la protesta dei pastori

Migliaia di litri sull’asfalto e i pastori incazzati che nelle campagne preferiscono lanciare il latte di pecora a terra piuttosto che venderlo per la trasformazione in Pecorino romano, il formaggio da grattugia che determina il prezzo del prodotto munto dalle pecore. E’ la voce del dissenso che si alza sempre più forte e punta dritta verso la capitale. Qualcuno l’aveva già ribattezzata con troppa fretta come la protesta locale dei pastori sardi e invece la rivolta dei produttori di latte ha già raggiunto anche la Sicilia. Seguendo l’esempio dei loro colleghi, centinaia di pastori e piccoli imprenditori siciliani si stanno mobilitando in diverse parti dell’isola contro i prezzi troppo bassi del cosiddetto “oro bianco” e in opposizione alla concorrenza dei prodotti provenienti dall’estero.

La crociata del latte. E’ ancora presto per dire con esattezza sino a dove potrà arrivare “la crociata” del latte ma l’eventualità che questo moto di aperto dissenso possa prendere quota è tutt’altro che remota. C’è un dato su tutti che rende il senso delle cose: la Sicilia produce il 10% del patrimonio ovino da latte di tutta Italia, una percentuale che la pone di diritto al secondo posto in Italia, proprio dietro la Sardegna. Tra le varie specie prodotte in Sicilia, l’80% deriva da vacche e bufale, mentre la restante parte viene munto da capre e pecore. I numeri più alti nelle province di Palermo e Messina, dove si contano complessivamente quasi la metà dei 10 mila allevamenti zootecnici bovini e o ovi-caprini presenti su tutto il territorio regionale. Non a caso a Palermo qualcuno si è reso conto che c’è poco da scherzare con questa situazione ed è stato convocato un tavolo di discussione per il 19 febbraio, che vedrà la presenza dell’Associazione italiana allevatori e quelli di Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Copagri. E ovviamente anche Sicindustria vuole dire la sua.

Obiettivo filiera. Non sarà semplice arrivare a un’intesa tra industriali e pastori in questa vertenza sul crollo del prezzo del latte ovino che sembra la cartina di tornasole dell’Italia che porta avanti scriteriate politiche economiche che, alla resa dei conti, lasciano le briciole ai produttori autoctoni. La soluzione da adottare è semplice e il tempo delle chiacchiere e dei piccoli e grandi giochetti volge al capolinea: c’è da creare una filiera che metta in relazione e in un rapporto di paritetico e reale equilibrio produttori, trasformatori e la grande distribuzione. Qualcuno dovrà rinunciare a qualcosa per determinare un quadro più equo ma non possono sempre essere gli allevatori a rimetterci.

IGP e mano sulla coscienza. Il riconoscimento IGP per i bovini siciliani può farne aumentare il valore commerciale e le Istituzioni devono dire da che parte stanno, passandosi una mano sulla coscienza e ricordando a se stessi per primi che nella catena di montaggio del Paese gli allevatori del territorio meritano la giusta dignità e non possono più essere considerati l’ultima ruota del carro.

Il no ai 72 centesimi. Difficilmente la svolta potrà arrivare dalla bozza di intesa sui 72 centesimi al litro (come acconto) per remunerare i pastori per il conferimento del latte ovino nei primi mesi della stagione lattiero-casearia. La proposta messa sul tavolo di filiera dal Governo non piace, servirà altro e di più per chiudere la partita. Il ministro leghista Centinaio rischia di prendere una cantonata se pensa che gli allevatori si piegheranno in fretta alle prime proposte del Governo, concilianti ma non abbastanza esaustive per risolvere il caso.

Il precedente dei Forconi. In Sicilia cominciano a scendere in campo gli allevatori: a Trapani, Agrigento, Palermo e Enna la gente si è stufata di faticare per niente o quasi. Il pensiero corre, per molti versi, indietro di otto anni a quel lontano 2011, quando da queste parti venne fondato il Movimento dei Forconi, realtà che ha avuto il suo momento di massima notorietà tra il 2012 e il 2013 e arrivò sino a Roma. La protesta, come molti ricorderanno, era partita dalla Sicilia, ma si era allargata a macchia di leopardo al resto d’Italia, anche grazie all’adesione degli autotrasportatori, che provocarono la paralisi del trasporto su gomma dell’intero Paese, a partire dai rifornimenti di carburante.

L’anti-austerity. I Forconi erano nati con l’idea di tentare di cambiare le politiche economiche del paese che vedono giornalmente soccombere imprese e famiglie, e proprio quella protesta deve far riflettere perché offre una chiave di lettura significativa per capire la storia recente del nostro paese. Le manifestazioni del 2012-2013 si possono interpretare come la versione italiana delle grandi contestazioni anti-austerity che hanno avuto luogo nei paesi europei più duramente colpiti dalla crisi, come Spagna e Grecia, ma senza le censurabili scene di violenza che da settimane stanno invece andando in scena adesso con i gilet gialli in Francia, dove ci sta che che la gente esprima tutto il suo dissenso verso l’inadeguato Macron ma vanno stigmatizzate le contaminazioni violente che stanno mettendo il territorio transalpino a ferro e fuoco.

Pastori e Forconi. Il verbo della protesta è stato coniugato dai Forconi forse con una scarsa organizzazione ma con un’idea di base che non era affatto sbagliata e che ad un certo punto era riuscita a dare fastidio al potere, paralizzando per diversi giorni le furbe logiche di parte del sistema economico italiano. Era una risposta irrazionale e scoordinata eppure contemperante – almeno per come era stata pensata – alla consapevolezza di un disagio economico e sociale reale. I Forconi, per le proporzioni iniziali di quella mobilitazione fiera e orgogliosa, a suo modo potevano anche scrivere una piccola pagina di storia del Paese se ci fosse stata la convinzione dei promotori e la compattezza dei partecipanti nel tenere unite le forze e far valere le ragioni della protesta. Ecco perché a ben pensare c’è più di una similitudine tra le migliaia di litri oggi versati a terra e le centinaia di trattori che ieri si erano messi in marcia verso Roma per lanciare la sfida al palazzo. Non vi è dubbio che i Forconi avrebbero potuto rappresentare una spina nel fianco del Governo nazionale e regionale se avessero tenuto la barra dritta e se qualcuno non si fosse sfilato per improvvisi ravvedimenti personali dalla prima fila del corteo, e in definitiva il movimento venne sconfitto senza troppe difficoltà dal volto ammaliante e rassicurante della politica stessa, che da sempre è maestra nell’anestetizzare con immediatezza questi focolai di pubblico dissenso. Così i Forconi si sono dissolti nel breve volgere di qualche mese, sprofondando nel limbo dell’anonimato e consegnandosi alla storia tra le meteore dei moti reazionari siciliani. E allora la battaglia dei pastori farà la stessa fine della fugace stagione dei Forconi o riuscirà invece ad andare fino in fondo e ad ottenere i risultati sperati? Il bivio ora è tutto in questo interrogativo.

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