Eugenio Raneri

Il piano di riequilibrio approvato nella passata legislatura dal Comune di Taormina secondo la Consulta contiene al proprio interno una norma “incostituzionale”. Il problema sollevato dalla Corte Costituzionale non riguarda solo Taormina ma anche gli altri Comuni italiani che hanno fatto ricorso alla procedura del riequilibrio finanziario e che non a caso adesso sperano nel “Salva Roma”, o per meglio dire nel “Salva tutti”.

La materia oscura. “Purtroppo nella nostra città – spiega l’ex presidente del Consiglio comunale di Taormina, Eugenio Raneri – gli amministratori non studiano, non conoscono la materia finanziaria e non sono nemmeno a conoscenza del pronunciamento della Consulta che dichiara illegittimo l’articolo con cui il debito dei comuni è stato spalmato in 30 anni. Si tratta cioè della norma della manovra 2016 che consente di ripianare i disavanzi nell’ampio arco di tempo di tre decenni, e secondo la Consulta non si puo traferire un debito di quella portata alle generazioni future. Di conseguenza, prima anche di poter rimodulare il piano di riequilibrio, a questo punto bisognerà aspettare cosa andrà a legiferare in merito lo Stato. Ecco perchè adesso si parla del piano “Salva Roma” o “Salva Città Metropolitane” e questo discorso viene accostato anche alla Città di Taormina. La lite tra il M5S, che vuole salvare Roma e le Città Metropolitane, e la Lega che invece si oppone dicendo “o tutti o nessuno”, diventerà sostanzialmente uno spartiacque anche per i Comuni. Ma Taormina si fanno chiacchiere al vento, e quando si discute del riequilibrio, come del resto su tanti altri argomenti, si parla troppo spesso del nulla”.

Il parere della Consulta. Scarica gli oneri sulle generazioni future e viola l’equilibrio di bilancio e il principio di rappresentanza democratica: per questo la Consulta ha dichiarato incostituzionale la disposizione della legge di Stabilità 2016 (governo Renzi) poi modificata dalla legge di Bilancio 2017 (Gentiloni) che ha consentito agli enti locali in predissesto di spalmare su trent’anni il ripiano dei disavanzi e di conseguenza ne ha “ampliato la capacità di spesa in condizioni di conclamato squilibrio“. La sentenza, depositata lo scorso febbraio, ritiene quella norma in contrasto con gli articoli 81 e 97 della Carta “sia sotto il profilo della lesione dell’equilibrio e della sana gestione finanziaria del bilancio, sia per contrasto con i principi di copertura pluriennale della spesa e di responsabilità nell’esercizio del mandato elettivo“. Inoltre “il perpetuarsi di sanatorie e situazioni interlocutorie disincentiva il buon andamento dei servizi e non incoraggia le buone pratiche di quelle amministrazioni che si ispirano a un’oculata e proficua spendita delle risorse della collettività”.

Il caso Pagani. La Consulta si è espressa in un giudizio promosso dalla sezione regionale di controllo per la Campania della Corte dei conti, che ha sollevato la questione quando è stata chiamata a pronunciarsi sulla rimodulazione del piano per il recupero del disavanzo del Comune di Pagani. Rimodulazione che, diluendo su 30 anni il ripiano, ha determinato “il recupero di un margine di spesa corrente per l’ente”. Oggetto del ricorso incidentale è l’articolo 174 della manovra per il 2016, modificato da quella per il 2017, che ha consentito agli enti locali che avessero presentato un piano di riequilibrio finanziario pluriennale di “rimodularlo o riformularlo” entro il maggio 2017 “scorporando la quota di disavanzo risultante dalla revisione straordinaria dei residui” prevista dalle nuove norme di contabilità locale entrate in vigore nel 2015 e di poter restituire le anticipazioni di liquidità “in un periodo massimo di trenta anni”. In quel modo si riaprivano i termini di una chance che avrebbe invece dovuto restare limitata all’anno di entrata in vigore dei nuovi principi contabili per Regioni, province ed enti locali.

I profili di incostituzionalità. La procedura di prevenzione dal dissesto degli enti locali è costituzionalmente legittima, afferma la Consulta, solo se supportata da un piano di rientro strutturale di breve periodo. Il legislatore statale – sulla base dei principi del federalismo solidale – può destinare nuove risorse per risanare gli enti che amministrano le comunità più povere, ma non può consentire agli enti che presentano bilanci strutturalmente deficitari di sopravvivere per decenni attraverso la leva dell’indebitamento. Quest’ultimo, ha rilevato la Corte, deve essere riservato, in conformità all’articolo 119 della Costituzione, alle sole spese di investimento (in base alla cosiddetta “regola aurea”). La disposizione annullata è stata dichiarata in contrasto con gli articoli 81 e 97 della Costituzione sotto tre diversi profili: violazione dell’equilibrio del bilancio, in relazione alla maggiore spesa corrente autorizzata nell’arco del trentennio, violazione dell’equità intergenerazionale, per aver caricato sui futuri amministrati gli oneri conseguenti ai prestiti contratti nel trentennio per alimentare la spesa corrente, e violazione del principio di rappresentanza democratica, in quanto sottrae agli elettori e agli amministrati la possibilità di giudicare gli amministratori sulla base dei risultati raggiunti e delle risorse effettivamente impiegate nel corso del loro mandato.

Cesura con il passato. “La regola aurea contenuta nell’articolo 119, sesto comma, della Costituzione dimostra – si legge nella sentenza – come l’indebitamento debba essere finalizzato e riservato unicamente agli investimenti in modo da determinare un tendenziale equilibrio tra la dimensione dei suoi costi e i benefici recati nel tempo alle collettività amministrate. Di fronte all’impossibilità di risanare strutturalmente l’ente in disavanzo, la procedura del pre-dissesto non può essere procrastinata in modo irragionevole, dovendosi necessariamente porre una cesura con il passato”.

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