori. Giovedì scorso Salvini molla Di Maio, Conte sfida Salvini, e nemmeno il tempo di vederli sancire il divorzio, che la sera stessa è riapparso lui, Renzi il redivivo rottamatore. E stavolta l’ex premier ha rottamato il Pd, disarcionando di fatto il povero Zingaretti da una leadership di partito che nei fatti non ha mai avuto. I deputati e i senatori in carica sono quelli candidati nel 2018 da Renzi, scelti ad hoc sapendo che quelle elezioni sarebbero state perse ma soprattutto pensando che poi sarebbe arrivato il momento per giocarsi un’altra chance.

Gli adepti del Giglio magico. Il Giglio magico è tornato e, non a caso, prova ne è il fatto che nei giorni scorsi sia stato “in missione” a Taormina uno dei fedelissimi di Renzi. Un blitz per sondare gli umori della sinistra locale e per fare alcuni incontri politici dalle parti di Messina e Catania. Nella Perla dello Ionio è arrivato un manager che il posto lo conosce bene, uno che frequenta i salotti buoni e che per conto dell’allora premier nel 2016 ha curato i primi passi dell’iter verso l’organizzazione del G7 poi l’anno successivo a Taormina. Renzi sta giocando la sua partita in Parlamento e in questi stessi giorni ha sguinzagliato, insomma, i suoi adepti in giro per l’Italia, per provare a capire chi è disposto ad aderire al suo nuovo partito, chi ci sta e chi invece non non ci sta.

De profundis Zingaretti. E allora la volontà di liquidare il Pd è lapalissiana, il primo passo renziano verso il tentativo di capitalizzare i problemi altrui come la liquefazione dei Cinque Stelle e l’ancora incerto scenario del centrodestra. Matteo il padano ha staccato la spina al governo, Matteo il fiorentino sta staccando la spina al suo partito, nel quale non si riconosce più da un pezzo. Addio Pd, con tanti saluti a Zingaretti, che rischia di avviarsi verso un destino politico simile a quello di Veltroni. Renzi si riprende la scena, con il pieno controllo dei gruppi parlamentari e con l’idea in testa di fare un nuovo partito. Aveva già scelto di chiamarlo “Azione Civile”, se non fosse che lo aveva creato a suo tempo Antonio Ingroia.

Il piano renziano. Ad ogni modo Renzi punta sullo scenario di un governo di transizione, per evitare il voto che lo vedrebbe sconfitto in partenza. Deve allontanarlo il più possibile per provare a rifarsi una verginità politica, confidando negli umori ondivaghi degli italiani. E’ disposto persino a sorbirsi Grillo per arginare l’ascesa di Salvini, che fra due o tre mesi vincerebbe in cavalleria le elezioni. Svuotare il Pd e cercare di prendere alcuni fuggitivi dal centrodestra, fidelizzare il fronte anti-salvini attorno ad un partito centrista. Ecco il piano di Renzi che inizia a delinearsi. Forse o o probabilmente non lo porterà più da nessuna parte perché gli italiani ne hanno le scatole piene di lui ma indubbiamente nel centrosinistra ad oggi è lui il protagonista che ha il mazzo in mano e dà le carte, è lui quello che ha i mezzi economici e politici per rimettersi in carreggiata. E’ l’unico a quelle latitudini che può tentare di riorganizzare qualcosa nell’oceano piatto della pochezza altrui.

 

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