Luigi Di Maio e Matteo Salvini

Da giorni ormai tiene banco la rissa continua tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, un estenuante tira e molla senza tregua sul decreto che contiene la norma per l’amministrazione romana della sindaca Virginia Raggi, che la Lega chiede venga esteso a tutti gli enti locali in difficoltà. La questione potrebbe riguardare tutti i circa 400 comuni che hanno dichiarato il dissesto o avviato la procedura di pre-dissesto per il riequilibrio finanziario e in questo elenco c’è anche Taormina. La capitale del turismo siciliano ha un debito di circa 18 milioni di euro sul quale sono ancora adesso in corso le valutazioni del Ministero dell’Interno e della Corte dei Conti. Sulla Perla dello Ionio c’è la spada di Damocle dell’organo di vigilanza dei conti e lo spettro si fa ancor più incalzante alla luce del doppio stop recente imposto dai revisori dei conti al Dup e al bilancio di previsione, che ha portato alle dimissioni dell’assessore alle Finanze, Giuseppe Caltabiano.

La battaglia romana. Il “Salva Roma” azzoppato dal consiglio dei ministri nella tempestosa riunione di martedì scorso porta una pioggia di numeri con il segno “meno” sul Campidoglio e vede come spettatori sempre più interessati altri centri proprio come Taormina, intenti a capire se da Roma arriveranno disposizioni in grado di allentare e allontanare il “cappio” stringente del default. Nel nuovo quadro le norme sopravvissute colpiscono i conti romani: il primo comma azzera, con la chiusura della gestione straordinaria del debito nel 2021, il conto di debiti e crediti fra Comune di Roma e commissario. E il saldo è negativo per il Campidoglio per 340 milioni: perché fra i crediti ci sono i 600 milioni del salva-Roma 2014, promessi con legge dello Stato a carico del commissario ma mai arrivati al Comune. L’altra norma rimasta, inoltre, carica su Roma i debiti commerciali non pagati dal commissario. Con queste cifre si capisce meglio l’impasto di politica e matematica che ha scatenato la battaglia a Palazzo Chigi tra il leader della Lega, Matteo Salvini e quello del M5S, Luigi Di Maio.

I numeri dello scontro. Le cifre sono quelle scritte nel dossier sui tavoli del Mef, e usate dal ministro dell’Economia Tria in consiglio dei ministri per provare senza successo a superare le resistenze leghiste. In pratica: con la norma originaria, il passaggio allo Stato del vecchio Bond – insieme al contributo che oggi il Tesoro paga ogni anno al commissario – avrebbe permesso di ridurre di un punto il tasso oggi al 5,345%. Tradotto, significherebbe oltre 200 milioni di euro in 30 anni (non i 2,5 miliardi rivendicati dal M5S), che cancellerebbero i problemi di liquidità. Ma l’operazione creerebbe anche le condizioni per aiutare il Campidoglio, alimentando promesse di riduzione dell’addizionale: una medaglia ai Cinque Stelle indigesta ai piani alti della Lega. Nella versione alleggerita, l’effetto è contrario: e scatena i “no” M5s.

Gli altri in attesa. E, come detto, il caso investe di riflesso pure gli altri Comuni che si trovano nel campo minato del debito. Il nodo tornerà adesso in Parlamento, dove si lavorerà anche ad allargare gli interventi agli altri Comuni in difficoltà, come chiesto da Salvini. “Il Movimento 5 Stelle è pronto a un decreto legge sui Comuni”, rilancia la viceministra all’Economia Laura Castelli nell’ormai abituale botta e risposta interno alla maggioranza. E intanto per alcuni Comuni in crisi (pre-dissesto) come Reggio Calabria, dove la Corte dei conti chiede il rientro dal deficit in 10 anni invece che nei 30 bocciati dalla Corte costituzionale, è già arrivata una nuova proroga per la chiusura dei preventivi 2019. Il nuovo termine è il 31 luglio: nel frattempo dovrebbe arrivare anche la soluzione già pensata per loro, che aprirebbe le porte al ripiano in 20 anni già permesso ai nuovi piani di rientro dalla manovra 2017. In lista d’attesa ci sono pure ulteriori 5.500 mini-Comuni sotto i 5mila abitanti, a cui è stato promesso il rinvio al 2020 della contabilità economica.

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