Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni

Ventuno mesi dopo il patto dell’arancino del novembre 2017 con Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni è ancora la Sicilia a imprimere il suo marchio di fabbrica nelle strategie politiche di Matteo Salvini, del centrodestra e di riflesso nell’intero scacchiere politico nazionale. A suo tempo sempre all’ombra della Trinacria il leader della Lega aveva siglato a Catania l’accordo con gli alleati verso le elezioni del 4 marzo 2018. La storia la conoscono tutti, il successo della coalizione di centrodestra alle urne è arrivato ma non è bastato poi per fare un governo e ne è scaturito invece l’ibrido Esecutivo più litigioso di sempre con l’accoppiata Lega-M5S, uniti su niente e divisi su tutto. Un anno dopo, Matteo Salvini ha staccato la spina all’esperimento giallo-verde e ha detto l’addio al M5S puntando dritto al voto immediato ad ottobre. Qualcosa però, almeno sin qui, è andato storto nei piani del capo del Carroccio e l’improvvisato asse M5S-PD potrebbe allontanare il voto e spalancare le porte a un governo di transizione, uno di quei ribaltoni di palazzo che accompagnano ormai puntualmente ogni legislatura in Italia infischiandosene degli elettori.

Ritorno al Sud. Per capire, quindi, se davvero si può andare da soli al voto, Salvini ha scelto di tornare al Sud e capire che aria tira in Sicilia, con un tour balneare che era in realtà un vero e proprio test con il chiaro intento di sondare l’umore della gente. Non sono mancati i sostenitori e la Lega, domani o tra un anno, prenderà parecchi voti da queste parti, ma non c’è stato quel consenso plebiscitario che Salvini si aspettava, o perlomeno quello che sperava di poter trovare, per dare fondatezza alla prospettiva di correre senza alleati, per liquidare Forza Italia e per non doversi riavvicinare troppo ai sovranisti di Fratelli d’Italia.

Il test siciliano. Se a Taormina in fondo Salvini ha trovato soprattutto strette di mano e consensi nella parata domenicale in spiaggia, a Letojanni e Catania si è visto decisamente anche altro, con le contestazioni. Emblematica, in particolare, la scena di un bagnante che a Letojanni, davanti al noto ristorante in cui Salvini ha pranzato a base di pesce, gli ha urlato platealmente in faccia una irriferibile frase: non era un laureato della Bocconi ovviamente nemmeno un turista di Cambridge, ma lo sguardo del capo della Lega mentre quel contestatore inveiva contro di lui è parso a dir poco significativo.

Virata a 360 gradi. Il segnale che Salvini ha incassato dalla domenica in terra siciliana è che il Sud non è stato conquistato e, senza un centrodestra unito, la Lega oggi può vincere le elezioni e anzi le vincerebbe al 99,9%: senza raggiungere però la soglia del 40% e senza poter conquistare il governo del Paese e quei poteri pieni che l’attuale Ministro dell’Interno ha invocato. Il Sud resta ancora terreno fertile per un voto moderato. Da qui la virata a 360 gradi e il vecchio schema a tre punte che viene rispolverato. Salvini riparte dall’eterno Berlusconi e dalla Meloni, ha di nuovo bisogno di loro per passare all’incasso e arrivare a Palazzo Chigi senza altri Di Maio a fargli ombra. Matteo è tornato a casa. Dal patto dell’arancino all’adunata del pesce spada, la giostra del centrodestra ha ripreso a girare e adesso si va all’ennesima resa dei conti con il palazzo.

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