Nicola Zingaretti cancella il “renzismo” dal Partito Democratico ma l’ex premier Matteo Renzi non ha nessuna intenzione di farsi da parte. Il senatore di Firenze del Pd, quello che controlla i gruppi parlamentari dem ma è stato smacchiato dall’esito delle primarie, è un fantasma che aleggia sullo scacchiere della partita e non soltanto a sinistra. Dicono di Renzi che da oggi sia ufficialmente morto e finito, come lo era Banco nel Macbeth di Shakespeare. Ma il fantasma di Banco compariva regolarmente ai suoi assassini fino a renderli pazzi dalla paura. Ed è proprio quello che il senatore di Firenze intende fare, pronto a rilanciare la scalata al potere. Matteo Renzi sa che se si votasse domani per lui sarebbe un’altra batosta totale come quella del Referendum, perciò vuole riorganizzarsi senza fretta e godere per un po’ delle disgrazie (politiche) altrui, memore delle tante inversioni a U fatte dagli italiani. Propositi futuri di riscossa che incrociano la speranza renziana di non affogare nel frattempo nello tsunami che lo ha travolto con la vicenda dell’inchiesta sui genitori.

La strategia. L’ex premier ha già tracciato la sua strada: “L’età è dalla mia parte, tornerò premier ma non adesso e mai più senza elezioni. Rifarei tutto quello che ho fatto. Il G7 di Taormina è stato meraviglioso, l’ho voluto io e mi è dispiaciuto non esserci, magari ci sarà per me un altro G7”. Concentrato su quel che sarà e nel tessere la tela e la trama del gran ritorno, Renzi non ha votato Zingaretti alle primarie Pd, ma soprattutto non ha nemmeno appoggiato il fedelissimo Martina e forse ha persino votato per Giacchetti. A questo punto si fanno sempre più insistenti, non a caso, i rumors che portano Renzi nella direzione del voler creare un nuovo partito. “Io fuori dal Pd? Fantapolitica”, dice l’ex premier ma in politica la fantapolitica non esiste, e anche l’alleanza tra la Lega e il M5S dimostra che tutto può cambiare. Mai dire mai, è la regola che conoscono anche i bambini delle elementari. Le smentite non convincono e in questo caso hanno invece il sapore della conferma. E un’ulteriore riprova è il tour che Renzi sta portando avanti, in teoria per promuovere il suo libro ma in pratica parlando ancora da leader politico. Se Zingaretti avesse vinto di misura, Renzi avrebbe continuato la sua opera di “sabotaggio” dall’interno del Pd, cercando di ostacolare il neo-segretario ancora per qualche tempo, pur convinto che questo Pd è un partito che non gli appartiene più e che non sente più suo. Il risultato di ieri accelera la strategia già in cantiere che porterà al battesimo del “partito di Renzi”, il “piano B” che da tempo è il “piano A”.

L’alleato naturale. Ma il nuovo partito di Renzi quali alleanze può trovare? Sul fronte opposto, che poi tanto opposto non è più, c’è quel Silvo Berlusconi al quale Matteo ha detto di recente che “la sinistra dovrebbe chiedere scusa”. Renzi vuole pescare nell’area centrista del Partito Democratico e sa che, presto o tardi, potrebbe far breccia persino tra i moderati del centrodestra che sin qui lo tengono a distanza ma dove Forza Italia ha un destino segnato e vivrà fin quando esisterà Berlusconi. Nella carta d’identità del Cavaliere si legge quasi 83, il “vecchio” Silvio è stato ormai abbandonato dai due giovani alleati: Matteo Salvini è andato via, Giorgia Meloni quasi, ed entrambi vogliono differenziarsi da Forza Italia, ritenuta più europeista e moderata rispetto al “sovranismo” a cui essi tendono. Berlusconi, a sua volta, non vuole scrivere la sua fine politica consegnandosi all’onda delle insoddisfazioni sorte dalla crisi socio-economica attuale, in un quadro privo di un chiaro e preciso progetto economico e politico. Zingaretti riporterà il baricentro del Pd verso quella sinistra (D’Alema in primis) che era stata epurata da Renzi, e presumibilmente aprirà le porte a una parte del M5S (l’area di Fico per intenderci), Salvini proseguirà il suo doppio tentativo di svuotare il centrodestra e i grillini, e intanto si sta evidentemente aprendo un’autostrada al centro.

Il patto finale. Renzi ha bisogno di fare un nuovo partito per riprendersi la scena, Berlusconi cerca un alleato che sia a sua immagine e somiglianza. E’ un disperato bisogno convergente che li accomuna e li spinge, volente o nolente, al tentativo di arrivare ad un patto di sangue finale, ben oltre il perimetro precario del Nazareno. Da un lato un leader quasi 83 enne che è all’ultimo tango politico, dall’altro un leader 44enne detronizzato quando pensava di poter dominare senza rivali il prossimo ventennio politico in Italia.  “Giustizia sì, giustizialismo no”, “M5S sono cialtroni che stanno sfasciando il Paese”, “non serve il reddito di cittadinanza ma il lavoro”, “l’Italia deve puntare sull’Europa”: mai come adesso Matteo e Silvio dicono entrambi le stesse cose, da sempre e per sempre ancorati a quella politica fatta di uno studio maniacale di slogan e comunicazione, malati in modo megalomane di un’inguaribile desiderio di leadership e allergici al pensiero di dover recitare il ruolo del comprimario. I due avversari amici parlano un identico linguaggio politico, rappresentano le due diverse facce della stessa medaglia, campioni di promesse e interpreti perfetti di quell’egocentrismo esasperato che li ha portati al successo travolgente e poi al crollo rovinoso. Amati e poi odiati, acclamati e perseguitati, ma ancora lì, barcollanti e quasi al tappeto eppure dentro la partita. Li accomuna la convinzione di poter trovare la quadra e fare sintesi per prendersi la rivincita contro i nemici. Allora, mai come adesso “l’abbraccio mortale” può diventare un’alleanza più che naturale. Fantapolitica, o forse no. Perché la storia insegna che in alcuni casi o si cambia o si muore, e racconta pure che si muore tutti democristiani.

© Riproduzione Riservata

Commenti